ll Corriere della Sera ha scoperto le élite. Lo ha fatto con un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, il quale sulla prima pagina del quotidiano milanese ha spiegato che gli intellettuali, e insieme a loro il mondo dei mass media, della finanza, dell’industria, delle organizzazioni sindacali e della pubblica amministrazione, hanno abbracciato per anni ogni novità. La classe dirigente, in pratica, ha sposato qualsiasi cambiamento, ogni abiura delle tradizioni e dei valori ricevuti.
Il risultato è che una serie di istanze avanzate da una minoranza degli italiani, «che si trattasse della riproduzione della vita e dei modi della morte, dei caratteri della genitorialità o della morale sessuale, del significato della famiglia, della pace e della guerra», del rapporto con l’Unione europea o dell’accoglienzadegli immigrati, è stata trasformata in un obbligo per la maggioranza, abbracciando il partito del pensiero ideologicamente corretto. Con la conseguenza che, se esiste un pensiero ideologicamente corretto adottato dalle élite, per converso ne esiste anche uno politicamente scorretto, espressione della parte meno colta e glamour, più reazionaria e ignorante della popolazione. «L’Italia dei libri e dei giornali, dei talk e della pubblicità, è schierata costantemente con chi pensa che si debba essere sempre aperti a ciò che rompe l’esistente, a ciò che cambia le regole e manda in soffitta il passato». Galli della Loggia osserva che l’Italia progressista, quella delle élite appunto, «da sempre ha l’abitudine di rifiutare ogni vero dibattito, ogni discussione, negando la dignità di interlocutore a chi non la pensa come lei, definendolo il più delle volte reazionario se non fascista, e restando tutta sola a cullarsi nelle sue certezze». L’editorialista del Corriere riconosce pure che le tesi rappresentate dal pensiero conservatore, sui media e nel dibattito politico, non godono dello stesso spazio di rappresentanza riservato a quanti sono ritenuti innovatori, moderni, favorevoli al cambiamento. Con il risultato che le opinioni in cui spesso si riconoscono le classi popolari non hanno lo stesso diritto di essere espresse in tv e nella scena politica. È l’egemonia del nuovismo, sposata dalla sinistra e in particolare dal Pd, che ha allontanato un elettorato che si sente sempre più estraneo rispetto ai quadri di un partito di estrazione borghese che è lontano dalle istanze degli strati più sfavoriti della popolazione.
La conclusione di Galli, di cui ho sunteggiato il pensiero, è conseguente: un’élite che pensa di governare da sola, senza curarsi di ciò che davvero il popolo pensa e desidera, è destinata a essere punita dal voto, perché prima o poi arriva sempre qualcuno che, capiti i bisogni dei ceti popolari, li rappresenta. Ma, aggiungo io, le cosiddette avanguardie rivoluzionarie sono anche inevitabilmente condannate a non essere democratiche, in quanto chiuse in un mondo fatto di privilegi e di complessi di superiorità morali, politici e culturali.
L’editorialista del Corriere applica il ragionamento all’Italia, per indurci a fare i conti con Trump e la sua vittoria. Ma le osservazioni portate da Galli della Loggia possono essere applicate alla Germania, dove a forza di ignorare le esigenze di quelli che un tempo erano i tedeschi della Rdt di Erich Honecker, si è consentito ad Afd di diventare il primo partito nell’ex Germania Est, o indifferentemente alla Romania, dove per impedire all’esponente filorusso di vincere gli è stata proibita la candidatura alle presidenziali. O anche all’Olanda o alla Francia.
Ignorare le richieste dell’elettorato più disagiato, perché colpito dalla crisi economica o spaventato dalle migrazioni, preoccupato per la guerra o dalla transizione energetica, non serve a rimuovere le cause alla base di una richiesta politica di attenzione, ma semmai le fa diventare più radicali, perché il ceto popolare non si sente rappresentato.
Come avrete capito, condivido quasi tutto di quanto scritto dal professore. Tuttavia, ho una perplessità. C’è un quotidiano che per anni si è fatto interprete dell’egemonia del nuovismo, rappresentando con efficacia un’élite progressista sui temi della transizione energetica, del fine vita, delle regole europee più folli, arrivando a pubblicare una lista di proscrizione nei confronti di chi manifestava perplessità sulla guerra in Ucraina. Questo quotidiano è il Corriere della Sera. Dunque, la vera sfida non è alle élite, come scrive Galli della Loggia, ma al giornale su cui scrive. Se le avanguardie hanno l’obbligo di non chiudersi in sé stesse e di ascoltare tutte le voci della società, non mettendo a tacere quelle che non piacciono, a maggior ragione questo dovere ce l’ha un giornale.
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