- Depositari della storia della propria famiglia, rappresentano un supporto fondamentale per i genitori che lavorano a tempo pieno. E più studi rivelano che i bambini da loro accuditi vantano un maggiore benessere psicofisico.
- L’ex prosindaco di Milano Giuseppe Zola: «Sono visti come un baluardo contro la cancel culture. Con la mia associazione lotto per valorizzarli».
- Anche la Chiesa omaggia gli anziani da sempre angeli custodi della fede. Giovanni Paolo II dedicò loro una Lettera, Benedetto XVI denunciò chi li emarginava.
Lo speciale contiene tre articoli.
Ah, se non ci fossero i nonni. Raramente ci si fa caso, ma i genitori dei genitori rappresentano molto di più della fascia anziana della famiglia: sono memoria, storia, radici. Sono al tempo stesso ponte tra il passato e il presente e premessa imprescindibile per il futuro. Senza di loro la vita sarebbe molto più complicata, specialmente quella delle mamme lavoratrici. Come infatti messo in luce dalla statistica Linda Laura Sabbadini, «i nonni, e in particolare le nonne, sono il pilastro del supporto alle lavoratrici madri con figli fino a 10 anni». «Nei casi in cui entrambi i genitori sono occupati», ha osservato sempre la Sabbadini, i nonni «se ne prendono cura nel 60,4% dei casi quando il bimbo più piccolo ha fino a 2 anni, nel 61,3% quando ha da 3 a 5 anni e nel 47,1% se è più grande. Valori che superano il 65% nel Mezzogiorno».
L’aiuto dei nonni alle mamme lavoratrici è confermato anche dalla professoressa Shireen Kanji della Brunel University di Londra. «L’assistenza all’infanzia da parte dei nonni», ha scritto la Kanji in un articolo uscito su The Conversation, «ha aumentato del 26% la partecipazione delle madri di bambini di 4 e 5 anni al mercato del lavoro, rispetto a quanto sarebbe successo se i nonni non avessero fornito la loro assistenza all’infanzia».
Il supporto dei nonni, specie alle madri, è rilevante anche sotto il profilo emotivo, risultando fondamentalmente correlato, nel corso del primo anno dopo il parto, a una migliore condizione della donna: lo si è visto in una metanalisi pubblicata nel 2023 sulla rivista Human Nature, a partire da 11 studi per un totale di quasi 3.400 partecipanti, attraverso la quale si è osservata questo fenomeno sia nelle madri adolescenti sia in quelle mamme a basso rischio di disturbi emotivi del dopo parto. Dunque i nonni non sono componenti marginali, bensì fondamentali della famiglia.
Tutto ciò vale in modo particolare per l’Italia. Se infatti la media europea degli over 65 che si sente utile occupandosi a tempo pieno dei nipoti è del 30%, nel nostro Paese è al 44%. Il che si traduce anzitutto in servizi concreti come tenere compagnia ai bambini, aiutarli nei compiti, accompagnarli a scuola o agli allenamenti sportivi, vigilare su di loro quando mamma e papà sono fuori casa. Insomma, i nonni da un lato offrono un sostegno affettivo e materiale ai genitori – tanto più nei momenti di crisi o difficoltà – e dall’altro si confermano figure fondamentali nello sviluppo emotivo, cognitivo e sociale dei nipoti, arricchendo in modo decisivo il processo educativo. Se infatti mamma e papà trasmettono ai figli insegnamenti, i nonni trasmettono loro tradizioni.
Ma non solo: la componente anziana della famiglia dà un apporto anche sotto il profilo delle competenze. Eloquente, su questo, Early child care and child outcomes: the role of grandparents, studio basato sui dati del Millennium cohort study, indagine inglese contenente informazioni su un campione di quasi 19.000 famiglie con bambini nati nel 2000/2001. Ebbene, gli autori di questa ricerca si sono accorti di come, rispetto ai coetanei che frequentano l’asilo nido, i bambini che sono seguiti dai nonni conoscono un maggior numero di parole, dimostrandosi più abili nel dare nomi agli oggetti: davanti a un libretto con figure colorate sono pertanto in grado di dire il nome corretto dell’oggetto più frequentemente degli altri bambini.
Un’altra funzione dei nonni è quella di contrastare i pregiudizi. Un’indagine belga pubblicata nel 2019 sulla rivista Child development a cura dei ricercatori Allison Flamion, Pierre Missotten, Manon Marquet e Stéphane Adam – i quali hanno esaminato 1.151 bambini di età compresa tra 7 e 16 anni – ha scoperto come i nipoti che vedevano i nonni almeno una volta alla settimana fossero più amorevoli verso gli anziani; più tempo trascorrevano con loro, meno forti risultavano i loro pregiudizi nei confronti della terza età.
È poi interessante il lavoro dalla dottoressa Hayley A. Hamilton, la quale ha dimostrato – con l’indagine pubblicata sul Journal of adolescent health, realizzata a partire dai dati del National longitudinal study of adolescent health – come tra i minori afroamericani, più di altri esposti a degrado e difficoltà, la presenza di un nonno in casa sia associata a sintomi depressivi inferiori e comportamenti meno devianti.
E non è finita. Effetti positivi riconducibili alla presenza dei nonni sono stati riscontrati anche in relazione all’obesità infantile. Una ricerca pubblicata nel 2016 su Pediatric obesity – realizzata su 39 minori in età prescolare dai ricercatori dello svedese Karolinska Institutet e dell’Institute of social and cultural anthropology presso l’Università di Oxford – ha infatti scoperto come il sostegno dei nonni sia collegato a livelli più bassi di obesità nei bambini. «Il nostro studio dimostra che il supporto emotivo dei nonni può avere un effetto preventivo contro l’obesità infantile, che è una malattia grave», ha commentato Paulina Nowicka, professoressa del Karolinska Institutet e coautrice di questo studio.
Dulcis in fundo, in quello che appare un bellissimo circuito di affetti – un bene, cioè, che ritorna dopo essere stato donato – accade che la presenza dei nipoti faccia del bene ai nonni, anzitutto tenendoli cognitivamente attivi. Fa testo a tal proposito uno studio pubblicato nel 2014 – intitolato Does grandparenting pay off? The effect of childcare on grandparents’ cognitive functioning – con il quale si è visto come i nonni che curano i nipoti settimanalmente mostrino migliori abilità verbali. E questo senza differenza di genere: a parità di tempo trascorso insieme ai nipoti, i benefici sono risultati simili per nonne e nonni. Più recentemente, nel 2019, un lavoro uscito sulla rivista Social science & medicine – con cui si sono prese in considerazione persone di 50 anni e più in 11 Paesi europei, per un totale di quasi 25.000 individui – ha riscontrato come «i nonni più attivi hanno dichiarato di godere di una salute migliore rispetto ai nonni che lo sono meno».
Certo, si potrebbe sempre obiettare che queste dichiarazioni non siano poi così accurate e che magari l’importanza attribuita agli affetti possa in qualche modo influenzare la valutazione della propria salute. Ma a parte il fatto che questa indagine ha considerato numerosi parametri (come i sintomi depressivi, la soddisfazione di vita e le criticità emerse nelle attività quotidiane), che son tutti risultati migliori per i nonni attivi, ci sono anche evidenze che hanno dimostrato in modo definitivo i benefici per gli anziani nello stare coi loro nipoti. Il riferimento, qui, è agli impressionanti esiti di quello che è noto come Berlin aging study, un maxistudio multidisciplinare – pubblicato a cura di Paul B. Baltes e Karl Ulrich Mayer del Max-Planck-Institut für Bildungsforschung – nel quale si è considerato un campione di 516 persone di età compresa tra i 70 e i 100 anni, che sono state divise in tre gruppi: i nonni che occasionalmente aiutavano con i nipoti, gli anziani che avevano alcune responsabilità di assistenza per persone non familiari e gli anziani che non prestavano assistenza a nessun altro. Ebbene, al termine di questa indagine ventennale si è visto come i nonni in prima linea nell’assistere fin dall’infanzia i loro nipoti mostrassero tassi di mortalità inferiori del 37% rispetto agli altri. Insomma, è proprio il caso di dirlo: lunga vita ai nonni che più fanno i nonni.
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