Caschi blu o luci rosse? Viaggio dentro l’Onu. Scandali e abusi (impuniti) dell’agenzia del bene
  • L’ultimo caso è quello di una coppia colta a fare sesso su un’auto delle Nazioni unite. Ma tutta la storia dell’ente è strapiena di violenze a danno di donne e bambini.
  • «La cooperazione internazionale ormai si svolge al Wto e il Consiglio di sicurezza è in perenne paralisi Per questo occorre puntare sull’Assemblea, così da evitare interventi unilaterali e visioni egemoniche»

Lo speciale contiene due articoli

Carnefici travestiti da salvatori. Sono migliaia i dipendenti e collaboratori delle Nazioni unite che dall’inizio del millennio si sono macchiati dei peggiori crimini. Stupri, abusi, sfruttamento della prostituzione, ma anche corruzione e frodi. Ovviamente si tratta di una minoranza rispetto a chi si impegna per mantenere la pace e la stabilità delle popolazioni locali, ma le loro azioni rappresentano un’onta indelebile per tutta l’organizzazione.

Una fotografia del baratro nel quale l’Onu giace ormai da tempo ci è stata consegnata da un filmato che lo scorso mese ha fatto il giro del mondo. Nel video, della durata di 18 secondi e presumibilmente girato a Tel Aviv, un uomo e una donna vengono ripresi mentre consumano un atto sessuale nel sedile posteriore di un’autovettura di servizio delle Nazioni unite. Seduti davanti, il guidatore e un altro passeggero intento a farsi gli affari propri. Non è chiaro se la donna di rosso vestita a cavalcioni sul funzionario sia anch’ella una dipendente, o molto più semplicemente una prezzolata avventrice. Fatto sta che il breve video, oltre a provocare una generalizzata indignazione, ha sollevato un polverone che è arrivato fino piani alti del Palazzo di vetro. «Siamo scioccati e profondamente turbati dal filmato», ha dichiarato Stephan Dujarric, portavoce del segretario generale Antonio Guterres, «i comportamenti ritratti sono disdicevoli e vanno contro tutti i nostri valori e il lavoro fatto per contrastare la cattiva condotta dei dipendenti dell’Onu».

Secondo i dati ufficiali forniti dalla stessa agenzia, dal 2007 a oggi sono ben 931 i casi di sfruttamento e abuso a sfondo sessuale compiuti dal personale di stanza nelle missioni internazionali. Purtroppo, un terzo (307 casi corrispondenti a 317 vittime) riguarda bambini. Cifre che rappresentano appena la punta dell’iceberg, dal momento che quella delle violenze sessuali rappresenta una conta sottostimata per definizione. E il fatto che gli attori di queste malvagità il più delle volte indossino una divisa non fa che peggiorare le cose. Per ciò che concerne i reati non a sfondo sessuale (furti, minacce, abuso d’ufficio), dal 2007 al 2020 le denunce sono state 13.204, la maggior parte delle quali a carico di personale civile.

Se allarghiamo il campo a tutto il personale delle Nazioni unite, ai partner coinvolti nell’attuazione dei progetti e ai militari non appartenenti all’Onu coinvolti nelle missioni, il bilancio si fa ancora più pesante. Solo nel 2019, le denunce di stupro sono state 46. Nei due terzi dei casi, la vittima era un bambino. Notevoli anche i numeri relativi alle molestie sessuali (29 denunce, di cui 18 inoltrate da minori), e quelli riguardanti la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di qualcos’altro (cosiddetto «transational sex», 47 denunce). Complessivamente, su un totale di 328 casi, ben 103 hanno colpito i bambini. Numeri che a prima vista potrebbero sembrare risibili, ma che se rapportati al totale dei dipendenti assumono tutt’altro valore. Sebbene le statistiche sulle violenze sessuali vadano prese con le pinze, la frequenza con cui questo tipo di reati viene perpetrata da parte dei dipendenti e collaboratori dell’agenzia risulta molto più alta di quanto non avvenga, ad esempio, nell’Unione europea. Stando agli ultimi dati raccolti da Eurostat, durante il 2017 nell’Ue a 27 sono stati denunciati 291.500 crimini sessuali (la sommatoria di stupro, violenza e aggressione), pari a 65 ogni 100.000 persone. Ebbene, se consideriamo il totale delle risorse impiegate dall’Onu (circa 190.000 individui, tra dipendenti e personale impegnato nelle missioni), tale rapporto schizza a 172 ogni 100.000, quasi il triplo della media Ue.

Ma la fredda realtà dei numeri non rende appieno l’idea del fenomeno. D’altronde, dietro a ognuna di queste vicende si cela il dramma umano di chi si è trovato costretto a subire violenze e abusi. Si va dalle donne stuprate di Haiti a quelle della Somalia, passando per la Repubblica Centrafricana e il Congo. Poi, ovviamente, ci sono le violenze nei confronti dei minori. Un vero e proprio elefante nella stanza del segretario generale di turno, il quale puntualmente si dimostra incapace di risolvere il problema. Le sciagure di questi «bambini interrotti» sono state descritte a più riprese dal giornalismo investigativo. Nel 2017, Associated press ha raccontato con dovizia di particolari il calvario di alcune piccole vittime di Haiti. Ognuna di esse viene identificata con un codice la cui prima lettera, «V», sta per «vittima». Dai 12 ai 15 anni, per esempio, V01 è stata costretta a fare sesso con 50 peacekeeper, compreso un comandante che le ha dato 75 centesimi di dollaro, poco più di 60 centesimi di euro. Un ragazzo, V08, ha subito violenza da parte di 20 uomini. Nove bambine, racconta l’Ap citando un rapporto interno, sono finite in un giro di prostituzione gestito da 134 peacekeeper dello Sri Lanka. Di questi, 114 sono stati rimandati a casa, e nessuno è stato arrestato. Già, perché uno dei risvolti più oscuri riguarda proprio la difficoltà di rendere giustizia alle vittime. Spesso e volentieri i colpevoli degli abusi rimangono impuniti, e quasi tutti i casi si concludono con il rimpatrio del responsabile delle violenze. Nonostante lo scorso febbraio, nella relazione annuale all’Assemblea sulle misure speciali contro lo sfruttamento sessuale e gli abusi, Guterres abbia promesso di «mettere in ordine» la «casa» delle Nazioni unite, la situazione rimane grave.

Chissà se nell’ormai lontano 1954 lo svedese Dag Hammarskjöld – terzo segretario dell’Onu in ordine cronologico e futuro premio Nobel per la pace – nell’affermare che «le Nazioni unite non sono state create per condurci in Paradiso, ma per salvarci dall’inferno» poteva immaginare che la stessa organizzazione da lui guidata per due mandati (dal 1953 al 1961) avrebbe contribuito alla costruzione di quello stesso inferno dal quale giurava di voler sottrarre il mondo.

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