Si fa sempre più incandescente la situazione nei Balcani dove lo scontro tra gli eserciti di Serbia e Kosovo è ormai a un passo mentre al comando delle truppe di pace della Kfor, l’operazione a guida Nato, ci siamo noi italiani.
La situazione è tesissima da mesi, ma dopo quanto accaduto nella notte tra l’8 e il 9 dicembre è difficile prevedere cosa faranno serbi e kosovari con tutto ciò che potrebbe succedere nel resto dei Balcani: una polveriera nel cuore dell’Europa. A far precipitare le cose sono stati gli oltre 300 agenti armati della polizia speciale kosovara supportati da mezzi blindati che hanno fatto irruzione nella parte settentrionale (a maggioranza serba) della città di Kosovska Mitrovica, nella regione nord del Kosovo.
Dopo la guerra del Kosovo nel 1999, la città venne divisa in due parti: la parte sud, abitata quasi totalmente da popolazione di origine albanese (circa 60.000 kosovari albanesi), e la parte nord, con prevalenza di popolazione serba (circa 13.000 abitanti). Le due parti della città sono collegate fra loro da due ponti stradali e una passerella sul fiume Ibar. L’ingresso dei militari nel settore serbo di Kosovska Mitrovica secondo le autorità di Pristina «ha l’obiettivo di garantire la sicurezza di tutti i residenti, indipendentemente dall’etnia, contro la criminalità diffusa e le minacce all’ordine pubblico». Come ampiamente prevedibile la popolazione serba vive malissimo la presenza di militari e agenti di polizia sul loro territorio, proprio in un momento delicatissimo, visto che il prossimo 18 dicembre ci saranno le elezioni comunali nei quattro maggiori Comuni del nord a maggioranza serba – Zubin Potok, Zvecan, Leposavic e Mitrovica nord- dove vanno sostituiti sindaci che si sono dimessi nelle scorse settimane insieme agli altri rappresentanti serbi nelle istituzioni del Kosovo. Una situazione potenzialmente esplosiva non solo per i serbi di Kosovska Mitrovica ma anche a Belgrado e a Mosca, che dall’arrivo di Vladimir Putin al potere è legatissima alla Serbia.
Secondo Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo, il vero obbiettivo è quello di occupare il nord del Kosovo a maggioranza serba e durante una conferenza stampa tenutasi a Belgrado ha fatto intendere che una reazione sta per arrivare: «Non consentiremo la sofferenza e l’espulsione del nostro popolo dal Kosovo». E come? Da più parti si prevede che potrebbero arrivare in Kosovo un migliaio di uomini delle forze di sicurezza serbe con tutto ciò che questo potrebbe scatenare. A proposito dell’influenza russa e cinese nella regione: lo scorso 6 dicembre al vertice Ue-Balcani occidentali svoltosi a Tirana il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è entrata a gamba tesa su sei Paesi della regione: «I Balcani occidentali devono decidere da che parte stare: dalla parte della democrazia, questa è l’Unione Europea, amica e partner. O se vogliono prendere una strada diversa», un monito ai sei Paesi della regione a schierarsi contro Russia e Cina. In questo clima non vanno certo dimenticati i «30 miliardi di euro per la regione stanziati dal nuovo strumento di garanzia per i Balcani occidentali», si legge nella dichiarazione di Tirana concordata dai leader europei al termine del vertice. Tutti soldi che arrivano anche per allontanarli da Mosca. Ma che corrono il rischio ancora una volta di accendere le tensioni tra serbi e appartenenti alla cosiddetta grande Albania. Un rischio locale che potrebbe anche innescare tensioni a livello superiore, visto quanto succede in Ucraina. Come detto, a Belgrado il clima è plumbeo e il presidente serbo Aleksandar Vucic ha incontrato il ministro della Difesa Milos Vucevic e il capo di Stato maggiore dell’esercito serbo, Milan Mojsilovic, per fare il punto della situazione, e ha dichiarato: «La Serbia ha il diritto e l’intenzione di inviare un certo numero di truppe in Kosovo», mentre la premier serbo Ana Brnabic ha affermato che «le azioni del premier kosovaro Albin Kurti ci hanno portato sull’orlo di un conflitto armato e credo che il nostro presidente richiederà il ritorno delle nostre forze armate in Kosovo, in accordo con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Gli ultimi sviluppi della situazione in Kosovo sono stati al centro di una serie di colloqui telefonici avuti ieri tra il vicepremier e ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani che, come riferito dalla Farnesina, ha parlato con Vucic e con Kurti. Tajani ha sottolineato «la necessità di preservare pace e stabilità, auspicando un allentamento delle tensioni e il ritorno dei rappresentanti serbi nelle istituzioni del Kosovo». Vucic ha invece osservato che «la condizione per questo è il rispetto dell’accordo di Bruxelles, con la creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo, per la quale Pristina si impegnò con la sua firma quasi dieci anni fa. Il resto, è frutto di passi e decisioni unilaterali di Pristina. La Serbia, resta impegnata in una politica di pace e stabilità». L’ennesima crisi nei Balcani viene monitorata anche dalle principali agenzie di intelligence europee: temono che ora i gruppi jihadisti (che oggi operano in silenzio) tornino a farsi sentire. A proposito di questo, per gli analisti dei servizi segreti italiani «i Balcani sono l’epicentro continentale del proselitismo jihadista e un potenziale incubatore della minaccia terroristica verso lo spazio Schengen».
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