Tutti gli intrecci della Link, l’incubatrice grillina che ha partorito il premier
  • Convegni, nomi e progetti della creazione dell’ex ministro Vincenzo Scotti: un crocevia di figure e interessi internazionali che ha plasmato la classe dirigente M5s.
  • Dopo Yuryevich Korshunov arrestato anche un italiano con l’accusa di aver trafugato segreti Usa.

Lo speciale contiene due articoli.

Si è già prodotta molta letteratura, in qualche caso di genere fantasy e in qualche altro di carattere dolciastro e agiografico, sulla Link University patrocinata dall’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti.

Scotti è un uomo che nei suoi incarichi istituzionali (se non abbiamo perso il conto, è stato ministro sei volte, e complessivamente membro di 12 governi) che ha conosciuto e maneggiato le leve del potere (e dell’intelligence), abbinando a quest’esperienza un’attitudine politica piuttosto avventurosa: non a caso, nella giungla delle correnti della Dc, lo chiamavano Tarzan, per la sua capacità di mollare una liana e di afferrarne un’altra.

Sta di fatto che, al termine della sua parabola politica ufficiale, dal 2011, si è interamente dedicato alla sua creatura accademica. C’è voluto qualche anno, però, affinché il colpaccio andasse in porto. Le forze della seconda Repubblica, infatti, ritenevano di poter fare da sé – sia a destra che a sinistra – nella scelta del personale politico. Serviva dunque un terreno vergine da arare e coltivare, serviva carne fresca. Che è arrivata con la tumultuosa ascesa dei grillini.

Pure loro, però, finché c’era solo da urlare «vaffa», non si preoccupavano molto di darsi un minimo di attrezzatura. Ma quando si sono resi conto che poteva scattare la prospettiva del governo, quando cioè hanno sviluppato una «domanda» di personale e di quadri anche di alto livello, zac, si sono ritrovati davanti il vecchio Tarzan già pronto a scodellare per loro una «offerta» corrispondente. Vi serve un luogo di elaborazione? Eccolo qua. Vi serve magari un serbatoio a cui attingere? Venite pure nel palazzo – oggi sede della Link University – che fu di Pio V Ghisleri, prima grande inquisitore e poi uno dei papi protagonisti della Controriforma.

Naturalmente stiamo semplificando, le cose sono sempre più complesse. Ma l’intuizione di Scotti è stata tanto semplice quanto geniale, dal suo punto di vista: come ti erudisco il pupo, anzi il Movimento. All’inizio del 2018, non a caso, Luigi Di Maio, candidato premier pentastellato, scelse proprio la Link per illustrare le linee di politica estera del Movimento 5 stelle. E, a margine dell’evento, in un colloquio con Francesco Bechis per Formiche.net, Scotti mascherò sotto un elegante velo di understatement un autentico trionfo personale: «Di Maio? Non è un democristiano ma neanche un rivoluzionario. Sta prendendo atto che per governare ci vuole una cultura istituzionale».

Come si ricorderà, quando Di Maio, sempre prima del 4 marzo 2018, si fece affiancare da una serie di personalità che ipoteticamente avrebbero fatto parte del suo futuro governo, in caso di monocolore M5s, almeno due nomi targati Link occupavano altrettante caselle decisive: Paola Giannetakis agli Esteri ed Elisabetta Trenta (che poi – ahinoi – ce la fece davvero) alla Difesa.

Ma un evento a suo modo emblematico – se non decisivo – si era verificato già molto tempo prima. Siamo nel maggio del 2017, ancora 10 mesi prima delle politiche, ma con i grillini già in testa ai sondaggi. Tirava aria molto buona per loro, con il sorpasso sul Pd certificato da molte rilevazioni. E cosa fece la Link? Un evento in cui i grillini non c’entravano affatto: una superconferenza internazionale (dal pomposo titolo «Globalization, inclusion and sustainability in a global century») in collaborazione con la Fondazione Tor Vergata Economia.

Molti nomi internazionali nei diversi panel di discussione: Jean Paul Fitoussi, Dominick Salvatore, Sabino Cassese, Franco Frattini (anche lui in forza alla Link), il futuro ministro Giovanni Tria (dell’Università di Tor Vergata), rappresentanti della Santa Sede (Paul Richard Gallagher), docenti di svariati atenei da mezzo mondo. E poi ancora, in ordine sparso, Elisabetta Belloni (allora segretaria generale al ministero degli Esteri) e lo storico cattolico Alberto Melloni, gran difensore della linea bergogliana. Un convegnone, senza alcun dubbio.

Occhio anche ad alcuni altri partecipanti: c’era il fantomatico Joseph Mifsud (il professore maltese poi misteriosamente sparito, e variamente protetto, al centro del trappolone ordito contro George Papadopoulos per incastrare Donald Trump); c’era Nagi Idris, del London centre of international law practice (organizzazione che Papadopoulos ha definito «sospetta» nell’intervista rilasciata l’altro giorno alla Verità: ed è stato proprio Idris, nel racconto di Papadopoulos, a indirizzarlo verso la Link); e c’era pure – udite udite – il famoso giurista Guido Alpa, del quale si è a lungo parlato a proposito dei suoi legami con Giuseppe Conte, sia come commissario d’esame nel concorso da professore ordinario vinto da Conte nel 2002, sia per una relazione professionale tra i due giuristi (temi oggetto di un’interrogazione parlamentare leghista, come si sa). Sta di fatto che al convegno del maggio 2017 c’era pure Alpa. Non mancava proprio nessuno.

Nulla di illegale o di inopportuno, sia chiaro. Un convegno è un convegno: in questo caso, anche assai riuscito e partecipato. Ma esprime un’atmosfera: gran burocrati di Stato, futuri ministri, ambienti bergogliani, ragnatele internazionali particolarissime (come si è scoperto molto dopo). Si potrebbe dire, in termini culturali e soprattutto di reti di relazioni: la «fabbrica dei Conte», anzi la «fabbrica dei Giuseppi».

Quando i grillini hanno chiesto personale e consigli – è l’ipotesi che si può avanzare a posteriori – hanno trovato pronti l’uno e gli altri. E magari pure un candidato premier da proporre (sconosciuto: dunque «perfetto», apparentemente senza peccato e senza precedenti politici) nel momento in cui, con un contratto di governo da riempire, a maggio 2018, serviva un nome da proporre agli alleati del momento.


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