- Con il Covid è emerso il dramma delle residenze per anziani. Irregolarità, malnutrizione, abusi. E un sospetto: a chi tocca controllarle davvero?
- Nonostante un’ordinanza del ministero della Salute, 278 strutture consentono solo incontri sporadici e veloci «Non ci permettono di assisterli nemmeno se siamo vaccinati. I direttori sanitari fanno quello che vogliono»
- I limiti evidenziati dalla pandemia ci spingono a ripensare il modello: non mini-ospedali, ma luoghi di cura
Lo speciale contiene tre articoli
Zone franche, i cui contorni si sono fatti via via sempre più sfocati, confusi in quella babele di regole che 20 sistemi sanitari regionali differenti hanno prodotto in questi anni. Con lo Stato che cerca di ficcare il naso il meno possibile, soprattutto quando di mezzo ci sono i privati. La pandemia ha portato al pettine i tanti nodi che si sono accumulati nel sistema delle residenze sanitarie assistenziali (Rsa), dove sono ospitati anziani per lo più non autosufficienti e disabili. Il personale non basta e spesso non è adeguatamente professionalizzato per via dei corsi di formazione che non ci sono. I controlli in molte strutture sono sporadici: una volta accordato l’accreditamento, la vigilanza su quello che succede all’interno diventa una sorta di miraggio.
In mezzo, ci sono i pazienti, i più fragili, che a volte finiscono per essere abbandonati a un rapido deterioramento fisico e cognitivo, causato dalla solitudine e dall’assenza di stimoli. Altre volte, invece, la debolezza è una condizione di cui abusare, senza scrupolo alcuno. È successo ancora, questa volta a Serradifalco, nelle provincia di Caltanissetta. Nelle comunità alloggio per anziani «Francesco Lio» e «Giovanni Iacono», gestite dalla Cooperativa sociale «Azzurra», l’unica preoccupazione era quella di riscuotere: gli anziani ospiti erano diventati una sorta di salvadanaio, da cui «ciucciare i soldi della pensione». Di fornire assistenza ai tanti pazienti con problemi anche psichici, gli operatori non si curavano minimamente. Non è un caso che l’operazione condotta dai Nas di Ragusa e dai carabinieri di Caltanissetta sia stata definita «Bad Caregiver»: i «cattivi assistenti», secondo quanto ricostruisce il Gip nell’ordinanza di custodia cautelare, l’unica cosa che riuscivano a garantire erano le ingiurie – «cesso, pezzo di merda, menomato» le offese più ricorrenti – cibo di pessima qualità e purtroppo la violenza.
Tanta violenza: gli anziani erano costretti a sopportare schiaffi, pugni, percosse con bastoni, sedie e altri oggetti. Un operatore è finito in carcere, due agli arresti domiciliari. Per altri due indagati è stata disposta l’interdizione dalla professione per un anno. «Vi uccido, vi sparo, vi ammazzo», diceva uno di loro, Vincenzo Biundo, a un ospite della struttura.
La sequenza dei maltrattamenti che avrebbe perpetrato ai pazienti è impressionante: più di 300 episodi dal 5 febbraio al 12 aprile scorsi, secondo gli inquirenti. Tanti nel giro di pochi minuti appena.
indagini in tutta italia
Chi avrebbe dovuto vigilare sul rispetto delle condizioni minime da garantire sembra aver chiuso più di un occhio negli ultimi anni: nonostante la presenza di pazienti invalidi, non autosufficienti e con varie patologie psichiatriche, nessuno, negli uffici dell’assessorato agli Enti locali della Regione Sicilia, si sarebbe accorto che la struttura era registrata come comunità per anziani, anziché come struttura per disabili psichici. Dopo il 2013, anno cui inizia la sua attività, la Cooperativa sociale «Azzurra» non avrebbe mai inoltrato le comunicazioni di permanenza dei requisiti.
Secondo gli inquirenti, gli operatori delle struttura hanno potuto continuare ad assistere gli anziani in piena libertà e a somministrare loro medicinali anche se sprovvisti di qualsiasi titolo. Sulle mancanze delle Rsa stanno indagando molte altre Procure in tutta Italia, per accendere una luce su quanto accaduto nei momenti più complicati dell’emergenza. La scorsa settimana, la Procura di Vercelli ha chiuso le indagini per le 45 morti registrate nella casa di riposo di Piazza Mazzini tra marzo e aprile 2020. Tra i 5 indagati per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio, il direttore amministrativo Alberto Cottini, il direttore sanitario Sara Bouvet e Chiara Serpieri, all’epoca dei fatti direttore generale dell’Asl di Vercelli.
A mostrare i punti deboli di un sistema che non ha saputo reggere di fronte alla pandemia, non ci sono solo le inchieste. Ci sono anche i rapporti, altrettanto duri: quelli dei Nas dei carabinieri, che a maggio hanno constatato irregolarità nel 25% delle residenze sanitarie ispezionate (141 strutture fuori norma sulle 572 totali); quelli del ministero della Salute, che evidenziano una condizione di «malnutrizione per difetto» per circa il 70% degli anziani ospitati nelle strutture di lungodegenza e Rsa. «Tanti familiari segnalano una forte regressione dei propri cari», spiega alla Verità Elisa Pirro, capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione Sanità e igiene del Senato. «Parliamo di persone entrate con un certo grado di autonomia, che nell’ultimo anno e mezzo sono peggiorate con una velocità maggiore rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato. Tenuto conto delle condizioni di rischio, le strutture devono garantire le visite dei parenti in piena sicurezza».
mancanza di socialità
Come raccontato in queste pagine, a incidere è soprattutto la mancanza di socialità a cui molti anziani sono stati obbligati, anche quando le linee guida ministeriali avrebbero richiesto l’esatto opposto. «Il modello che è stato portato avanti finora non funziona più, ha mostrato i suoi limiti», ragiona Piero Ragazzini, segretario generale dei Pensionati Cisl. «Il Pnrr è l’occasione per una modifica sostanziale del mondo delle residenze sanitarie: più domiciliarità, medicina territoriale e una revisione dei centri, soprattutto i più grandi, che in questi mesi hanno sofferto terribilmente».
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