- Il manager molisano vanta rapporti trasversali. E provò a salvare l’istituto pugliese
- Dopo l’arresto di Gianluigi Torzi, nell’inchiesta sul palazzo di Londra finisce anche lo storico banchiere della Santa Sede. Si indaga per estorsione, fatta in presenza di Francesco.
Lo speciale contiene due articoli
Dai fertilizzanti dell’azienda di famiglia in Molise fino all’arresto in Vaticano, con l’accusa di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio. La storia di Gianluigi Torzi – rampante manager di appena 40 anni, che ora ne rischia 12 di carcere – è ancora tutta da scrivere. Con una rete di conoscenze a 360 gradi in ambito finanziario e politico, di centrodestra e centrosinistra, il raider molisano scrive nella sua biografia di vantare anche un posto nel board dell’Atlantic council. Si tratta del più importante think tank di relazioni internazionali e politica estera nel mondo con sede a Washington negli Stati Uniti, crocevia di ex presidenti e premier.
Sigaro in bocca nella foto profilo di Twitter, Torzi si è fatto conoscere negli ultimi anni anche perché fu coinvolto di striscio nel tentativo di salvare la Popolare di Bari. A contattarlo nel dicembre del 2018 fu il banchiere rosso Vincenzo De Bustis che, disperato per la voragine nei conti dell’istituto di credito, chiese al broker del Molise di collocare un bond di 30 milioni di euro. I due si conoscevano sin dai tempi di Deutsche bank, ma poi alla fine, nonostante un viaggio a Londra di De Bustis, non se ne fece più nulla. Torzi rifiutò l’offerta. E in un’intervista al Sole 24 Ore dello scorso anno ha preso le distanze da Pop Bari. Eppure il suo nome ricomparve mesi dopo di nuovo sui quotidiani, sempre collegato alla banca pugliese. Il 12 aprile dello scorso anno, infatti, Torzi è stato citato in giudizio per frode commerciale davanti all’Alta corte di giustizia dell’Inghilterra e del Galles dalla compagnia assicurativa romana Net insurance, che vede tra i suoi azionisti Ibl Banca, Unicredit e la Algebris di Davide Serra. Proprio Net insurance sarebbe collegata a Naxos, la sicav gestita dalla società di Londra dove sempre De Bustis avrebbe dovuto sottoscrivere 51 milioni di euro. Su queste vicende indaga anche la magistratura italiana.
Di sicuro De Bustis, ora indagato per falsa testimonianza nel crac dell’istituto di credito, sapeva che Torzi poteva essere l’uomo giusto con cui parlare. Del resto il broker è fondatore di Lighthouse group, che vanta 20 anni di esperienza in investimenti bancari e compravendite immobiliari. Ha buoni rapporti con un colosso internazionale come Ernst & Young, come dimostra l’indagine in Vaticano, dal momento che l’avvocato Michele Intendente è stato suo socio nell’affare di Sloane Avenue. Tanto che nel 2018, come scrive nella sua biografia, Lighthouse group, insieme ad altri investitori, ha acquisito una partecipazione in Jci-Capital, «la prima piattaforma pan-europea indipendente di gestione patrimoniale»: nell’ advisory board di Jci siedono anche gli ex ministri Franco Frattini e Giulio Tremonti.
Da sempre considerato vicino al Partito democratico, il suo nome saltò fuori nel 2015 in occasione di uno scandalo legato alla villa dell’ex presidente del Molise, Paolo Di Laura Frattura, vicinissimo all’ex premier Matteo Renzi. Il caso era stato sollevato anche dalla trasmissione Le Iene. In pratica dietro la mega villa sul lungomare di Termoli c’era il solito groviglio di società estere, tra cui anche quelle di Torzi, che aveva comprato la villa da un imprenditore in difficoltà economiche per poi rivenderla. Anche allora si parlò di immobili e soldi spariti, persino di serrature cambiate. Di Laura Frattura è stato poi archiviato da ogni accusa nel 2018 e ora sta organizzando la nuova costola di Italia Viva in Molise. Torzi intanto ha continuato a macinare strade e titoli di giornali. Ora anche il carcere in Vaticano.
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