La giustizia è impazzita
Alberto Stasi e Serena Mollicone

A distanza di 18 anni (e con un condannato in via definitiva) c’è un altro indagato per l’omicidio di Garlasco. Delitto Mollicone, tutto da rifare: la Cassazione annulla l’assoluzione della famiglia già processata due volte.

La giustizia è impazzita. Non perché i magistrati scioperano e minacciano rivolte contro la riforma che il Parlamento intende approvare. No, la giustizia è impazzita perché non passa giorno che in un tribunale o in una Procura non si demolisca la certezza del diritto. Prendete gli ultimi due casi, deflagrati ieri rimettendo in discussione processi durati anni. I pm di Pavia hanno riaperto le indagini sul cosiddetto delitto di Garlasco. Il 13 agosto di 13 anni fa Chiara Poggi, una studentessa di 26 anni, venne massacrata nella sua villetta. Le indagini per trovare il suo assassino sono andate avanti a lungo e così pure i processi. Alla fine, dopo due assoluzioni e l’annullamento delle sentenze di proscioglimento, il fidanzato della giovane è stato ritenuto colpevole e condannato a 16 anni di prigione. Alberto Stasi, coetaneo della vittima e pure lui studente, è da 10 anni in carcere e a breve potrebbe addirittura beneficiare dell’affidamento in prova ed essere liberato. Ma ieri la Procura lombarda ha indagato un altro giovane, Andrea Sempio, amico del fratello della vittima e già sospettato in passato di avere a che fare con il delitto. A spingere i magistrati a notificare un avviso di garanzia con l’ipotesi di concorso in omicidio è il fatto di aver ritrovato sotto le unghie della vittima materiale biologico il cui Dna è compatibile con quello di Sempio, come se la giovane prima di essere uccisa si fosse difesa. Qualcuno osserverà che nel passato non c’erano le tecnologie che esistono oggi e dunque ora si può trovare ciò che 18 anni fa non fu trovato. E invece no. Prima che il fidanzato della ragazza fosse condannato con sentenza definitiva, la difesa aveva provato a segnalare la nuova pista e anche dopo, chiedendo la riapertura delle indagini, ma i giudici erano stati irremovibili. Ora, dopo che il «colpevole» è da dieci anni dietro le sbarre e ha quasi scontato la sua pena, l’inchiesta riparte da zero o quasi. Ma vi sembra possibile? Che razza di giustizia è quella che arriva con un ritardo di quasi due decenni e che ci fa pensare alla possibilità dell’ennesimo errore giudiziario?

Già il caso Stasi, ovvero un ragazzo in cella per dieci anni mentre la giustizia indaga per lo stesso delitto un altro giovane, appare enorme. Ma ieri a scompaginare i giochi è arrivata anche la cancellazione dell’assoluzione degli indagati per il delitto di Arce. Serena Mollicone venne uccisa appena diciottenne il primo giugno di 24 anni fa. Il suo cadavere fu ritrovato in mezzo alla boscaglia, dove qualcuno l’aveva scaricato. Uccisa altrove, probabilmente nella caserma dei carabinieri. O per lo meno questo è ciò che, dopo aver brancolato a lungo nel buio, i pm hanno sostenuto. Peccato che i giudici abbiano smontato le tesi dell’accusa e abbiano assolto il comandante della stazione e pure i suoi famigliari, ritenendo che ad assassinare la ragazza per farla tacere su possibili traffici di droga non fosse stato il sottufficiale. Sentenza di proscioglimento che però ieri è stata annullata con rinvio. Dunque, a distanza di 24 anni dall’omicidio per capire chi sia il colpevole, bisognerà attendere un altro processo. Nel frattempo, il padre di Serena è morto aspettando giustizia. Così come è morto il padre di Alberto Stasi, il fidanzato condannato per l’omicidio di Chiara.

Ma che giustizia è quella che in 24 anni non è riuscita ad acchiappare un assassino? Ma come si può chiamare la giustizia che a 18 anni di distanza riapre le indagini e punta su un altro colpevole, dopo che ha già condannato una persona e da dieci anni la tiene in carcere? Io non so se Stasi sia innocente, se Sempio sia colpevole come pure il maresciallo Mottola. So che questa non è giustizia.

I magistrati scioperano perché non vogliono la separazione delle carriere e dicono così di difendere la loro indipendenza e la loro autonomia. Ma le loro prerogative sono minacciate da altro, non dalla riforma della giustizia voluta dal governo. A minarne la credibilità non è il fatto che i pm abbiano un Csm diverso da quello dei giudici: sono i casi Poggi e Mollicone a spingere gli italiani a diffidare delle toghe. Se una sentenza di assoluzione o di condanna non è mai certa vuol dire che qualcuno o non sa fare le indagini o non sa giudicare e dunque è meglio che cambi mestiere.

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