- Lo sloveno Manfred Forte doveva alloggiare gratis con la famiglia dell’ex parlamentare nel lussuosissimo Mamounia, 4.500 euro a notte. Poi gli arresti e ciao vacanza. I servizi: «L’uomo di Articolo 1 e Cozzolino a libro paga dal 2019».
- «Panzeri e Cozzolino a libro paga dal 2019 per levare il Marocco dagli Stati canaglia». I servizi belgi e olandesi: lobby sulla lista di chi non rispetta i diritti umani. L’ex europarlamentare e Nicolò Figà-Talamanca restano in cella.
Neanche in Vacanze di Natale c’era un tale sfoggio di ricchezza cafona. Ma la famiglia Panzeri evidentemente non si preoccupava di essere scambiata per il cast dei cinepanettoni. E anche questa volta al suo referente marocchino, l’ambasciatore marocchino Abderrahim Atmoun, Pier Antonio aveva chiesto di non badare a spese per la trasferta di Capodanno con moglie, figlia e «genero» al seguito: nove notti, dal 27 dicembre al 5 gennaio, nell’hotel (con Spa-hammam di 2.500 metri quadrati) forse più iconico di tutta l’Africa, La Mamounia di Marrakech, una settecentesca casa principesca con giardino, trasformata in albergo nel 1923 e di cui sir Winston Churchill ebbe a dire: «Questo è il posto più incantevole del modo». Ieri non era possibile prenotare un soggiorno nello stesso periodo per poter verificare il costo della vacanza, ma dal 6 al 7 gennaio, secondo le agenzie di viaggi online, il prezzo era di circa 4.500 euro per una notte. Cioè 40.000 euro per il solo pernottamento di quattro adulti.
Nelle intercettazioni depositate agli atti dell’inchiesta belga sulla corruzione all’europarlamento emerge la trattativa portata avanti dall’ex eurodeputato del Pd Panzeri per ottenere la vacanza da mille e una notte che, purtroppo per lui, è stata sostituita da un soggiorno nelle più scomode galere belghe.
Ieri il quotidiano La Repubblica ha scritto che da alcune conversazioni è emerso che Panzeri avrebbe chiesto di garantire il soggiorno a spese di Atmoun «anche per la figlia e il marito». Il diplomatico avrebbe rifiutato, ma con tono scherzoso, rispondendo con «sei un rompiscatole», frase a cui sarebbe seguita una sonora risata.
Ma il quotidiano romano sorvola sull’identità del presunto «marito», considerandola evidentemente poco significativa. Invece l’informazione è tutt’altro che irrilevante. Si tratta infatti con ogni probabilità dell’attuale compagno di Silvia Panzeri, il cinquantaseienne barista sloveno Manfred Forte. La donna sta scontando i domiciliari nella loro abitazione in via Castel Morrone e lui tratta i giornalisti da nemici. «Mi disturba moltissimo» ci ha fatto sapere ieri, prima di togliere la sua foto profilo su Whatsapp. Ma noi ne avevamo già salvate alcune da Internet che tradiscono la vocazione da dandy dell’uomo.
La compagna Silvia, avvocato, a quanto ci risulta, veniva rifornita mensilmente di abiti firmati da una boutique di Morbegno (Sondrio), ma la donna avrebbe bloccato le forniture dopo il sequestro dei suoi conti.
Anche la figlia ventottenne di Manfred, residente in provincia di Cremona, ma assistente alla poltrona di un dentista peruviano in provincia di Bergamo (il regno di Panzeri), non è stata più collaborativa e quando le abbiamo citato il nome del padre e della Panzeri, ha interrotto la telefonata piuttosto bruscamente. Ma l’argomento che sembra infastidire Forte più di tutti gli altri è il ruolo che lo stesso ha ricoperto all’interno della Equality consultacy, la società che aveva l’obiettivo di «sviluppare reti tra diversi soggetti, Ong, organizzazioni imprenditoriali e controparti nei Paesi terzi» per creare «legami economici e culturali più forti all’interno dell’Ue e nei suoi Stati membri». Il 40 per cento delle quote è stata ceduta a lui subito dopo che Panzeri ha lasciato l’europarlamento e probabilmente non c’era più bisogno di quella scatola per spuntare ricchi contratti anche da parte di clienti istituzionali.
Forte non ha voluto spiegarci chi fosse a pagare le prestazioni e perché abbia accettato di accollarsi le quote di una società poco dopo messa in liquidazione e che aveva visto scendere il fatturato da 240.000 euro a 80.000, costringendo lui e altri due soci a ripianare un disavanzo di 50.000 euro. Tutte decisioni prese probabilmente nel segreto delle ristrette riunioni famigliari. Fatto sta che la trentottenne giuslavorista Silvia si è vista sequestrare 200.000 euro sul conto corrente. Una cifra considerevole, se confrontata alle dichiarazioni della legale e di Manfred che non sembrano giustificare risparmi tanto cospicui. Per esempio Forte ha denunciato un reddito imponibile intorno ai 14.000 euro.
Magri emolumenti che rendono la vita dorata al fianco dei Panzeri la sua vincita al superenalotto. Da salvaguardare con la grinta che l’uomo sta mostrando con i cronisti. Oppure con pubbliche dichiarazioni d’amore come questa: «Pensieri che sono fatti di desideri che affondano nei sogni che esprimo a parole che nascono dal cuore… ti amo».
Sino a pochi giorni fa, ovvero fino a quando La Verità non ha pubblicato la sua foto mentre serve gli spritz ai tavoli, il suo lavoro di barista gli permetteva di condurre la sua (doppia) vita in modo del tutto insospettabile.
Quella di un uomo con il 5 per cento delle quote di un bar milanese con i conti in rosso, con intestata una Fiat Tipo e poco altro.
Certo non era facile immaginare che potesse essere coinvolto nelle attività del suocero aspirante James Bond. Al punto da essere ingaggiato come rottamatore di una delle società riconducibili alla associazione per delinquere accusata di corruzione e riciclaggio e da essere messo in lizza per andare in vacanza a spese dei servizi segreti marocchini.
Manfred, originario della località montana di Maribor, con quell’aspetto da maestro di sci piacione e con un matrimonio alle spalle, deve aver pensato di avere fatto bingo con quella nuova compagna di quasi vent’anni più giovane. E sino al mese scorso tutto sembrava filare liscio.
A settembre, però, ha avuto un problema con i suoi conti correnti. Un sms apparentemente inviato da un circuito bancario lo ha invitato a collegarsi a un link per accedere alla propria area personale poiché risultava in corso un accesso abusivo da Lugano su una delle sue carte di debito. Da quel momento, contattato da un presunto operatore, è stato invitato a compiere operazioni sulle app di due diverse banche e a fornire i codici che hanno consentito all’ignoto interlocutore di operare sui suoi conti. Per questo Manfred è andato a sporgere denuncia. Ma, in questa spy story internazionale in cui i servizi segreti di diversi Paesi si fanno la guerra, anche quella che a prima vista potrebbe sembrare una normale truffa telefonica forse merita di essere approfondita con grande attenzione.
Ha collaborato Giorgia Chiodo
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