- Italia viva, Pd e centrodestra votano per il conflitto di attribuzione. Sui messaggi usati nell’inchiesta Open deciderà la Consulta. L’attacco del senatore semplice: «Non si può violentare la vita delle persone».
- Il giudice dà torto ad Andrea Conticini e alla moglie Matilde, sorella dell’ex premier, per i nostri articoli sui regali di Stato finiti a Rignano. Sconfitto pure babbo Tiziano.
Lo speciale contiene due articoli
Nell’ottavo anniversario della sua nomina a presidente del Consiglio, ieri, Matteo Renzi si è goduto una giornata di grandi soddisfazioni, vissuta con il piglio del padre costituente.
Il Senato doveva decidere se sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzioni per l’utilizzo di comunicazioni Whatsapp di Renzi da parte della Procura di Firenze senza la previa autorizzazione di Palazzo Madama. E l’Aula ha dato un netto responso favorevole all’ex premier con 167 sì e 76 no. Al fianco del fu Rottamatore il centrodestra e anche il Pd di Enrico Letta che ha visto spaccato l’asse con il Movimento 5 stelle e Leu. Un altro regalo per Renzi. Che, per quanto riguarda l’inchiesta Open, in attesa dell’udienza preliminare, ha già incassato cinque sentenze favorevoli della Cassazione sull’illegittimità dei sequestri. Un filotto a cui manca solo l’iscrizione per abuso d’ufficio a Genova dei magistrati che lo accusano di finanziamento illecito.
Ma anche questo risultato sembra alla portata, dopo la presentazione da parte dello stesso leader di Italia viva di una denuncia contro i suoi accusatori, Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Antonino Nastasi. Ieri, in modo sibillino, il procuratore facente funzioni del capoluogo ligure, Francesco Pinto, ci ha detto: «Se abbiamo fatto le iscrizioni? Formalmente non ancora. Siamo ancora in fase di identificazione».
L’altro ieri Renzi aveva annunciato: «Sto preparando un intervento dei miei, di quelli che restano. Farò tremare il Senato!».
Non ne ha avuto bisogno. Ha fatto un discorso meno infervorato e sguaiato del solito, quasi da uomo delle istituzioni. Non era più quello del 2019, quello che intervenne in Aula dopo le perquisizioni a carico dei suoi finanziatori e dei suoi collaboratori. Ieri è stato quasi serafico. E anche gli applausi sono stati contenuti.
Ha recitato la sua parte sapendo di avere quasi in tasca la vittoria contro i pm che ritengono che i milioni di euro inviati a Open siano un finanziamento non dichiarato diretto proprio e solo a lui, al politico Matteo Renzi e non alla sua fondazione.
Certo ai pm il senatore non ha risparmiato attacchi, ma questa volta non è sceso sul piano personale, forse per non sentirsi dare dell’eversore. Per lui il voto sul conflitto di attribuzioni non aveva niente a che vedere con la sua posizione di imputato, con la Leopolda o la fondazione. Concetto che ha ribadito più volte. «Oggi non parliamo di me, parliamo di noi, di voi. […] parliamo di Costituzione» ha spiegato ai colleghi, ergendosi a difensore delle guarentigie dei parlamentari.
Ha giocato come il gatto con il topo: «Si vergogni chi pensa che qui stiamo attaccando la magistratura. Noi stiamo rispettando la magistratura al punto da citare la Corte di cassazione». Ha ricordato che per gli ermellini durante l’indagine ci sarebbe stato «un inutile sacrificio di diritti» e «una non consentita funzione esplorativa», la cosiddetta «pesca a strascico». Ha rivendicato che tutti i denari destinati alla fondazione sono arrivati tramite bonifici, in modo trasparente. Ha riaffermato un suo vecchio cavallo di battaglia: «L’indagine qui non è sui soldi, l’indagine qui è su che cosa è un partito e su cosa non lo è». Per lui la situazione è peggiore che durante Tangentopoli: allora interrogavano i tesorieri, adesso i pm «si determinano come i nuovi segretari organizzativi perché forse i partiti non sono più messi bene come prima».
Ha evidenziato, con una punta di malizia, che l’accusa punta sulla testimonianza di alcuni suoi ex colleghi del Pd, mentre la difesa sfodera le sentenze della Cassazione. Ha ribadito che la legge deve essere uguale per tutti e che quindi la sua denuncia a Genova non è un atto «eversivo», bensì un richiamo al rispetto delle norme da parte dei «custodi della legge» che, come i politici, non hanno diritto all’«impunità».
Mentre spiegava che il punto della questione non è il fatto che la sua sfera personale sia stata data «in pasto» ai giornali e non solo, dalle lettere personali (come quella di babbo Tiziano) al conto corrente, ha, però, gridato che «non è consentito a nessuno di violentare la vita delle altre persone». Ha definito il mondo dei media «corresponsabile» della Guerra dei trent’anni tra politica e magistratura, soprattutto quando per la presunta «gazzetta della Procura», «la velina» dei pm «vale più della sentenza della Cassazione».
L’attacco ai magistrati fiorentini è andato avanti: «Si ritengono depositari di una imprecisata verità fattuale, sostituti del potere politico nell’organizzazione delle forme della politica, ispiratori di articoli, commenti e veline, ma addirittura si ritengono padri e madri costituenti pronti a disattendere il dettato costituzionale». Poi ha giurato di non voler scappare dal processo, perché in aula andrà «a testa alta», udienza dopo udienza, a dire che «siamo di fronte a uno scandalo». La sua richiesta di sollevare il conflitto di attribuzioni avrebbe un unico obiettivo, quello di ribadire che son reato «rubare», «l’abuso d’ufficio», «non rispettare la Costituzione», «violare il segreto istruttorio», «diffamare», mentre non lo è «fare politica». In sostanza i mariuoli sono i pm di Firenze e alcuni giornalisti, non i politici, non lui. Che continua «a difendere l’idea che la politica non faccia schifo» e che intende combattere i populisti politici, ma soprattutto «coloro i quali che violano le regole della Costituzione perché pensano di fare paura a chi invece paura non ha». Per capire a chi si riferisca, citofonare Procura di Firenze.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >