2020-01-07
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 25 aprile con Carlo Cambi
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A Parma docenti malmenati da studenti stranieri, ma il dirigente invita alla comprensione. Dando un perfetto messaggio di resa.
Sarebbe interessante capire dal provveditore di Parma fino a che punto si debba arrivare. Che cosa si deve aspettare? Che i professori vengano linciati nella pubblica piazza? Che li si accoltelli o gli si dia fuoco? O forse che li si investa con una macchina in mezzo alla strada? A Parma due professori sono stati aggrediti in un parco da un gruppo di maranza. Il primo spintonato e malmenato, il secondo intervenuto per difenderlo bastonato e forse preso a cinghiate. Picchiato anche un ragazzo che si era schierato dalla parte dei due insegnanti. Il tutto mentre i picchiatori sghignazzavano e riprendevano soddisfatti la scena col telefonino.
Il ministro Guido Crosetto ha chiesto che i giovinastri siano duramente sanzionati. Ma Andrea Grossi, dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale di Parma, non è d’accordo: «È un fatto grave, ma non è giusto enfatizzarlo più di tanto dal punto di vista fisico, perché non risultano feriti», dice. La scuola, insiste, deve educare e non sanzionare. Deve spiegare a quei ragazzi le conseguenze delle loro azioni in modo «civile, corretto e pacifico». Alla Stampa Grossi dichiara: «Io credo che bisogna essere precisi e chiari nelle responsabilità. Da una parte la scuola può usare parole con precisione per definire i comportamenti e le conseguenze, quindi invitare tutti e spingere tutti ad assumersi le proprie responsabilità. Ma poi c’è un piano, quello educativo, a cui deve cercare sempre di ricondurre la questione». Già, bisogna spiegare le cose in modo civile e pacifico a dei picchiatori incivili. Dopo tutto non ci sono stati dei feriti, no? E allora di che ci preoccupiamo? La prossima volta magari qualcuno verrà sbudellato o gli romperanno un braccio, allora sì che potremo indignarci. Del resto, come fanno sapere tutti i grandi giornali, i professori non sporgeranno denuncia.
A questo punto, viene da dire che ci meritiamo di essere oppressi. Ci meritiamo le intemperanze dei maranza e le umiliazioni quotidiane dei violenti e dei bulli. Perché la scuola - che appunto dovrebbe educare - non lo fa. Tutto per una ragione idiota: perché qualche genio ritiene che educazione e sanzione siano cose diverse. Perché qualcuno, imbottito di stupidaggini ideologiche mal comprese e peggio applicate, crede che autorità sia sinonimo di sopraffazione, e quindi accetta di farsi mettere i piedi in testa pur di non apparire bigotto o conservatore. Come si può pensare che quei maranza capiscano la gravità di quello che hanno fatto se non avranno conseguenze pesanti e se la potranno cavare con un buffetto? Quale insegnamento potrà mai essere in grado di impartire loro una scuola formata da professori che non denunciano e dirigenti che sminuiscono la gravità dell’accaduto?
Purtroppo non è un caso isolato. Ogni volta sentiamo ripetere le stesse scuse: se uno straniero delinque è per via della povertà, del disagio sociale, o perfino della malattia mentale. Non esiste un immigrato che sia responsabile delle sue azioni, solo gli italiani e europei lo sono. Un trentenne si lancia con l’auto contro la folla? Povera stella, è un malato non un terrorista. Un quindicenne progetta attentati? Poverino anche lui, è vittima del disagio sociale. Una manica di maranza picchia i professori? Non siamo troppo duri, è una ragazzata. Curioso che le istituzioni e parte dell’opinione pubblica non siano state altrettanto tenere nei riguardi della famiglia nel bosco. Lì due genitori che hanno scelto di educare alla libertà i loro bambini - che sono ancora piccoli, e che non hanno fatto male a nessuno - vengono duramente puniti e umiliati. Viene da pensare che accada perché i Trevallion sono gentili, bianchi e occidentali, non arroganti stranieri convinti di poter spadroneggiare. Quel che accade a Parma, in qualche modo, è ferocemente emblematico dell’Europa odierna, che è vigliacca e tremebonda con chi la opprime e minaccia, poi fa la voce grossa con i deboli e gli indifesi. Un’Europa che ha dimenticato scientemente la propria storia, fingendo di non sapere che a garantire la libertà sono le regole, e se le regole non vengono fatte rispettare (anche punendo chi le viola) allora non servono a niente. L’ideologia progressista ha demolito l’autorità sostenendo che fosse deleteria e oppressiva. Ma se scompare l’autorità il potere non svanisce: resta soltanto privo di limiti. Senza autorità, vale la legge del più forte, che è il contrario dello stato di diritto. Ed è questa legge a essere legittimata da professori e dirigenti scolastici di Parma: i maranza menano, loro rispondono con le carezze. L’unica educazione che forniscono così è quella alla sottomissione.
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Qualche settimana fa l’azienda Jeppesen ha annunciato una piccola rivoluzione. Smetterà di stampare le sue celebri carte di navigazione e quelle degli aeroporti, per passare definitivamente al formato digitale. Ma chi le aveva inventate?
Modena, 16 maggio 2026 (Ansa)
Altro che vittima della mancata integrazione, come ci vorrebbero far credere Elly Schlein e compagni, i quali, dopo la strage di Modena, invece che maggior rigore contro i fondamentalisti reclamano l’assunzione di psicologi per aiutarli. La trasmissione Fuori dal coro, con un servizio in esclusiva andato in onda ieri sera, dimostra che in almeno un telefono in uso a Salim El Koudri la polizia ha trovato immagini di violenza che fanno sospettare che quello di sabato scorso non sia stato il gesto di un pazzo, ma l’atto consapevole di un terrorista.
Non solo: tra gli scritti del padre del giovane marocchino gli inquirenti avrebbero rinvenuto frasi in arabo contro la colonizzazione dell’Africa da parte dell’Occidente, con appelli a recuperare la propria identità. Ovviamente l’indagine è solo all’inizio, perché finora sono stati analizzati solo due dei cellulari dell’autore della strage e mancano all’appello altri device rinvenuti nella sua abitazione. Fra l’altro il lavoro della polizia è complesso, perché alcuni file potrebbero essere stati cancellati e la procedura per recuperarli è lunga e difficile e non è detto che alcuni degli strumenti elettronici in uso a El Koudri siano stati da lui stesso fatti sparire prima di lanciarsi ad alta velocità contro la folla. Come per altro sarebbero stati chiusi i suoi profili social.
Una cosa comunque è certa: gli inquirenti si convincono sempre più che quella del giovane laureato presso l’Università di Modena non sia un’azione dovuta a follia, ma si tratti di una scelta volontaria e consapevole, a lungo progettata.
Naturalmente, la difesa dell’attentatore punta ad accreditare l’idea che El Koudri sia una persona con gravi problemi mentali. Non a caso l’avvocato si è subito premurato di richiedere una perizia psichiatrica, oltre ad affrettarsi a far sapere che il giovane aveva chiesto una Bibbia e la visita di un prete, allontanando così ogni sospetto di radicalizzazione islamica e avvicinando l’idea che l’attentatore sia quantomeno confuso. La strategia del legale è comprensibile, tuttavia è un dato di fatto che il gesto di El Koudri risponda perfettamente a ciò che gli estremisti islamici usano fare. L’auto trasformata in strumento per uccidere i cristiani e l’uso del coltello per finire chi è rimasto ferito sono proprio i caratteristici strumenti del terrore sollecitati dallo Stato islamico. Del resto, che quanto accaduto sia guardato con favore dai fondamentalisti di Allah lo dimostrano le frasi che in Rete inneggiano a El Koudri. Per alcuni, il giovane marocchino è un uomo coraggioso che combatte «da solo nel cuore del territorio dei crociati», mentre altri parlano di vendetta legittima e auspicano che Allah gli conceda il paradiso, come si confà a un martire.
E la sinistra? Insieme con alcuni esponenti della magistratura procede nella politica dei distinguo, denunciando le presunte strumentalizzazioni invece dei terroristi. Come abbiamo scritto ieri, sono giunte manifestazioni di solidarietà nei confronti del legale del giovane, il quale è stato minacciato in quanto «colpevole» di assistere El Koudri. Certo, nessuno ha diritto di prendersela con un avvocato che fa il proprio mestiere e che, come in ogni democrazia che sia tale, fa del suo meglio per difendere l’accusato. Tuttavia, non si può dimenticare che cosa ha fatto il giovane marocchino e neppure si può ridurre la strage a un problema di integrazione o di carenza dei servizi sociali. Come spiegano gli esperti di terrorismo, a Modena ricorrono tutti i segnali caratteristici dell’attentato terroristico. La rabbia contro il Paese che ti ospita, l’uso dell’autovettura come arma per uccidere, il coltello per finire chi non è rimasto ucciso, la consapevolezza, quasi la ricerca, del martirio. Negare tutto ciò non è un scelta saggia, ma il tentativo di nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere. Più che una strategia, pare la politica dello struzzo, per rimuovere un pericolo che si è concorso a creare ignorando gli allarmi.
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