Fuori gli altri report anti-dissenso

Il caso delle paginette divulgate da Franco Gabrielli è tutt’altro che chiuso. Siccome il materiale desegretato è solo una parte della strana attività chiesta ai servizi, a questo punto è doveroso pubblicare anche tutto il resto. E capire se qualcuno vuole «schedare» le idee. Il sottosegretario furioso prepara le purghe: ecco chi pagherà per il pasticcio del documento.

Il giallo delle indagini su una presunta rete di influencer e giornalisti che opererebbe in Italia al servizio di Putin è tutt’altro che risolto. Franco Gabrielli, sottosegretario con delega alla sicurezza nazionale, per spegnere le polemiche attorno al caso, venerdì ha dato in pasto alla stampa un dossier di sette paginette scarse, con blande segnalazioni di persone che si sarebbero rese responsabili di critiche nei confronti dell’operato del governo, rilanciando notizie ritenute false o tendenziose sull’invasione in Ucraina. Il rapporto, secondo l’ex prefetto già a capo della Polizia, dimostrerebbe la liceità della raccolta di informazioni, chiarendo che nessuna opera di dossieraggio sarebbe stata realizzata dagli apparati dello Stato ai danni di opinionisti e politici. In realtà, la desegretazione della relazione inviata al Copasir si sta rivelando un boomerang perché, invece di chiarirsi con la consegna alla stampa del documento, il mistero si infittisce. E per capirlo occorre fare un passo indietro.

Domenica scorsa il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui si segnalavano i nomi di nove presunti putiniani d’Italia «attenzionati» dai servizi segreti in ragione del loro atteggiamento filo Putin. E a sostegno della notizia si citava appunto una relazione redatta dal Dis, il dipartimento di sicurezza che fa capo a Palazzo Chigi. Siccome in Italia, grazie al cielo, esiste ancora il diritto di manifestare le proprie opinioni, anche quando queste non siano allineate a quelle del governo, l’esistenza di un’attività di monitoraggio di influencer, politici e giornalisti non in linea sul tema della guerra, e per questo accusati di disinformare l’opinione pubblica, ha suscitato allarme. Infatti, non ci pare che stabilire che cosa pubblicare e che cosa sia da considerarsi vero o falso sia un compito da sicurezza nazionale. L’idea che un apparato dello Stato vigili su ciò che viene stampato o messo in rete appartiene alla stagione in cui era attivo il Minculpop o a Paesi in cui la libertà di espressione è condizionata e dai quali l’Italia dice di volersi differenziare in virtù della propria Costituzione.

Dunque, una volta scoperto il caso, Gabrielli si è affrettato a precisare che il dossier altro non era che un insieme di normali considerazioni sulla disinformazione e sui pericoli di un’influenza russa ai danni della nostra opinione pubblica, criticando la diffusione del contenuto del famoso dossier.

Caso chiuso? Non proprio, perché qualche cosa nel racconto del sottosegretario non torna. Infatti, l’ex prefetto ha desegretato un rapporto, quello che ha consegnato alla stampa, ma tutto induce a pensare che ce ne siano altri, che non solo non sono stati resi pubblici venerdì, nell’incontro con i giornalisti, ma neppure sono stati consegnati al Copasir, l’organismo che vigila sui servizi segreti. Perché sosteniamo l’esistenza di altri dossier simili a quello desegretato? La spiegazione è semplice. Lo stesso Gabrielli ha lasciato intendere che la relazione consegnata era frutto di un tavolo attorno al quale abitualmente si siedono esperti e rappresentanti dei servizi. Ed è evidente che se quella consegnata ai giornalisti è la sintesi di uno di questi incontri, ne devono esistere altre, per lo meno pari al numero di volte in cui l’organismo si è riunito. Non solo: nel dossier disvelato dal sottosegretario si fanno tre nomi, ma sul Corriere se ne facevano nove, tra cui quello del professor Alessandro Orsini. È possibile che il quotidiano di via Solferino abbia aggiunto sei nomi alla lista ufficiale? Noi non lo pensiamo. L’altra sera, su La7, Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere, ha provato a spiegare che l’articolo pubblicato dal suo giornale era la sintesi di un carteggio più ampio. Dunque, la possibilità che oltre alla relazione consegnata alla stampa ne esistano altre, dove probabilmente sono citati nuovi nomi, è qualche cosa più di un sospetto. Se il sottosegretario Gabrielli vuole davvero essere trasparente come dice e fugare i dubbi di chi teme che esista un ufficio incaricato di «monitorare» i giornalisti non allineati, quindi deve solo fare una cosa: rendere pubblici tutti i dossier. Conoscendo Gabrielli dai tempi in cui era un semplice funzionario della Digos a caccia di brigatisti, aspettiamo fiduciosi.

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