- Il ceo del brand calzaturiero: «Abbiamo vissuto momenti bui ma ci siamo sempre rialzati. Adesso costruiamo un museo».
- Il marchio Cult ha firmato un accordo con La compagnia delle pelli: «Puntiamo a quadruplicare il fatturato».
Lo speciale contiene due articoli.
Mario Valentino. Una storia tra moda, design e arte è il titolo del libro che racconta di una marchio partito da Napoli e diventato famoso nel mondo. «Ai primi del Novecento il nonno Vincenzo ha iniziato con le scarpe da uomo: era il fornitore ufficiale del re che passava quasi tutta l’estate a Napoli», racconta alla Verità, Enzo Valentino, ceo del brand e rappresentante della terza generazione. «Mio padre Mario imparò da lui a fare le calzature e nel 1953, data di iscrizione alla Camera di commercio, l’azienda prese il nome di Mario Valentino». L’ascesa fu immediata tanto che le scarpe di Mario Valentino finirono ai piedi di dive e donne da rotocalco come Farah Diba, Jackie Kennedy, Maria Callas, Liz Taylor, Catherine Deneuve, Catherine Spaak, le gemelle Kessler, Monica Vitti, Ornella Vanoni, Stefania Sandrelli. «E pure di Marcello Mastroianni, che andava a comperarle nel negozio di Milano».
Suo nonno prima e suo padre poi sono stati dei veri precursori.
«Senza dubbio. Mio padre era un vero e proprio stilista di calzature. Per poter stare all’altezza del design mondiale aveva la necessità di collegarsi a quegli stilisti, soprattutto in Francia, che ancora non erano conosciuti come Karl Lagerfeld. L’idea del tacco a spillo fu di Paco Rabanne mentre lavorava con noi qui a Napoli. Fu la Mario Valentino, quindi, a dare vita al tacco a spillo. Creò anche il primo mocassino sfoderato».
Le novità furono parecchie.
«Osò décolleté color rosa, intarsi e impunture a contrasto. Uscivano dal suo laboratorio venti paia di scarpe al giorno, quasi dei pezzi unici, fino al mitico sandalo piatto del 1954: un sandalo semplicissimo, nudo, ornato solo da un fiore di corallo trattenuto da due sottilissimi fili di perle di corallo. Conquistò il mondo e fece epoca. È tutt’ora esposto al museo della calzatura Bally di Schönenwerd in Svizzera. La preziosità di questa calzatura gli valse il primo redazionale su Vogue Francia e permise all’azienda di avere un contratto con la Miller di New York, l’unica azienda Oltreoceano che, all’epoca, importava scarpe di lusso e le distribuiva negli Stati Uniti».
E l’arte cosa centra con le calzature?
«Mario aveva per l’arte una passione profonda e concepiva la moda come un mondo affine; numerosi artisti come Warhol, Pomodoro o Rauschenberg apprezzarono e condivisero tale concezione. Sono celebri i sandali fotografati e serigrafati da Andy Warhol: sono cinque quadri con nostre calzature viste attraverso la sua arte. E di Warhol c’è pure un ritratto di mio padre».
Mario Valentino non è solo scarpe ma anche abbigliamento e borse.
«Abbiamo iniziato a fare borse nei primi anni Sessanta, ci venivano richieste per abbinarle alle calzature. Fummo costretti a impiantare un reparto metallurgico perché le fibbie di quell’epoca non erano adatte, a noi servivano d’alto artigianato. Usavamo per le nostre fibbie artistiche il metodo della cera persa, quello dei gioiellieri: a noi costavano tantissimo. E poi capi in pelle, il materiale che Mario Valentino padroneggia a regola e diventa l’elemento distintivo del brand».
Lei quando è entrato in azienda?
«Ho iniziato proprio nel reparto metallurgico, avevo 18 anni, subito dopo la il liceo. Continuai a lavorare anche quando mi iscrissi all’università, ho studiato in reparto fino alla laurea».
La Mario Valentino ha attraversato un periodo buio ma non avete mai mollato.
«Abbiamo avuto più momenti neri. Il primo, che non ho vissuto perché ero piccolo, è stato per la guerra in Israele del 1967, poi quella del Kippur del 1973 legata alla crisi del petrolio: i nostri clienti non pagavano più. Successivamente, nel 1991, c’è stata la guerra in Iraq ma piano piano ci riprendemmo anche in quell’occasione, in particolare con il mercato degli Stati Uniti. Nel 2001 ci furono le Torri Gemelle e ci fermammo di nuovo. Però non ci siamo mai arresi. In quel periodo vendevamo principalmente in Giappone mentre ora più in America e Europa. Ma un po’ dappertutto».
Avete mai pensato di vendere?
«Spesso si cade perché vengono meno le banche ma non è stato il nostro caso: gli istituti di credito hanno sempre avuto fiducia in noi. Siamo sopravvissuti e siamo tra i pochissimi marchi internazionali ancora in mano a una famiglia italiana. La maggior parte dei marchi importanti italiani sono stranieri. Ha venduto chi aveva difficoltà o chi non aveva eredi. Abbiamo saputo fronteggiare delle vere e proprie burrasche e ce l’abbiamo fatta. Lo dimostra anche l’apertura della nuova boutique Valentino a Milano».
A proposito di eredi, voi siete arrivati alla quarta generazione.
«Esatto. Le mie figlie Bianca e Giulia si occupano delle collezioni e coordinano l’ufficio stile. Loro sono il futuro. Ma rispettiamo la storia pensando a un museo: abbiamo raccolto diverse calzature del passato e le custodiamo gelosamente».
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