I pm arrestano il fedelissimo del governatore
Alfonso Pisicchio (Ansa)
Altra retata pugliese: l’ex assessore Alfonsino Pisicchio e suo fratello Enzo ai domiciliari per corruzione e turbativa d’asta. I pm: avrebbero ricevuto 156.000 euro in contanti per il loro partito. Il giudice Giulia Romanazzi sentita a Roma dall’Antimafia.

Tintinnano ancora le manette a Bari. Il presidente dell’Arti (Agenzia regionale pugliese per la tecnologia e l’innovazione) Alfonsino Pisicchio, ex assessore regionale fedelissimo del governatore Michele Emiliano e suo fratello Enzo Roberto, sono stati messi ai domiciliari dalla Finanza nell’ambito di una inchiesta nei confronti di 7 persone (una in carcere, 4 ai domiciliari e due destinatari del divieto di esercitare le attività professionali per 12 mesi), emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale su richiesta della Procura della Repubblica. Sono indagati, a vario titolo, per le ipotesi delittuose di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione per l’esercizio della funzione, truffa, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, falsità materiale, turbata libertà degli incanti ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Nell’indagine è stato disposto il sequestro per un valore complessivo di circa 800.000 euro. In carcere è finito Cosimo Napoletano di 58 anni, di Monopoli. Agli arresti domiciliari oltre ai fratelli Pisicchio, si trovano Francesco Catanese, 59 anni di Bari e Giovanni Riefoli, originario di Barletta ma residente a Bari, di 58 anni. L’interdizione dalla attività professionale per un anno riguarda invece Vincenzo Iannuzzi e Grazia Palmitessa. Nell’ordinanza firmata dal gip del tribunale di Bari, Ilaria Casu, si spiega che per i fratelli Pisicchio «l’unica misura proporzionale alla gravità degli addebiti adeguata a evitare il pericolo di reiterazione del reato è quella degli arresti domiciliari». Nello specifico, il provvedimento chiarisce che per Alfonsino Pisiscchio le accuse di corruzione e turbata libertà degli incanti riguardano il periodo in cui era assessore della giunta Emiliano, quando avrebbe utilizzato «la sua influenza politica e le sue relazioni, tramite suo fratello Enzo, per una gestione clientelare del suo ruolo, con favoritismi per ottenere ritorni in termini di consenso elettorale, mediante assunzioni nelle imprese favorite o avvantaggiate di persone che assicurano il voto e che avevano militato anche nel suo partito». Enzo Pisicchio , invece, avrebbe agito «quale esecutore delle direttive» del fratello «e quale schermo per impedisce di risalire al ruolo e al contributo di Alfonsino». Enzo Pisicchio avrebbe avuto un «ruolo chiave nella commistione dei reati che gli vengono ascritti» in quanto «intermediario e faccendiere nei rapporti, a vari livelli, tra funzionari della pubblica amministrazione – comunale e regionale – e imprenditori non solo a livello locale ma anche nazionale». La gip evidenzia «la gravità delle sue condotte, la spregiudicatezza mostrata nella commissione dei reati finalizzata a soddisfare un incontenibile appetito di utilità», spiegando che per utilità si intendono «pc, telefonini, mobilio per la casa, la finta assunzione di sua figlia, pagamento per mano di Riefoli della festa di laurea di sua figlia, ingenti somme di denaro contante». «Le vicende esaminate hanno mostrato l’ampia capacità dei due indagati di sfruttare le relazioni costruite nel tanto tempo in ambito regionale e comunale per pilotare l’azione amministrativa e trarne vantaggio personale”, prosegue la gip. In particolare ci sarebbero stati ontributi in denaro «pari ad almeno 156.000 euro» in contanti a favore dei fratelli Alfonso ed Enzo Pisicchio e del partito Iniziativa democratica. Ma inchieste a Bari sono un po’ come le matrioske: dentro un filone c’è sempre qualcosa di più sorprendente che spunta fuori. E così si scopre che, nell’azienda di trasporto pubblico del capoluogo pugliese, epicentro dell’indagine «Codice interno» che, qualche settimana fa, ha portato a 130 arresti (tra cui l’ex consigliera comunale Carmen Lorusso e suo marito Giacomo Olivieri), le assunzioni non le decideva mica il management. Nossignore. Ma il figlio dell’uomo di fiducia del boss di Bari vecchia. A raccontarlo in commissione Antimafia, durante l’audizione di ieri, è stata la presidente della sezione misure di Prevenzione del tribunale di Bari, Giulia Romanazzi. L’Amtab è in amministrazione giudiziaria dallo scorso 26 febbraio e il tribunale, ha evidenziato la Romanazzi, ha ritenuto che la società fosse vittima del racket in quanto il responsabile dell’area soste era taglieggiato «dal clan Parisi». «La valutazione è stata tecnica, perché colui che subiva l’intimidazione e che quindi era costretto ad assumere lavoratori imparentati con esponenti del clan è stato ritenuto dal gip vittima del reato di estorsione». «Il sistema», ha proseguito la toga, «era quello delle assunzioni pilotate» tramite agenzie interinali. «In Amtab lavorava da un certo numero di anni un dipendente», Tommaso Lovreglio, «che è figlio dell’uomo di fiducia del capoclan» Savino Parisi, «[…] Le assunzioni quindi erano arbitrarie e illegali». Ma nessuno, prima che arrivassero i pm antimafia, sembrava essersene accorto al Comune guidato da Antonio Decaro.

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