Filmopoli, serve una commissione d’inchiesta
Dario Franceschini (Ansa)
Non basta l’indagine dei pm sui fondi intascati dal finto regista Kaufmann. Il Parlamento deve fare chiarezza sull’intero sistema di tax credit voluto da Franceschini. Che tra le altre cose ha permesso a un’altra pellicola mai realizzata di incassare ben 6 milioni.

Oltre a indagare sull’omicidio di Villa Pamphili (una ragazza venuta dall’Est e la figlia abbandonate nel parco come rifiuti), la magistratura pare abbia aperto un fascicolo anche sulla strana storia del finanziamento concesso al presunto assassino: Francis Kaufmann, un millantatore che con il falso nome di Rexal Ford si accreditava come regista. A lui, grazie al sistema di tax credit che Dario Franceschini ha inventato per tenere buona la corte di cinematografari radical chic, è andato quasi un milione di euro. Soldi pubblici, concessi per un film che non ha mai visto una sala di proiezione. Un milione o quasi per un film mai fatto.

Ma al caso Kaufmann se ne aggiungono altri. Ieri, sulla Verità, Davide Perego ha svelato che nel 2023, per effetto della norma Franceschini, il ministero ha finanziato 55 film stranieri, per un importo che supera i 350 milioni. Già questo è degno di attenzione: perché lo Stato, cioè i contribuenti italiani, devono finanziare pellicole di registi e produttori esteri? I politici che hanno dato via libera a questa mangiatoia dicono che il nostro Paese ne beneficia, perché le maestranze che lavorano alle opere sono italiane, come le località usate per le riprese. In realtà, non sempre ciò è vero, perché in più di un caso abbiamo scoperto che le scene di film ufficialmente prodotti in una regione sono state girate fuori dai confini nazionali. E questo è già un problema, dato che le pellicole così non servono né a fare pubblicità alle località che le finanziano né a dare lavoro a operatori italiani. Però c’è di più. Dei 55 film finanziati con quattrini pubblici, di 12 si è persa traccia. Nonostante siano riportate nell’elenco di opere che hanno avuto accesso al sostegno ministeriale sotto forma di tax credit (beneficio fiscale che per il percettore si tramuta immediatamente in denaro per effetto della cessione del credito a banche e finanziarie che così, come è accaduto con il Superbonus, pagano meno tasse), questi film nessuno li ha visti. E non nel senso che in sala, quando sono stati proiettati, non si è presentato nemmeno uno spettatore, ma intendendo che al di là del titolo non si è andati.

Ma c’è qualche cosa di ancora più scandaloso. Come ha raccontato Perego, il ministero ha finanziato un film che non ha neppure un titolo, e la casa di produzione non ha un sito Internet. Insomma, siamo davanti a un’opera fantasma, che però ha beneficiato di sei milioni di tax credit. Il direttore del ministero e i funzionari ci ripeteranno la storia che ci hanno raccontato nei giorni scorsi, a proposito dell’altro film fantasma, quello di Francis Kaufmann, ovvero che è tutto in regola, tutto fatto secondo le norme. Ma non può essere in regola un contributo a un film che non c’è e di cui nemmeno si conosce il titolo. Non può essere la regola la concessione di fondi a sconosciuti di cui non si conosce l’indirizzo a cui reperirli. Stiamo parlando di sei milioni, e se li sommiamo ad altri film mai visti in sala o con un numero di spettatori che non supera la cerchia dei parenti si raggiungono cifre da fare paura. Nel corso degli anni, lo Stato con questo sistema ha regalato miliardi. E i signori che lo hanno permesso sono gli stessi che parlano di poveri, di salario minimo, di stipendi che crescono troppo poco.

Credo che per individuare le responsabilità di quel che è successo non basti un’indagine della magistratura sul caso Kaufmann. Come un presunto assassino sia stato finanziato dallo Stato pur non essendo neppure italiano lo capiremo quando e se ci sarà un processo. Ma una commissione parlamentare d’inchiesta che accerti le responsabilità di questa Filmopoli credo sia utile subito. Camera e Senato hanno spesso avviato indagini di cui non si sentiva la mancanza. Nel caso dei film pagati ad una cricca di radical chic di un’inchiesta parlamentare invece si sente l’urgenza.

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