Medici in camice bianco durante l’attività ospedaliera, immagine generica a corredo del caso delle tre infettivologhe di Ravenna
Tre infettivologhe dell’ospedale di Ravenna potranno tornare in corsia dopo l’annullamento con rinvio delle misure cautelari da parte della Cassazione (iStock)

Per la Procura di Ravenna avrebbero firmato certificati falsi pur di impedire il trasferimento degli immigrati irregolari nei Cpr. Per la Corte di Cassazione, invece, le tre infettivologhe del Santa Maria delle Croci di Ravenna sospese per dieci mesi dalla professione meritano un nuovo giudizio sulle misure cautelari. E così i camici rossi della galassia No Cpr, dopo l’udienza di venerdì scorso, incassano una prima vittoria giudiziaria, mentre l’inchiesta che li accusa di aver sabotato la macchina delle espulsioni resta in piedi.

I giudici della Quinta sezione penale della Suprema corte hanno infatti annullato con rinvio i provvedimenti disposti dal gip Federica Lipovscek nei confronti delle tre dottoresse. E toccherà al tribunale del Riesame di Bologna tornare a valutare la proporzione delle misure cautelari disposte nell’ordinanza del 13 marzo 2026. Per le indagate e i loro sostenitori è già tempo di festeggiare. Per la Procura, però, la partita è tutt’altro che chiusa. E il punto è che la Cassazione non ha cancellato le accuse né stabilito che quei certificati fossero autentici. Il reintegro in corsia delle tre infettivologhe, però, è ora più di una semplice ipotesi.

Le accuse e le motivazioni del gip

Le dottoresse Anastasia Zoffoli, Elisa Vanino e Marta Zatti (tre degli otto indagati nel filone principale) erano state raggiunte dai provvedimenti più severi. Le indagini coordinate dalla pm Angela Scorza avevano indotto il gip a distinguere le loro posizioni da quelle degli altri camici indagati (per i quali era stata disposta l’interdizione dalla certificazione). Un discrimine reso necessario non solo in virtù «del maggior numero» di presunti «falsi» dalle «stesse emessi rispetto agli altri medici», ma anche in ragione «dell’intensità dell’elemento soggettivo che ha connotato il comportamento dalle stesse tenuto».

A pesare, nel giudizio del gip, non è stata dunque «l’adesione a determinate idee», ma il fatto che la condivisione delle stesse si sia tradotta poi «nell’adozione di comportamenti antigiuridici particolarmente gravi e in contrasto con le regole deontologiche tanto care alle indagate». Spingendosi fino a disattendere «in modo del tutto immotivato il parere di colleghi su materie in cui questi ultimi vantavano delle specializzazioni».

Per la Procura, la condotta delle tre professioniste era la dimostrazione limpida di «un’inadeguatezza tout court a svolgere attività medica in contesti multidisciplinari». Una stroncatura in piena regola dell’operato delle tre dottoresse che avrebbero, secondo gli inquirenti, violato la stessa deontologia che promettevano di tutelare a colpi di militanza politica in camice bianco.

Al momento non sono note le motivazioni della Quinta sezione, ma la decisione della Suprema Corte ha nei fatti stabilito che le motivazioni adottate dal gip Lipovscek nell’ordinanza non fossero sufficienti per giustificare la portata delle misure interdittive applicate alle infettivologhe (indagate per falso ideologico continuato).

Un concetto ribadito ieri anche dai legali delle tre professioniste, intervenuti non appena si è avuto notizia del risultato del riesame. L’annullamento disposto dalla Cassazione, per gli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro, «restituisce alle dottoresse la dignità personale e professionale così duramente aggredita dall’inchiesta ravennate».

Il comunicato diventa anche l’occasione per l’ennesimo affondo nei confronti del lavoro di Scorza e degli investigatori, finiti nel mirino dell’area politica che di solito si schiera a totale difesa della magistratura. La Fp Cgil, per esempio, si è affrettata a diramare una nota con la quale esulta per la decisione della Cassazione e condanna «la strumentalizzazione politica scatenata, prima di accertare qualsiasi responsabilità».

Poi il passaggio sulla sproporzione delle misure cautelari applicate che, secondo i difensori di Zatti, Vanino e Zoffoli, «dà conto della necessità di una rilettura della vicenda improntata ai valori che innervano il nostro ordinamento costituzionale». C’è spazio anche per il solito tormentone intriso di ovvietà, eretto a motto della causa No Cpr: «I medici devono rimanere prima di tutto garanti della salute e della cura di ogni individuo, non in quanto partecipe di una determinata comunità, ma quale essere umano».

La rete No Cpr e il nodo delle espulsioni

L’armata che combatte le strutture di detenzione amministrativa, finalizzate al rimpatrio dei clandestini, gode del supporto di un’ampia base sociale. I dottori sono solo la punta dell’iceberg di un movimento che appare ben ramificato tra le associazioni inserite nella macchina dell’accoglienza e le reti di avvocati pronti a offrire un paracadute legale.

Nella logica del movimento di cui Nicola Cocco (indagato per associazione a delinquere nella seconda tranche dell’inchiesta) è tra gli ideologi, i medici sarebbero il braccio operativo per sabotare la filiera delle espulsioni, vanificando così le leggi statali che normano la materia. Tutti i medici indagati continuano a fare quadrato respingendo ogni addebito proveniente dalla Procura di Ravenna.

E ora la palla passa ai giudici di Bologna, che non saranno chiamati a stabilire se le tre dottoresse abbiano commesso i reati contestati, ma se esistano ancora i presupposti per limitarne l’attività professionale durante le indagini. Nel rispetto delle indicazioni offerte ora dalla Cassazione.

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