Giudici pronti a metterci il guinzaglio Ue
Silvana Sciarra (Ansa)

Secondo il presidente della Consulta, Silvana Sciarra, il diritto europeo è sempre prevalente su quello nazionale. E a decidere non saranno mai i Parlamenti, ma le toghe. Così se la Corte non sarà più a maggioranza dem ci sono sempre i colleghi di Bruxelles.

Nessuno ha mai chiesto agli italiani se volessero entrare nell’Unione europea. E men che meno sono stati interpellati per sapere a che tipo di costituzione volessero aderire nel caso avessero deciso di far parte della Ue. Tuttavia, ieri abbiamo appreso che nonostante l’assenza di un consenso informato da parte degli elettori, comunque il diritto Made in Bruxelles è prevalente rispetto a quello nazionale. Lo ha spiegato Silvana Sciarra, presidente pro tempore della Corte costituzionale. So anche che la maggioranza delle persone non conosce la professoressa a cui ieri La Repubblica ha dedicato due intere pagine con diritto d’affaccio sulla prima. Ma è proprio questo il punto: a leggere l’intervista concessa dalla donna che guida i giudici della legge, si capisce che nonostante la Costituzione nel suo primo articolo riconosca che il popolo è sovrano, cioè ha sempre l’ultima parola e la esercita nelle forme previste e quindi attraverso il Parlamento, una casta di eletti ritiene che i cittadini non contino niente, e sul loro parere prevalga sempre e comunque un codice scritto dalle toghe. Che siano quelle nazionali, rappresentate dalle procure che vogliono mettere bocca sulle leggi che Camere e governo devono approvare, o quelle europee, che rivendicano una superiorità sul diritto nazionale, poco cambia. La sostanza è che a decidere le sorti di un Paese, e a dettarne le regole, sono i soliti «tecnici» che nessuno ha mai eletto e spesso non ha neppure mai sentito nominare.

È il caso della professoressa Sciarra, arrivata ai vertici dell’organismo che vigila sull’applicazione della carta repubblicana. Nominata nel 2014 da un Parlamento sbilanciato a sinistra, Silvana Sciarra rientra nel filone degli illuminati che invece di attenersi al dettato costituzionale, le regole le intendono migliorare sull’onda delle nuove urgenze e dei nuovi diritti. Cioè con riferimento alle loro opinioni. Infatti, ora che volge al termine il suo mandato, ha affidato a Repubblica le preoccupazioni per una svolta a destra della corte. L’idea che delle Camere non più dominate dai compagni possano sostituire i giudici voluti dalla sinistra e da presidenti della Repubblica come Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella credo che la preoccupi. Per questo si appella all’Europa e ai suoi organismi, rivendicandone la superiorità rispetto al diritto nazionale. Se la Consulta cade nelle mani del centrodestra, ci si può sempre appellare a Strasburgo e a Bruxelles, ovvero alle regole comunitarie, così da annullare l’effetto del voto degli italiani. Quale sia la concezione di democrazia della signora è evidente. Per lei il popolo non è sovrano, ma suddito. Delle toghe e del Parlamento, ma solo se questo è retto da una maggioranza di centrosinistra. È per questo che si rivolge all’Europa, dove da anni il Ppe e i socialisti governano insieme e sfornano leggi contro il popolo come quelle che obbligano i cittadini a una transizione energetica che rischia di svuotarne i portafogli. La novità è che dopo anni di predominio negli organismi costituzionali e in quelli europei, presto qualche cosa potrebbe cambiare. Soprattutto, potrebbe venir meno il pericolo paventato da un vero comunista come Palmiro Togliatti, il quale individuò proprio in una casta di toghe non elette dal popolo, un rischio per la democrazia. Se Giorgia Meloni riuscirà a cambiare gli equilibri della Corte costituzionale sarà un successo, un primo passo per onorare l’articolo uno di quella che viene definita la più bella del mondo, ma solo da chi quella carta la mette sotto i piedi.

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