sempio intercettazioni
Andrea Sempio (Ansa/Rai1)

«Se mi chiamano a parlare io gli devo dire le cose come stanno». Il problema, per Andrea Sempio, non è legato soltanto a ciò che gli inquirenti potrebbero aver scoperto. Ma anche a ciò che alcuni dei suoi vecchi consulenti potrebbero avere fatto (almeno questo sembra il suo sospetto) senza dirglielo.

Soldi, documenti, telefonate con i carabinieri. E il timore che qualche iniziativa presa durante le indagini del 2017 possa presentare il conto quasi nove anni dopo.

Ne parla con i genitori Giuseppe e Daniela Ferrari mentre fa riferimento ai carabinieri di Pavia. «Non è che io non glielo dico o gliele dico diverse per proteggere quello… vaffanculo… se no poi mi fanno un culo così a me».

La registrazione è del 21 novembre 2025. Nella stessa informativa, che raccoglie le intercettazioni dei mesi successivi alla riapertura delle indagini e che erano rimaste inedite, torna il nome di Silvio Sapone, allora luogotenente dell’aliquota di polizia giudiziaria di Pavia.

Guidava i militari dallo «stanzone» della Procura in cui si era annidata la «Squadretta». «Con Sapone», racconta Andrea, «gli ho detto verrà fuori un merdone». E precisa: «Sapone è quello che mi aveva chiamato, che mi voleva parlare però fuori dalla caserma… così che io ho detto di questo qua non mi fido e l’ho passato a Soldani».

Federico Soldani è uno dei tre avvocati (gli altri due sono Massimo Lovati e Simone Grassi) che all’epoca difendeva Sempio. I tabulati hanno confermato i contatti: il 21 e 22 gennaio 2017 ci furono chiamate tra Sempio e Sapone.

Il 22 gennaio Andrea chiamò il numero privato del militare per cinque minuti e 15 secondi; seguirono 52 secondi e un messaggio. Risultano anche contatti con Soldani.

I tabulati, però, non raccontano che cosa si siano detti gli interlocutori. E c’è un nuovo soliloquio durante il quale Sempio cerca di mettere in fila l’accaduto.

L’1 ottobre 2025 una microspia nascosta nella sua auto registra: «Mi ha chiamato qualcuno dicendo di essere delle forze dell’ordine, voleva parlarmi del caso, mi è sembrata una chiamata un po’ strana, ho dato il numero a Soldani e poi non ho più fatto nulla».

Il 7 novembre 2025 ne parla con un altro interlocutore. Racconta tre chiamate senza risposta e una sua richiamata. «Eh ma è un interrogatorio?», avrebbe domandato al carabiniere.

«No no parliamo così», la risposta che attribuisce al militare. «Ma devo venire in caserma?», avrebbe chiesto Sempio. «Ci vediamo da qualche parte», sarebbe stata la risposta. Andrea dice di aver coinvolto Soldani e di aver poi avvertito il chiamante: «Guardi parlerà direttamente col mio avvocato».

Il 6 novembre, poi, Andrea discute proprio dell’inchiesta per corruzione, quella che era a Brescia perché si ipotizzava un coinvolgimento dell’ex procuratore Mario Venditti (posizione archiviata con trasmissione degli atti a Pavia con indicazioni sull’ipotesi di corruzione legata, questa volta, agli investigatori).

Teme avvisi di garanzia «anche per gli avvocati, per Soldani» e «anche per Sapone probabilmente e… forse anche Spoto». Il maresciallo Giuseppe Spoto, che l’8 febbraio 2017 raggiunse Sempio al centro commerciale per notificargli un invito a comparire, trattenendosi con lui per oltre un’ora.

Quelle di Sempio ovviamente sono previsioni che probabilmente derivano dalle notizie delle perquisizioni che nell’ottobre 2025 Sapone e Spoto subirono da non indagati.

Ma è a questo punto che Sempio introduce un passaggio clamoroso: «Non vorrei che davvero Soldani abbia avuto dei contatti con Sapone oltre quelli che so io, non vorrei che avesse davvero… recuperato delle carte».

Il condizionale utilizzato da Andrea è decisivo: non dice di sapere che quelle carte siano state recuperate, ma teme che possa essere accaduto. La mamma chiede: «E che cosa ci potrebbe succedere?». «Bisogna vedere che elementi trovano», risponde il figlio.

E attribuisce a un certo Vittorio un avvertimento: «Secondo me… andrà sui carabinieri… occhio a Sapone». Accenna a presunti «giri». Poi conclude: «Non vorrei che Soldani abbia davvero fatto qualcosa dietro le spalle che non sappiamo».

A questo punto cita la famosa consulenza di Pasquale Linarello relativa alla presenza di dna maschile sotto le unghie di Chiara Poggi utilizzata dall’ex comandante del Ris Luciano Garofano: «Noi non sappiamo da dove arriva».

Il passaggio successivo sembra collegare la provenienza di quel documento ai carabinieri. Il 7 novembre riferisce voci su un’indagine «più orizzontale» e anche lui chiama il gruppetto di militari che indagava la «Squadretta».

Parla di «soldi… ai carabinieri per non so… far uscir alcune cose». Infine ipotizza che Soldani possa aver ottenuto una consulenza attraverso quei militari. Ma aggiunge: «Poi magari… non lo so».

Anche la mamma di Andrea ha dei dubbi e domanda: «Te lo sai cos’ha fatto Soldani con i tuoi soldi?». Insiste: «E se lui dice che era d’accordo con te? Che non è vero, cosa fai?».

Papà Giuseppe replica: «Io dico che non è vero è lui che ha parlato con (incomprensibile)… mica ci ho parlato io… né con lui né con l’altro, è lui che ha fatto tutta la baraonda».

Daniela scava nei ricordi. E salta fuori una visita all’avvocato il 24 dicembre: «C’era solo Soldani, avevo il libretto degli assegni e non li ha voluti».

In seguito il marito le avrebbe riferito: «M’ha telefonato Soldani, vuole i soldi […] 2.000 euro». Alla proposta di un assegno, Giuseppe avrebbe risposto: «No li vuole in contanti […] siamo andati assieme in posta a prenderli… e io quella cosa lì me la ricordo bene».

Il giorno in cui Soldani e Grassi vengono convocati a Brescia come persone informate sui fatti la questione torna al centro delle chiacchierate tra papà e mamma Sempio.

L’intercettazione viene riassunta così dagli investigatori: «Giuseppe dice che alla Finanza non interessano i soldi, interessa sapere che rapporti avevano con Spoto e l’altro».

Ed è il papà di Andrea a dedurre: «A loro interessa se lui (Soldani) con quei soldi li ha corrotti». Per ora si tratta delle interpretazioni della famiglia Sempio. E Andrea sembra offrire soltanto una promessa: «Se mi chiamano a parlare io gli devo dire le cose come stanno».

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