Interrogatorio chiave sul Sistema Pavia: «Provviste pagate con fiches del casinò»
Antonio Scoppetta (Ansa)
  • Nell’inchiesta spunta Alberto Marchesi, dal passato turbolento e gran frequentatore di sale da gioco con toghe e carabinieri
  • Ora i loro legali meditano di denunciare la Procura per possibile falso ideologico.

Lo speciale contiene due articoli

92 giorni di cella insieme con Cleo Stefanescu, nipote di uno dei personaggi tornati di moda intorno all’omicidio di Garlasco: Flavius Savu, il rumeno che avrebbe ricattato il vicerettore del santuario della Bozzola accusato di molestie.

Marchesi ha vissuto in bilico tra l’abisso e la resurrezione, tra campi agricoli e casinò, dove, tra un processo e l’altro, si recava con magistrati e carabinieri. Sostiene di essere in cura per ludopatia dal 1987, ma resta un gran frequentatore di case da gioco, a partire da quella di Campione d’Italia, dove l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti è stato presidente fino a settembre.

Dopo i problemi con la droga si è reinventato agricoltore, ha creato un’azienda ed è diventato presidente del Consorzio forestale di Pavia, un mondo su cui vegliano i carabinieri della Forestale, quelli da cui provenivano alcuni dei militari finiti sotto inchiesta per svariati reati, come il maresciallo Antonio Scoppetta (Marchesi lo conosce da almeno vent’anni).

L’imprenditore è da poco tornato a casa dal carcere e ha raccontato nei vari salotti televisivi le richieste che gli sarebbero arrivate dagli uomini della Squadretta: bottiglie di vino («me lo chiedevano in maniera prepotente»), sfalci dell’erba e perfino legna.


A Brescia è stato sentito l’8 luglio, quando era ancora in prigione e le domande sarebbero state quasi tutte sul Sistema Pavia.

Nella città universitaria, è stato interrogato pure il 3 giugno dal procuratore aggiunto Stefano Civardi e dal pm Alberto Palermo che gli contestano un buon numero di reati fiscali e ha spiegato un ingegnoso modo di pagare «provviste».

La questione parte da un prestito di 10.000 euro che Marchesi ha ricevuto da un amico. Ma anziché restituire i soldi, l’indagato avrebbe accettato di intestarsi un contratto di locazione per una casa al mare.

Nell’ultima pagina del verbale si legge: «Al pm che mi contesta come mai non risulti accreditata la provvista da parte del mio amico riferisco che l’affitto lo pagavo io con bonifico, ma poi lui mi dava l’importo corrispondente in fiches al casinò, altre volte ricaricava una carta postepay, a me intestata». Il sistema del pagamento in fiche incuriosisce gli inquirenti e Marchesi replica: «Non ricordo di avere dato soldi in fiches ad alcuna altra persona». Quindi aggiunge: «Ho prestato dei soldi ad A.C. a Las Vegas, nel luglio 2019. Me li ha restituiti la sera stessa». A questo punto l’argomento scivola sulle case da gioco, sui magistrati e sui carabinieri. «Al casinò andavo di solito o da solo o con A.C.; qualche volta anche con un magistrato di Pavia, il dottor Mazza (Paolo Pietro, ndr), e alcuni membri della polizia giudiziaria, il maresciallo Scoppetta e De Bonis (Gabriele, carabiniere scelto, ndr), ma non ho mai dato nulla a loro».

Mazza, a Brescia, così come il suo vecchio capo Venditti, è accusato di corruzione e peculato, mentre Scoppetta a Pavia è stato condannato in primo grado per corruzione e stalking ed è sotto inchiesta anche per rivelazione di segreto.

La passione per il gioco d’azzardo è un po’ il trait d’union delle varie inchieste in corso sull’asse Pavia-Brescia e qualcuno sospetta che anche nel caso di Garlasco le mazzette che sarebbero state pagate per far archiviare Andrea Sempio nel processo per omicidio possano essere state pagate in fiche.

Marchesi in un altro passaggio del verbale spiega di avere fatto lo spallone al contrario per trasferire il denaro delle puntate in Italia: «I soldi contanti di cui sono stato ritrovato in possesso alla frontiera svizzera sono somme di denaro che io intendevo giocare al casinò». Dalle carte emerge anche come i casinò rappresentino per l’imprenditore una sorta di istituto di credito.

Gravato da cartelle esattoriali per importi superiori a 200.000 euro, «al fine di sottrarsi al pagamento delle imposte», avrebbe provato a far sparire i soldi nei modi più svariati: per esempio, per non rendere 50.000 euro aggredibili da pignoramento, li avrebbe accreditati dal casinò di Saint-Vincent a un altro soggetto, giustificando l’operazione come «restituzione prestito infruttifero».

Ma gli stratagemmi per dribblare il fisco erano anche altri. Secondo l’accusa avrebbe «fittiziamente» intestato un complesso immobiliare a Pavia all’anziana madre per poi venderlo a una sua società per 400.000 euro e trasferire 250.000 euro su un conto corrente svizzero.

Ma torniamo al gioco d’azzardo. Che si tratti di una pista importante nelle inchieste che stanno scandagliando il cosiddetto Sistema Pavia, lo confermano le parole chiave scelte per andare a caccia di reati nei dispositivi elettronici di Mazza. Tra queste ci sono, infatti, i nomi di Marchesi e dell’ex europarlamentare Angelo Ciocca (amico di Venditti e a sua volta sotto inchiesta), i casinò di Campione e di Saint-Vincent e una società finita in un’inchiesta pavese di Venditti e Mazza (i vertici dell’azienda sono stati poi assolti).

Con noi, però, Marchesi nega che le scommesse possano essere state utilizzate per far circolare mazzette: «È impossibile fare quelle cose lì con le fiches, i casinò sono controllatissimi, ci sono le telecamere». Poi esclama: «Guardate che non siamo andati a scaricare una nave di cocaina! Di anomalie o cose strane non ne ho mai viste. Puoi pensare di pagare delle mazzette lì, solo se sei d’accordo con quelli dentro alle sale da gioco. Ma la vedo molto dura. Secondo me è una pista che non porta a niente…».

Marchesi prova a ridimensionare la vicenda delle sue trasferte nelle case da gioco con pm e carabinieri: «Siamo andati con Mazza (che a dire di Marchesi avrebbe anche curato un suo decreto penale di condanna, ndr), con Scoppetta e con qualche altro suo collega in un luogo pubblico, il casinò. Giocavamo poche centinaia di euro. Non stiamo parlando dei tornei ai quali io vengo invitato in tutto il mondo, si andava il pomeriggio a passare un paio d’ore… perdevamo quei 200-300 euro,».

Quando eravate insieme, di che cosa parlavate? «Non è che ascoltavo più di tanto, per me comunque era una mezza perdita di tempo. Mazza, durante il viaggio, non apriva bocca. Ma poi, una volta che entravamo nel mood del casinò, si parlava di puntate, si facevano ragionamenti sui numeri che potevano uscire…».

In pratica, le scroccavano il passaggio per andare a Campione? «A volte ci siamo trovati direttamente là. Magari ci incontravamo in autogrill o prima della frontiera e decidevamo di andare con una macchina sola (sempre la sua, ndr) per la storia del bollino (necessario per entrare in Svizzera, ndr)».

Venditti non partecipava a queste trasferte. «Il problema è stato quando è diventato il presidente di Campione. Io, grande giocatore, cercavo di non andare, forse sono andato una volta, forse, due, perché continuavano a invitarmi. Certo, ai tornei andavo, ma di Venditti non c’era neanche l’ombra nelle sale da gioco. Per me si sta facendo una caccia alle streghe».

Ma i suoi compagni di gioco li incontrava in Tribunale? «Sì, qualche volta, quando andavo per i miei processi. “Ciao, ciao, come va?” mi dicevano. “Eh, come vuoi che vada?” rispondevo».

I loro mondi, uniti davanti ai tavoli verdi, si separavano davanti ai giudici.

Da non perdere

Attentato a Ranucci, quattro arresti
Video

Attentato a Ranucci, quattro arresti

Fermati i presunti autori dell’assalto dinamitardo contro il conduttore di «Report». Di origine campana, avrebbero operato su commissione in cambio di migliaia di euro.

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte
Inchieste

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte

Quasi amici. Anzi, no: proprio amici amici. Lo dice Domenico Arcuri, ex commissario straordinario durante l’emergenza Covid, a proposito di Giuseppe Conte, commissario che indaga sulla gestione dell’emergenza Covid. Vi pare un’anomalia o quanto meno una frequentazione poco opportuna? Può…