• L’adolescente avvisò che avrebbe dormito da un’amica, invece era a Roma. Ha usato un numero oscurato. La polizia interroga un extracomunitario.
  • L’ex presidente della Camera, paladina dell’immigrazione sfrenata fino all’ultimo giorno di mandato, fa retorica sull’assassinio: «Chi ti ha fatto male la paghi cara».

Lo speciale contiene due articoli

Il filo tra testimone e sospettato in questo caso è molto sottile. Cinque persone ieri hanno passato la giornata in Questura per spiegare quello che avrebbero visto. Ma soprattutto per chiarire cosa ci facessero in quello stabile occupato in via dei Lucani a Roma, quartiere di San Lorenzo. Non si sa se sono tutti stranieri o se ci sia tra loro anche la ragazza che – quasi alle 4 del mattino – ha chiamato il 112 per segnalare in modo anonimo che Desirée Mariottini, 16 anni, era in quello stabile.

Ieri a Piazzale Clodio la Procura di Roma era blindata. Il fatto che i magistrati che si stanno occupando di sbrogliare il giallo della morte della povera Desirée (il pm Stefano Pizza e l’aggiunto Maria Monteleone, del pool che si occupa di violenza di genere) siano stati rinchiusi in un ufficio per oltre 6 ore, ha fatto pensare che stessero preparando dei provvedimenti giudiziari. Le uniche certezze arrivano dai primi dati saltati fuori dall’autopsia: la ragazzina è stata violentata e nel suo sangue c’erano tracce di stupefacenti. «Aggressione a sfondo sessuale», la definisce chi indaga.

Questi risultati, comunicati dal medico legale della Sapienza, Dino Tancredi, e le dichiarazioni di un testimone senegalese che ha raccontato di aver visto africani e arabi accanto alla ragazza morta, hanno spinto i magistrati a iscrivere il fascicolo per omicidio volontario e violenza sessuale. Come nel caso della povera Pamela Mastropietro (la diciottenne uccisa a Macerata nel gennaio scorso) ci sono ancora dubbi sulle cause della morte. Al momento si lavora sulle indiscrezioni, che a volte propendono per l’overdose e a volte per un decesso per soffocamento. A rendere il tutto più complicato ci sono le 36 ore di ritardo con le quali si è arrivati a capire che il caso di Desirée non era la triste e semplice vicenda di una delle tante tossicodipendenti trovate senza vita al bordo di una strada a margine dei bagordi capitolini. Tre giorni d’indagini sono stati buttati a causa di una rabberciata comunicazione del commissariato che descriveva una donna di 25 o 30 anni morta per overdose e senza apparenti segni di violenza. La notizia è arrivata con le stesse caratteristiche alla stampa locale. Liquidata senza pensarci troppo, come una delle tante storie di degrado del suburbio romano. Poi è saltato fuori il testimone senegalese e il caso di Desirée è finito agli investigatori della Squadra mobile.

«Io c’ero quella sera… dopo che è morta c’ero», ha raccontato il testimone. Che ha anche fornito ai poliziotti un dato temporale importante: «Sono arrivato lì a mezzanotte, mezzanotte e mezza». Ma non solo quello: ha detto anche che c’erano altre persone. «Una ragazza che parlava romano», ad esempio. E che questa «urlava “l’hanno uccisa”». E gli immigrati: «C’erano africani e arabi… sei o sette persone». Molti dei quali individuati e già interrogati.

Un’altra persona ha raccontato (ai microfoni di Rai 1) di essere stata in compagnia di Desirée proprio la notte di mercoledì e, poi, tra le 3 e mezza e le 4 e un quarto, di averla salutata in via dei Lucani. Orari che, però, confliggono con la versione del senegalese. Di certo già martedì sono state sentite, insieme a un cittadino nordafricano, anche due ragazze. Una di loro potrebbe essere la stessa di cui parlava il senegalese, quella che urlava, dicendo che Desirée era morta e che era stata vittima di uno stupro di gruppo.

L’altra coincidenza è che è stata sempre una voce femminile a chiamare i soccorsi da un telefono pubblico che si trova a poca distanza dal palazzo. I soccorritori del 118 hanno riferito ai poliziotti di aver trovato Desirée adagiata su un fianco e con i vestiti addosso. Si è scoperto, poi, che era stata rivestita. Accanto al corpo non c’erano siringhe o altre tracce utili.

Per definire il numero di persone che frequentavano lo stabile occupato abusivamente (di proprietà di una società immobiliare e che per una disputa giudiziaria è passato in gestione a un custode giudiziario) e per stringere il cerchio su quelle che erano lì negli orari indicati dal senegalese, gli investigatori ieri hanno convocato altre sei persone informate sui fatti. Stabilire con esattezza chi era con Desirée lì dentro potrebbe portare alla svolta. Nel frattempo dovrebbero arrivare in Procura anche i dati delle celle telefoniche dell’area, che potrebbero aiutare gli investigatori nella caccia all’assassino. Si sta inoltre verificando se è vero, come alcuni avrebbero riferito nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del cadavere, che la ragazza fosse andata nel palazzo per recuperare lo smartphone che le avevano rubato, oppure se da qualche tempo era una frequentatrice di qual covo di pusher. Il legale della famiglia ha raccontato che la giovane prima di sparire aveva chiamato la nonna (che lavora in tribunale a Latina), raccontandole di aver perso l’autobus e aggiungendo che avrebbe passato la notte da un’amica. La telefonata era però arrivata da un’utenza privata, una circostanza che ha insospettito e messo in allarme sia la nonna sia la mamma. Le due si sono messe subito alla ricerca di Desirée a Latina e a Cisterna. Non potevano immaginare che la ragazza fosse partita per Roma. Gli investigatori stanno cercando di capire con quale mezzo si sia mossa. E per farlo hanno acquisito i filmati delle telecamere di sorveglianza della stazione ferroviaria di Cisterna, cosi come quelli delle telecamere di via dei Lucani a Roma. Al Commissariato di Cisterna, insieme agli ultimi spostamenti, hanno il compito di ricostruire gli ultimi giorni di vita di Desirée: contatti con amici e amiche, ma anche con gli spacciatori del luogo.

Fabio Amendolara

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