Continuare con questa rissa intestina rischia di essere fatale per il governo
Ansa

Non so se Armando Siri abbia intascato 30.000 euro per fare diventare legge una misura cara a un docente universitario, il quale sarebbe stato vicino a un imprenditore siciliano che a sua volta sarebbe vicino al capomafia Matteo Messina Denaro. La catena che lega un vicino all’altro mi sembra un po’ lunga per provare che il sottosegretario ai Trasporti fosse in affari con gli esponenti delle cosche siciliane, ma soprattutto, a leggere le carte della Procura di Roma, non si capisce se questi 30.000 euro Siri li abbia effettivamente messi in tasca o se la mazzetta e il conseguente interessamento facciano parte di chiacchiere e vanterie da boss.

Ovviamente bisognerà attendere di vedere tutto ciò che i pm hanno in mano, in particolare le intercettazioni, che al momento sono riportate nell’avviso di garanzia, ma in modo molto parziale. Insomma, per capire se la corruzione c’è stata oppure se è solo inventata servirà tempo e qualche verifica in più.

Ma il tempo per stabilire la verità sulla colpevolezza o l’innocenza del deputato leghista non c’è, perché incombe una campagna elettorale che si preannuncia feroce ed essenziale per la sopravvivenza del governo. In genere noi siamo abituati a una maggioranza e un’opposizione che si fanno la guerra senza esclusione di colpi in vista del voto. I secondi imputano ai primi ogni nefandezza e viceversa, nella speranza di strapparsi qualche punto percentuale. In questo caso, invece, assistiamo a una battaglia che si combatte tra una parte della maggioranza e l’altra e ognuna delle due in lotta per riuscire, dopo il 26 maggio, a imporre le proprie condizioni.

I grillini da mesi sono in affanno. Un po’ perché, pur avendo ottenuto il reddito di cittadinanza, non hanno potuto portare a casa né il no al Tap né quello alla Tav, come invece avevano promesso ai propri elettori. E un po’ perché sia l’esperienza amministrativa romana che quella torinese si sono ritorte contro di loro. Non bastava Virginia Raggi, con i suoi guai e le persone dell’entourage dimissionarie o indagate. A pochi mesi dalle elezioni europee, il presidente del consiglio comunale della capitale, un grillino duro e puro, è stato arrestato con l’accusa pesante di intascare soldi in cambio di favori. A Torino, invece, Chiara Appendino è a processo per disastro e omicidio colposo per i fatti di piazza San Carlo, mentre un altro giudizio, per falso in bilancio, è pendente. Come se non bastasse, la sindaca di Torino è finita nei guai per una brutta faccenda in cui, pur risultando parte lesa, non fa una bella figura: un suo ex collaboratore è accusato di estorsione ai suoi danni.

Le cose dunque non sono messe benissimo per il Movimento e i sondaggi di questi mesi segnalano una lenta, ma continua erosione del consenso, una tendenza quasi tutta a vantaggio di Matteo Salvini e della sua Lega. E allora, da settimane i pentastellati hanno adottato una tattica diversa, diventando più aggressivi con l’alleato, al quale non ne risparmiano una. Negli ultimi giorni si sono tirati botte da orbi praticamente su tutto. Dalla flat tax al potere dei sindaci, dalla famiglia ai porti aperti o chiusi per chi scappa dalla Libia, per finire al caso Roma: ogni motivo è buono per litigare o, meglio, per cercare di conquistare un pugno di voti.

Il risultato è una situazione di tensione che minaccia la tenuta del governo. Ne avevamo già scritto tempo fa, segnalando che il troppo stroppia e che continuando a recitare due parti in commedia si rischia di far precipitare tutto in una tragedia, ossia in una crisi di governo prima ancora delle elezioni europee.

Con l’avviso di garanzia ad Armando Siri ormai ci siamo vicini. Non tanto per la fondatezza o meno delle accuse nei confronti del sottosegretario leghista. Ma per la reazione dei grillini, i quali nell’indagine a carico dell’onorevole ligure devono aver intravisto un’occasione per strappare voti agli alleati. Risultato, la richiesta di dimissioni dall’incarico governativo non è arrivata dall’opposizione, ma prima ancora dalla maggioranza, cioè da Luigi Di Maio e compagni. Danilo Toninelli, ministro dei Trasporti, si è anzi affrettato a togliere le deleghe al leghista. Per risposta, i salviniani hanno alzato le barricate a difesa di Siri, ma subito dopo, avendo appreso di un’intercettazione in cui Virginia Raggi pretende che l’amministratore delegato dell’Ama «modifichi» il bilancio, alterando il risultato economico, ha chiesto le dimissioni della sindaca.

Insomma, siamo al colpo su colpo: alle dimissioni richieste a Siri si reagisce con le dimissioni richieste alla Raggi. Con il risultato che, se un indagato è costretto a lasciare alla prima avvisaglia di indagine giudiziaria, domani dovranno mollare pure Salvini, Di Maio, Toninelli e lo stesso Conte, tutti indagati per la faccenda degli immigrati respinti. Tradotto: la vicenda Siri – vera o falsa che sia – con i suoi 30.000 euro, rischia di far iniziare uno smottamento senza fine, capace di travolgere lo stesso governo. Comunque vada, che la rissa si fermi o meno, una cosa però a questo punto pare certa, ovvero che dopo il 26 maggio niente sarà più come prima.

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