- «L’isola caraibica terminale dei flussi di denaro legati alle consulenze per l’acquisto dello stabile di Londra». Negli atti viene citato pure il figlio di Enrico Crasso, il consulente finanziario della Segreteria di Stato vaticana
- Il fondo Athena, legato a Raffaele Mincione, era sorto per investire nella concessione petrolifera della Falcon oil di Mosquito, società in semidefault. Il denaro però finì nell’immobiliare
Lo speciale contiene due articoli
Dal Vaticano a Santo Domingo. Solo andata. Tra le piste battute dai promotori di giustizia della Santa Sede, per recuperare i soldi degli investimenti della Segreteria di Stato di monsignor Angelo Becciu, c’è anche quella dell’isola caraibica, dove sarebbero arrivati flussi di denaro legati alle consulenze dei protagonisti dell’acquisto dell’immobile di Sloane Avenue a Londra per 350 milioni di euro. Agli atti del processo (le accuse sono di truffa, peculato, abuso d’ufficio, riciclaggio e autoriciclaggio), infatti, si parla più volte della possibilità che parte delle «consistenti perdite per le finanze vaticane destinate alle opere di carità personale del Santo Padre», possano essere finite proprio in questo paradiso fiscale. Lo scorso anno la gendarmeria di Stato ha infatti aperto un canale di cooperazione con la Repubblica Dominicana, «dove sono stati individuati interessi economico finanziari di soggetti coinvolti nelle indagini». Tracce sui risultati della collaborazione tra i due Stati al momento non ce ne sono, ma di sicuro è un punto che verrà affrontato durante il processo. Anche perché laggiù potrebbe essere nascosta una parte consistente del denaro.
Non a caso, sempre agli atti, c’è un intero fascicolo dedicato ad Andrea Crasso (non indagato), uno dei due figli di Enrico (il consulente della Santa Sede che agiva su mandato di Becciu), sposato con una dominicana e titolare di un’azienda di vendita di immobili a Santo Domingo (Divanda investment). Anche Andrea era legato alla banca Bsi, lo storico istituto di credito che insieme a Credit Suisse ha gestito i soldi della Segreteria di Stato. In un appunto di Bsi del 5 settembre, si legge. «In data odierna ci rende visita il cliente signor Andrea Crasso, figlio di Enrico Crasso che decide di aprire una relazione presso di noi, in quanto a breve entrerà a far parte della società del padre e inizierà una nuova sfida. In questo periodo la sua attività è nel settore immobiliare, infatti ha un’azienda che si occupa di ristrutturazione, costruzione e vendita di immobili a Santo Domingo. Ed è in attesa della residenza fiscale svizzera. In seguito acquisterà un immobile nel quale vivere in Svizzera con la famiglia».
Del resto parte dell’inchiesta di Gian Piero Milano e Alessandro Diddi, si incentra anche sullo scontro che ci fu alla fine del 2018 tra gli indagati, in particolare tra Enrico Crasso, Gianluigi Torzi, Fabrizio Tirabassi e Raffaele Mincione, su come escludere Torzi dall’affare londinese. Il broker molisano, infatti, per mettersi da parte era arrivato a chiedere fino a 12 milioni di euro di «liquidazione», scatenando le proteste del resto degli imputati. Proprio di questo parla ai magistrati Giuseppe Milanese, presidente della cooperativa Osa e della Confcooperative Sanità. Lo fa durante un interrogatorio del 20 aprile dello scorso anno. Milanese non è stato indagato. Parla come persona informata dei fatti, soprattutto in quanto tra i più fedeli collaboratori di papa Francesco. È stato lui in questi anni a informare spesso il Pontefice dei possibili rischi degli investimenti di Becciu e Crasso. Milanese e il Papa si conoscono dal 2003, quando Bergoglio era ancora in Argentina. Il presidente dell’Osa racconta di un incontro con l’avvocato Manuele Intendente, che era stato coinvolto da Tirabassi nel tentativo di risolvere attraverso Torzi il rapporto con il fondo Athena di Mincione. La riunione si svolge nello studio del professore Renato Giovannini, preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma. «Nella discussione con Giovannini e Intendente si parlò della somma che doveva essere versata a Torzi» spiega Milanese. «Perché secondo me l’importo era esagerato. Nella circostanza appresi di somme di denaro che erano state date o promesse a Mincione e ad altre persone di cui non vollero specificare i nominativi». Tutti vogliono una fetta della torta. «Mi raccontarono dei costi sostenuti, delle spese di registro, delle spese delle società lussemburghesi, delle due diligence, dei soldi dati a Mincione, dei costi per eventuali ulteriori mediatori, nonché degli ammanchi di cassa che a loro dire, erano stati cagionati da società lussemburghesi» aggiunge Milanese. «Io ho contestato loro la fondatezza di questi costi. Ho saputo anche in quella occasione che flussi di denaro dalle lussemburghesi sarebbero stati convogliati a Santo Domingo. Di fronte alla mia meraviglia, ed alle mie insinuazioni, che non mi sono state negate, su potessero essere i destinatari delle somme, intuii che somme di denaro sarebbero state destinate perfino a Tirabassi».
Stando a quanto riferito da Milanese ai promotori di giustizia in Vaticano, infatti, sarebbe esistito persino un foglietto dove erano evidenziate le varie voci e i pagamenti. La questione Santo Domingo però non è semplice da sbrogliare. In un successivo confronto tra i tre, con Giovannini, Milanese e lo stesso Intendente, infatti, i magistrati ottengono risposte differente sui soldi finiti nell’isola caraibica. «Non ho mai sentito pronunciare Santo Domingo nel corso della riunione. Voglio far presente però che durante l’incontro io mi sono allontanato anche per lunghi tratti per cui può essere che alcuni dettagli mi siano sfuggiti», rivelerà il preside della facoltà di giurisprudenza. Mentre Intendente dirà: «Mai sentito parlare di Santo Domingo». Ma Milanese confermerà: «La circostanza la ricordo perfettamente, non posso averla inventata».
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