No, non è possibile. Eppure è accaduto, e si tratta di un piccolo evento rivoluzionario per questa primavera italiana del 2018. Una notizia, secondo la regola antica del giornalismo: un uomo che morde il cane, e non viceversa. E soprattutto un grande motivo di speranza e di consolazione.
Il miracolo è riuscito ad Adriano Angelini Sut, giunto alla sua terza prova, dopo due esercizi raffinati e visionari: prima la vita di Jackie Kennedy raccontata in un’immaginaria autobiografia, e poi la storia romanzata di Mary Shelley, la creatrice di Frankenstein.
Stavolta, Angelini sceglie l’Italia, e accompagna lungo mezzo secolo, dal 1953 al 1998, le vicende di tre famiglie. La prima è la famiglia Antei: il nonno gerarca fascista, il padre palazzinaro democristiano, il nipote che sceglie la destra dura, e lo fa per autentica nobiltà d’animo più ancora che per ideologia o per istinto di ribellione. Non un disobbediente, ma un uomo in cerca di un’obbedienza più vera, più profonda, lontana da conformismi e insincerità. La seconda è la famiglia Leoni, commercianti ebrei che crescono e si affermano, non di rado facendo i conti con pregiudizi e ostilità, perfino nei luoghi e negli ambienti teoricamente più insospettabili. La terza è la famiglia De Santis, che viene dall’Abruzzo: qui la figura che si impone, e che l’autore tratteggia con tenerezza particolare, è quella di Natale, giovane cantante che insegue – letteralmente – la leggenda di Lucio Battisti, fino a incontrarlo, o forse a sfiorarlo.
È davvero raro – in Italia e in italiano – trovare tutto insieme tanto materiale prezioso come in questo L’ultimo singolo di Lucio Battisti (Gaffi editore). Il riscatto del maschio e del «maschile»; l’inevitabilità e in qualche misura la necessità della forza, perfino della violenza, come dimensioni incancellabili dell’esistenza; il destino come elemento che incombe su di noi – mix di carattere, genetica, fato – e che però non ci esenta dall’obbligo di provare a riorientare la nostra parabola di vita; e soprattutto l’urgenza di inseguire i propri sogni, di ascoltare i propri demoni interiori, di non smettere di cercare la nostra voce più autentica e più profonda. Sta proprio qui – ci suggerisce Angelini – il senso del nostro transito come ombre sul palcoscenico dell’esistenza.
Il romanzo mi è parso bellissimo. Linguaggio vivo, dialoghi efficaci, incursioni non gratuite nel romanesco, rimbalzo felicissimo tra eventi storici e vite private dei protagonisti. E soprattutto un merito incancellabile: tenersi alla larga da schemi e schemini precostituiti, esplorare le contraddizioni, inoltrarsi in territori imprevisti, ricordare che tutto – personaggi, vicende di vita, scelte – è sempre più complesso e più sfaccettato dei nostri piccoli pregiudizi.
Speriamo davvero che la giuria dello Strega voglia e possa far tesoro di questa sorpresa, di questo dono, di questo coraggioso e libero romanzo italiano.
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