- Intrighi e affari a Roma dietro i centri per l’emergenza abitativa: ecco la mappa completa dello scandalo.
- L’Aler denuncia l’affare degli stranieri: s’impossessano degli immobili popolari, li comprano e li danno in locazione. Un mistero le banche che erogano loro i mutui.
Lo speciale contiene due articoli.
A Roma non c’è niente che sia più eterno dell’emergenza abitativa. E i Caat, centro di assistenza alloggiativa temporanea (solo nel nome), rappresentano l’esempio di cosa succede quando si innesca un connubio di interessi tra politici, imprenditori e soggetti del «mondo di mezzo». Strutture spesso fatiscenti, situate in periferia. In cui una politica miope, con la compiacenza dei «palazzinari», appalta i servizi di vigilanza a clan egiziani e rom. Così loro occupano la terra di nessuno per trasformarla in quella del degrado. Con il denaro dei contribuenti.
Sebbene ne siano stati chiusi una quindicina, i Caat romani sono ancora 15 (ai quali vanno aggiunte 7 strutture diffuse). Quando erano tutti aperti, costavano al Comune 35 milioni di euro l’anno. Oggi la spesa è scesa alla «modica» cifra di 24.735.816 di euro Iva compresa. Gli immobili appartengono quasi tutti a storici costruttori della Capitale, ma ci sono anche delle eccezioni: per esempio quello della Immobiliare Ten srl, locatrice della struttura in via Francesco Tovaglieri. La società fa capo a Riccardo Totti, fratello della leggenda romanista Francesco.
Il quartiere Alessandrino è la prima tappa del nostro viaggio in questa giungla. Per la precisione, via Vincenzo Tineo 21. Qui si trova il palazzone (10.239 metri quadri) dove vivono 407 persone. L’immobile è di proprietà della San Vitaliano 2003 srl, società del costruttore capitolino Mauro Baldassari, il quale l’ha affittato a Roma capitale, che lo utilizza per l’assistenza alloggiativa temporanea. In base all’accordo stipulato tra il Comune e il costruttore il 21 marzo 2008 (uno degli ultimi atti della giunta di Walter Veltroni), il Campidoglio paga 3 milioni per l’affitto per l’immobile e le varie attività di corollario: 1,8 erano destinati al costruttore e 1,2 milioni per manutenzione ordinaria e straordinaria, fornitura degli arredi, pulizia delle parti comuni, censimento visitatori (attraverso il portierato sociale), coordinamento con i servizi sociali, portineria e vigilanza. Le ultime due prestazioni sono, o dovrebbero essere, un servizio di portierato con funzioni di generica sicurezza dell’immobile da parte di soggetti non armati in contatto, se necessario, anche con le forze dell’ordine e quindi viene effettuato anche da ditte senza specifica licenza della Prefettura. A quanto risulta alla Verità, Baldassari spenderebbe poco più di 20.000 euro al mese per questa attività di «sicurezza» (oltre 260.000 l’anno).
L’appalto è stato recentemente affidato alla Falcon security srl, che è subentrata alla Power security srl e le due società, come vedremo, hanno un cordone ombelicale che le collega. Partiamo dalla seconda: i soci titolari sono Tetyana Glazkova e Shady Torkey, ed entrambi vivono da una decina d’anni in via Tineo. Ciò contrasta con la normativa, che prevede precisi requisiti reddituali per usufruire dell’alloggio, visto che la loro società fatturava almeno 260.000 euro annui. In realtà il responsabile di fatto della Power security srl sarebbe Fathy Torkey, il padre di Shady. L’azienda non ha mai presentato un bilancio alla locale camera di commercio. L’egiziano Fathy Torkey (padre di quattro figli, di cui uno detenuto) sembra fosse un dipendente o socio lavoratore della cooperativa La Cascina, coinvolta in Mafia capitale. Metodi di gestione della sicurezza poco urbani, per usare un eufemismo, vengono contestasti ai Torkey da altri ospiti (anche su Facebook), ma la situazione sarebbe divenuta insostenibile nel giugno del 2019, quando, si legge nelle carte, quattro agenti della polizia municipale sarebbero stati aggrediti da uno dei membri dei Torkey, tale Mohamed (il figlio attualmente detenuto). A scatenare la presunta violenza di Mohamed Torkey, l’intromissione degli agenti nella lite tra lui e la convivente scappata in strada. Nessuno della «security», secondo l’accusa, avrebbe mosso un dito in quella circostanza. A questo punto la decisione del Comune di Roma diventa quella dell’allontanamento dei Torkey dall’edificio in maniera definitiva, una decisione che sarebbe stata condivisa dal Dipartimento delle politiche abitative con la proprietà dell’immobile. Che, poco dopo, revoca l’incarico alla Power security e affida il servizio a G7 international srl, altra ditta che si occupa di sicurezza, che sarebbe dovuta subentrare nell’appalto per la vigilanza il 2 dicembre 2019.
Il giorno del previsto passaggio di consegne tra la G7 international srl e la Power security srl, i nuovi arrivati sarebbero stati controllati a vista sin dal primo momento del loro ingresso in via Tineo. Il primo ad avvicinarsi al personale di G7 international srl sarebbe stato uno dei figli di Fathy Torkey, che avrebbe preso tempo con i suoi interlocutori in attesa dell’arrivo del padre. Costui sarebbe arrivato dopo un’ora, accompagnato dal suo autista a bordo di una Mercedes. Fathy Torkey si sarebbe rifiutato di effettuare il cambio di appalto, motivando la sua obiezione con la pretesa del vincolo contrattuale. A nulla sarebbe servito ricordargli che aveva ricevuto una lettera di recesso. A questo punto sarebbero scattate le minacce: Fathy e Shady Tortkey avrebbero annunciato l’arrivo di decine di rom pronti ad allontanare G7 e i suoi e avrebbero «sconsigliato» di assumere l’incarico perché, altrimenti, nelle 24 ore seguenti, la società subentrante l’avrebbe perso a prescindere, dovendo «scappare» da quel luogo. A questo punto il rappresentante della G7 fa una denuncia per minacce ai carabinieri, un’altra per presunte irregolarità di gestione al nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Roma e una terza all’ispettorato del lavoro.
Nei giorni successivi Mauro Baldassari avrebbe dapprima ricucito i rapporti professionali con i Torkey e poi, attraverso la sua San Vitaliano 2003 srl, ha fatto pervenire la lettera di recesso alla G7. Successivamente avrebbe conferito il nuovo incarico alla Falcon security srl. Abbiamo contattato telefonicamente Baldassarri per un chiarimento: «In questo momento non le so rispondere. Devo verificare, mi richiami». Siamo andati al Caat per verificare di persona. Nei pressi del palazzo stazionano stranieri che indossano un cartellino «artigianale» in cui vengono qualificati come «security». Però della vecchia società, la Power security srl. Nome che abbiamo notato pure nel gabbiotto della portineria, presidiata (attiva 24 ore su 24, come evidenziato da un cartellone) anch’essa da uno degli addetti alla vigilanza. Della strana coincidenza abbiamo chiesto conto a Daniele De Lorenzo, amministratore e socio unico della Falcon security srl, che ha sede in via Casilina 1038, indirizzo che corrisponde con una precedente residenza di Gehad Torkey, uno dei figli di Fathy. Ma le stranezze non sono finite. A quanto ci risulta, l’«imprenditore» De Lorenzo, in un censimento dello scorso anno, era destinatario della misura assistenziale presso il residence Tineo con la sua famiglia. Dunque, a gestire la sicurezza del residence è un signore che, almeno sino a qualche mese fa, dichiarava di versare in una condizione di disagio.
Certo, esistono i miracoli natalizi: infatti la Falcon nasce all’improvviso dopo il recesso di Baldassari con la G7, precisamente il 16 dicembre 2019, e conquista immediatamente l’appalto. «Su questo palazzo (quello di via Tineo, ndr)», ci avverte De Lorenzo al telefono, «sono state dette tante fesserie». Per questo cerchiamo di fissare un incontro di chiarimento. «Va bene, però prima ne parlo con i miei soci e voglio che siano presenti anche loro». Soci? Qualcosa non torna: alla Camera di commercio, De Lorenzo risulta unico proprietario. Comunque accettiamo la proposta. Purtroppo, nonostante i ripetuti tentativi di ricontattare De Lorenzo, l’uomo ha evitato di risponderci per diversi giorni.
Se i Torkey dettano legge in via Tineo, nel centro di assistenza alloggiativa temporanea di Val Cannuta comandano i Bevilacqua. Famiglia rom di origine abruzzese, stesso ceppo e ceffo dei più conosciuti Di Silvio e Spada. Al nostro arrivo stazionavano qualche metro avanti all’ingresso. «Lamentano stipendi da fame, però», ci dice una fonte che vuole restare anonima, «li vedo con macchine fiammanti, smartphone ultimo modello e una famiglia con due-tre figli da mantenere. Dove li prendono questi soldi?». Prosegue la fonte: «Non è un caso che molte delle persone che risiedono qui siano agli arresti domiciliari. Gente che per vivere delinque. I cosiddetti portinai nei confronti di queste persone sono molto accondiscendenti, il che mi fa pensare che ricevano qualche stecca». Ad avvalorare la tesi c’è un fatto di cronaca. Lo stabile di Val Cannuta è stato teatro del rapimento di un bambino di 9 anni a scopo di estorsione, per mancato pagamento di un debito di droga di 5.000 euro all’interno dello stesso palazzo. Procedimento che ha avuto come protagonisti l’ex pugile Mirco Ricci (ex campione intercontinentale Wba e italiano dei mediomassimi) e la madre Palma Condemi, in cui la prima Corte d’Assise d’Appello di Roma ha condannato i due a 11 anni e 10 mesi di carcere ciascuno. I giudici hanno accertato che Ricci si era presentato a casa della vicina per riavere indietro una partita di droga, le aveva sferrato dei pugni lesionandole due costole e poi aveva trascinato via il bambino: «Se lo rivuoi, tira fuori i soldi». A Val Cannuta risiedevano anche i balordi che hanno costretto sulla sedia a rotelle la speranza del nuoto italiano Manuel Bortuzzo.
Ma i problemi a Val Cannuta non finiscono qui. Come in tutti i Caat romani il servizio di manutenzione lascia a desiderare. «Colonne fognarie scoppiate e cortocircuiti qui», dice la nostra guida, «sono all’ordine del giorno». E ancora: «L’immobile sarebbe dotato di tre ascensori: però due sono un mistero glorioso, sono fermi da anni; lo scorso agosto si è rotto anche il terzo». Risultato? «Hanno impiegato due mesi per aggiustarlo, però essendo usato da 700 persone non durerà a lungo». Ma c’è di più: «Escrementi di cane, blatte e topi sono presenze fisse. Da quando abito qui non hanno messo un chiodo per la manutenzione». La proprietà, l’Immobiliare Pollenza 2005 srl del gruppo Pulcini, intasca un canone da 2.500.000 di euro. La famiglia Pulcini (Antonio patriarca, Daniele e Gabriele i figli), che è stata coinvolta in numerose inchieste giudiziarie tra cui Mafia capitale (Daniele è stato assolto «per non aver commesso il fatto»), ha altri due immobili adibiti a Caat: quello di via del Casale Lumbroso frutta una cifra di poco superiore ai due milioni di euro e quello di Acilia. Qui in via Serafino da Gorizia, reti di materassi, monopattini e sacchetti di rifiuti quasi «nascondono» i cassoni dell’immondizia. «All’interno dell’immobile», ci ha rivelato una fonte, «c’è un considerevole nucleo di famiglie che dovrebbe essere sgomberato». Però è tutto fermo e ciò «configura un consistente danno erariale per l’amministrazione capitolina, quantificabile in euro 3 milioni 766.515,84 da corrispondere ai Pulcini, fino alla restituzione dell’immobile».
Anche il quartiere Capannelle, nelle vicinanze dello storico ippodromo, ha il suo Caat. Palazzo dallo stile moderno, di otto piani color bianco. Posizionato a ridosso della strada non ha lo spazio per i gabbiotti della «vigilanza» rom che staziona all’interno e dall’altro lato della strada dove si trova il parcheggio, alla cui estremità sono disposte un paio di roulotte dormitori. «Da notizie apprese presso l’Italgas», ci viene raccontato da una fonte, «sono stati apposti i sigilli al contatore per una morosità a carico del gestore dell’immobile. Da contratto sono a carico del locatore i servizi di riscaldamento con manutenzione ordinaria e straordinaria. La totale assenza di correttezza nella gestione del sito costituisce un gravoso onere per Roma capitale». Inoltre «il nuovo dirigente delle politiche abitative ( Stefano Donati, ndr) ha comunicato alla proprietà Serenissima Sgr spa di voler continuare a utilizzare la struttura. E per evitare che venga chiusa fanno i rinnovi mensili».
Vale la pena ricordare che nei confronti di Donati pendeva una richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Bari, che gli contestava i reati di abuso d’ufficio e falso. Secondo l’accusa, insieme con altri due indagati, avrebbe rilasciato illegalmente la concessione di un’area di una spiaggia barese nello stesso giorno in cui quel suolo era stato sottoposto a sequestro. Donati ha preso il posto di Aldo Barletta, il quale, in passato, si oppose alle logiche di Salvatore Buzzi (condannato in appello a 18 anni e quattro mesi di reclusione nel processo Mafia capitale). Ma questa medaglia non lo ha salvato: Barletta, è stato fatto «traslocare» con un’ordinanza del luglio 2019 alla direzione del Centro Carni dal sindaco Virginia Raggi.
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