I centri sociali ci costano più di 60 milioni di euro
  • Il Viminale non ha mai elaborato un calcolo ufficiale, però negli anni i collettivi hanno accumulato debiti a profusione: dagli affitti, alle utenze, alle tasse evase.
  • Don Bolletta, i sindaci, il ministro Gaetano Manfredi: macché antagonisti, i gruppettari si fanno supportare dal potere. Perciò alzano il tiro: pure i vigili del fuoco ora sono un bersaglio.

Lo speciale contiene due articoli

I centri sociali: la vera casta sono loro. E ci costano, a volerci tenere a una stima prudenziale, almeno 60 milioni di euro.

Non pagano l’affitto e le utenze, nonostante abbiano contratti agevolati con sconti fino all’80%. Non sanno cosa significa uno scontrino fiscale. Per trovare una sede, non devono far altro che sfondare la porta di un edificio pubblico che attende una destinazione d’uso, o quella di un immobile privato disabitato. E nel momento in cui varcano la soglia, diventano padroni indiscussi dell’immobile.

Vivono in una specie di zona franca, in un paradiso fiscale, dove tutto è consentito, perfino fare business senza pagare un euro di imposte. E la stranezza è che tutto avviene alla luce del sole. Di solito chi evade cerca di nascondersi, di camuffare i guadagni o le tasse non pagate, con ogni genere di sotterfugi. Per loro invece tutto è palese. Riescono ad aprire piccoli ristoranti, di solito «alternativi», ecosostenibili o «cultural gastronomici», senza emettere uno scontrino. O a organizzare cineforum e concerti ignorando i diritti Siae e in barba al fisco.

I centri sociali sono una spina delle amministrazioni, che ultimamente hanno trovato anche il modo per regolarizzare le occupazioni, perché gli sgomberi costano cari e spesso sono inefficaci. Gli abusivi rientrano o bisogna trovar loro una soluzione alternativa, che sia gradita perché non si accontentano di un luogo qualunque, vogliono essere in aree strategiche della città.

Il danno non è solo fiscale ma anche sociale e per l’ordine pubblico. I palazzi occupati potrebbero essere destinati ad attività di largo interesse per la cittadinanza, per anziani e bambini, o messi a reddito per rimpinguare le casse comunali.

Ma gran parte dei centri sociali è anche il laboratorio di estremisti della politica, che ingrossano le file delle manifestazioni dove i decibel della protesta preludono ad atti di violenza e danneggiamenti delle aree urbane.

Ma come siamo arrivati a calcolare la cifra che ci costa questa giostra, che nessuna amministrazione e nessun governo riesce, o vuole fermare?

Innanzitutto abbiamo scoperto che non esistono dati completi e ufficiali sull’ammontare complessivo delle morosità degli affitti e delle mancate indennità di occupazione, oltre che delle utenze. Né dell’evasione fiscale sulle attività commerciali effettuate dentro le sedi. E men che meno dell’entità del danno erariale. Allora abbiamo provato noi a fare una stima, partendo da alcuni dati parziali relativi a singoli centri sociali finiti sotto i riflettori della cronaca.

Una mappa con numeri e localizzazione di queste realtà è stata fornita dal Viminale, dall’allora ministro Matteo Salvini. Attualmente, sono attivi in Italia 165 centri sociali. Di questi, 87 in posizione di legalità e 78 occupati abusivamente.

Lombardia e Lazio sono le Regioni italiane in cui è in attività il maggior numero di centri autogestiti: rispettivamente 33 e 28 strutture, gran parte delle quali situata nei capoluoghi. A Milano ce ne sono 24, a Roma 27. A seguire, la Campania con 15 (di cui 7 a Napoli), l’Emilia Romagna con 14 (5 a Bologna), il Piemonte con 13 (11 a Torino), la Toscana con 12 (7 a Firenze), le Marche con 11 (6 dei quali ad Ancona) e il Veneto con 10 (4 a Venezia). Molise e Sardegna sono le uniche due Regioni italiane in cui non figurano centri sociali in attività.

Abbiamo calcolato che i 165 centri sociali avrebbero accumulato una morosità per mancate indennità di occupazione, di circa 43 milioni di euro. Siamo partiti da quanto disse l’ex commissario straordinario per Roma, Paolo Tronca, in carica dal 2015 al 2016, sui centri attivi nella capitale che avevano totalizzato un’evasione degli affitti per circa 6 milioni. Estendendo, con le dovute cautele, questa cifra a tutti i 165 centri sociali, emerge la bellezza di 43 milioni di ammanco. E si tratta di una valutazione su cifre vecchie di quattro anni e approssimative.

A queste vanno aggiunti i mancati pagamenti delle utenze. Certo, non si può generalizzare, ma la maggior parte dei centri sociali, come riferito da più fonti, non sa cosa siano le bollette. Prendendo a riferimento la morosità per 300.000 euro di luce non pagata dal 2013 dallo Spin time labs, l’edificio in via Santa Croce in Gerusalemme a Roma che ha visto l’intervento dell’Elemosiniere del Papa, che ha riattaccato la corrente, si può valutare che i mancati versamenti per gran parte dei centri sociali ammontino a circa 8,2 milioni l’anno.

Per quanto riguarda l’acqua, l’importo è simile. Acea calcolò che per 115 immobili occupati a Roma, c’erano 12,6 milioni annui di bollette luce e acqua evase, pari a 109 mila euro a utenza. Estendendo questa cifra al panorama complessivo nazionale dei centri, si arriva ad un ammanco annuo, per elettricità e acqua, di circa 16 milioni. Dunque, in realtà, la cifra complessiva è stimata per difetto: 43 milioni sarebbe il totale dei fitti non versati, mentre i 16 milioni di utenze andrebbero calcolati su base annua.

Alcuni esempi concreti. A Milano, gli anarchici di via Torricelli, sottoposti a diverse ingiunzioni di sfatto, per 33 anni non hanno versano alcun canone, accumulando mancati pagamenti dell’affitto per quasi 100.000 euro. A Roma, il Villaggio globale deve al Comune oltre 700.000 euro di affitti mentre l’Intifada, in via di Casal Bruciato, è sotto di oltre 2 milioni di euro. E nell’aprile scorso aveva organizzato un party della cannabis, nonostante le proteste del quartiere.

A Genova i tre centri sociali, il Pinelli in Valbisagno, il Terra di Nessuno al Lagaccio e lo Zapata a Sampierdarena, a marzo dello scorso anno, avevano un debito, il primo di circa 11.500 euro, il secondo di quasi 6.000 euro. Diversa, invece, la situazione dello Zapata, considerato del tutto abusivo. Per tutti una procedura di sfratto complicatissima.

Ai canoni di locazione non pagati, vanno aggiunti i danni causati durante le manifestazioni. Vetrine rotte, mura imbrattate, segnaletica divelta, cassonetti dati alle fiamme e ogni tipo di vandalismi. Per i cortei a Genova nel 2015 si parlò di un esborso da parte della Regione di ben 1,5 milioni per risarcire commercianti e privati.

Capita che spesso i centri sociali abbiano addirittura dalla loro parte le amministrazioni. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, in risposta all’offensiva dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, disse di «non condividere l’invettiva contro i centri sociali perché non compiono alcuna occupazione illegale ma piuttosto svolgono un lavoro egregio che lo Stato dovrebbe sottolineare con positività».L’ex pm rivendicava come un merito, di aver dato l’autorizzazione all’occupazione di taluni edifici. E poi sottolineava che «quando le istituzioni non arrivano e i privati abbandonano alla mercé del degrado alcuni luoghi, i cittadini si prendono in carico di riqualificare e curare il territorio». Insomma, i centri sociali svolgono una funzione di «bonifica» sociale «encomiabile».

Ma queste realtà hanno avuto anche l’assist della Cassazione.

A maggio 2018, i giudici supremi hanno negato lo sgombero del centro Tempo rosso di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta, per il quale la Procura aveva chiesto il sequestro con l’accusa di occupazione abusiva.

Per la Cassazione non si può procedere allo sgombero per un motivo preciso: quegli edifici pubblici diventati sede di centri sociali, per anni hanno portato avanti le loro iniziative con «l’acquiescenza» del proprietario dell’immobile, che spesso è il Comune, «ingenerando» nelle persone che occupano «il convincimento» della «legittimità dell’occupazione».

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