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2026-04-01
(S)vendita San Siro, Procura in campo per turbativa d’asta
Lo stadio San Siro (Imagoeconomica)
La sera del 4 novembre 2021, mentre a Palazzo Marino si chiude una delle delibere decisive sul futuro di San Siro, Giancarlo Tancredi, allora responsabile pubblico del dossier stadio e poi assessore alla Rigenerazione urbana, scrive al sindaco Giuseppe Sala: «Possiamo sentirci un minuto su delibera Stadio? Sono qui con segretario generale. C’è un punto sul Meazza che vorrei condividere con te». Subito dopo parte la telefonata. È anche da qui che la Procura di Milano fa partire la nuova inchiesta su San Siro: non un episodio isolato, ma un’operazione che, secondo i pm, sarebbe stata orientata fin dall’origine attraverso «accordi informali e collusioni», con scambi «non trasparenti e indebiti» tra Comune, Inter, Milan e consulenti.
Gli indagati sono nove, divisi in tre blocchi. Sul fronte pubblico ci sono Christian Malangone, direttore generale del Comune dal 2018; Giancarlo Tancredi, responsabile unico del procedimento per la dismissione dello stadio dal luglio 2019 all’ottobre 2021 e poi assessore; Simona Collarini, direttrice della Pianificazione e programmazione servizi e Rup subentrata dal 29 ottobre 2021. Sul fronte dei club compaiono Mark Van Huukslot, procuratore dell’Inter, e Alessandro Antonello, amministratore delegato nerazzurro fino al marzo 2025. Sul fronte dei consulenti figurano Ada Lucia De Cesaris e Fabrizio Grena per l’Inter, Giuseppe Bonomi e Marta Clara Silvana Spaini per il Milan. A tutti sono stati sequestrati i cellulari e i computer.
L’accusa principale è la turbativa del procedimento amministrativo che conduce all’avviso pubblico del 24 marzo 2025, l’atto con cui il Comune apre la raccolta di eventuali manifestazioni di interesse alternative sulla Gfu San Siro dopo la proposta presentata da Inter e Milan l’11 marzo 2025; a Tancredi e Malangone si aggiunge la rivelazione di segreto d’ufficio sulla delibera del 5 novembre 2021, relativa alla dichiarazione di pubblico interesse, mentre a Tancredi viene contestata anche quella sulla delibera del 19 gennaio 2023, che chiude il dibattito pubblico sul dossier stadio. Per i pm, l’iter sarebbe stato orientato da costanti interlocuzioni informali e scambi di informazioni non trasparenti, fino a determinare nella sostanza il contenuto. Sul tavolo c’è un affare da 197 milioni di euro costruito attorno alla cessione dell’intera Grande funzione urbana San Siro. L’operazione riguarda oltre 280.000 metri quadrati, con una superficie lorda considerata di 98.314 metri quadrati, e secondo la Procura sarebbe stata piegata alle richieste delle società per arrivare alla compravendita e consentire lo «sfruttamento commerciale ed edilizio del territorio circostante». È qui che il decreto usa la formula più dura: il Comune, «discostandosi in parte» dalla ratio della legge stadi, avrebbe assecondato soggetti privati «portatori di interessi principalmente volti alla ottimizzazione dei ricavi», rendendo l’intera operazione «fortemente connotata da una veste speculativa».
Per i pm la storia comincia molto prima del 2019. De Cesaris viene coinvolta già nel 2016 nel progetto San Siro; nel 2017, i club immaginano già nuovo stadio, museo, megastore, hotel, parcheggi e funzioni accessorie sull’intera area; il 24 ottobre di quell’anno De Cesaris invia a Tancredi un memorandum sui «possibili scenari normativi e procedimentali» per consentire a un privato di ristrutturare il Meazza e valorizzare l’area pubblica. In questa lettura, il progetto immobiliare era già pronto e la parte privata contribuiva perfino a indicare al Comune la strada da seguire. Un precedente chiave arriva l’8 novembre 2019, giorno della delibera n. 1905 sul pubblico interesse. Malangone invia a De Cesaris la versione definitiva dell’atto prima della notifica ufficiale; lei commenta «Anche illegittima.. bravi» e la gira subito a Mark Van Huukslot: «Ti ho mandato delibera». Per la Procura è il segno che la circolazione anticipata degli atti fuori dal perimetro istituzionale non sarebbe un’eccezione, ma un metodo. La richiesta di perquisizione (ieri gli inquirenti hanno fatto visita a Palazzo Marino come alle sedi delle due squadre) lo dice chiaramente: i pubblici ufficiali avrebbero favorito la diffusione di notizie riservate interne all’istruttoria, consentendo ai privati di calibrare le proprie istanze e perfino di ottenere modifiche alle bozze ancora da portare in giunta.
Il novembre 2021 è, però, il cuore del fascicolo. Il 27 ottobre De Cesaris invia a Spaini una mail con oggetto «Stadio» che riepiloga i passaggi istruttori della compravendita; il giorno dopo, secondo gli inquirenti, lo stesso file passa da Malangone a Tancredi. Il 31 ottobre Tancredi propone a Malangone di anticipare a De Cesaris il tema dell’indice di edificabilità territoriale. Poi arriva il 4 novembre: l’incontro «in centro», la raccomandazione «Non fate troppa scena», il messaggio a Sala. La mattina dopo, giorno della delibera n. 1379, Simona Collarini scrive che l’atto è stato «sistemato» e «allineato» alle indicazioni di Tancredi; poco dopo Van Huukslot avvisa De Cesaris: «Abbiamo cercato di aggiustare alcune cose... ci sono le cose concordate». Per i pm, è il punto in cui la semplice interlocuzione si trasforma in un confronto sul contenuto degli atti. Le chat del 2022 servono poi a mostrare che, per i club, il vecchio Meazza non era più davvero un’opzione.
Il 12 gennaio Mark Van Huukslot scrive che la vera discussione «non è stadio nuovo versus ristrutturazione Meazza, ma stadio nuovo a San Siro o stadio nuovo altrove» e aggiunge che discutere la ristrutturazione «non è di nostro interesse». Ada Lucia De Cesaris approva, Antonello chiude: «Agenda è nuovo stadio con nostra proposta». È il segno, per gli inquirenti, che la rotta fosse già fissata.
Tra il 2024 e il 2025 ci sarebbero stati decine di incontri tra Comune, club e consulenti prima del dossier del 7 marzo. Il 1° marzo Bruno Ceccarelli chiede una procedura pubblica per certificare le alternative; Tancredi risponde che l’evidenza pubblica verrà solo dopo la proposta delle squadre. Il 18 marzo aggiunge che bisogna chiudere entro l’estate, «se no ad ottobre scadono i 70 anni e arriva il vincolo». Sullo sfondo pesano i numeri: 40 milioni di oneri ed extraoneri, il tunnel Patroclo da oltre 68 milioni e il Meazza valutato da Sala in circa 100 milioni.
Per la Procura è qui che tutto si tiene: il vincolo da battere sul tempo, l’evidenza pubblica rinviata, il valore economico dell’area. E così San Siro smette di essere solo uno stadio: diventa il cuore di un affare che i magistrati ritengono scritto molto prima dell’ultimo atto.
Urbanistica, Corte dei conti e stadio. Mr. Expo si difende ma è accerchiato
Giuseppe Sala, nella nuova inchiesta su San Siro, non figura (al momento) tra gli indagati. Ma il suo nome affiora spesso nelle carte: nelle chat, nei passaggi politici più delicati, nei dossier che ruotano attorno alla vendita del Meazza e dell’area circostante. Ed è proprio questo il punto. Perché l’ultima indagine sulla cessione di San Siro arriva mentre il sindaco di Milano è già coinvolto nel maxi-filone sull’urbanistica e vede stringersi attorno a sé una cintura di procedimenti che tocca Palazzo Marino, la commissione Paesaggio, i grandi progetti immobiliari e ora anche il dossier simbolo della città.
Non è ancora un assedio giudiziario diretto su ogni fascicolo, ma è ormai un accerchiamento politico e amministrativo difficile da ignorare. In mattinata Sala aveva scelto il silenzio annullando una conferenza stampa, poi, in serata ha sottolineato che non ci sono «ipotesi corruttive» e di attendere «con fiducia» gli sviluppi dell’inchiesta: gli uffici hanno operato «in buona fede e per il bene di Milano» e ci sono state «interlocuzioni fisiologiche con i club». Nel maxi-filone urbanistica, Sala è indagato per false dichiarazioni, in relazione alla nomina di Giuseppe Marinoni alla commissione Paesaggio, e per concorso in induzione indebita nel filone Pirellino-Torre Botanica, ipotesi però già ridimensionata dal gip in sede cautelare.
Attorno a questo primo baricentro, il resto del panorama si è fatto sempre più fitto. L’indagine, partita negli anni passati dall’esposto su piazza Aspromonte, si è allargata fino a investire circa 150 progetti con oltre 70 indagati. Da quel troncone sono già nati processi veri e propri, da Torre Milano a Park Towers, da via Fauchè 9 a Bosconavigli. Accanto ai dibattimenti già avviati restano poi aperti o in fase avanzata altri dossier come Hidden garden, The nest, Scalo house, Giardino segreto, SerlioSette, Residenze Lac, Syre a San Siro e Unico-Brera. Non tutto chiama direttamente in causa Sala, ma tutto cade sulla stessa stagione politica e amministrativa e consolida l’immagine di una città in cui l’urbanistica è diventata terreno di scontro giudiziario permanente.
La nuova inchiesta su San Siro pesa soprattutto per il segnale politico che manda. Tra i nove indagati compaiono Giancarlo Tancredi e Christian Malangone, due figure centrali della macchina comunale che con Sala hanno seguito alcuni dei dossier più delicati in questi anni.
Il problema di Sala, ormai, è il cumulo. Oltre ai vari procedimenti urbanistici, ci sono i processi già aperti che continuano ad alimentare l’idea di una «urbanistica Milano» definita dai pm come un sistema. C’è il fronte della magistratura contabile, con una decina di istruttorie aperte. E c’è infine San Siro, il dossier più politico di tutti, quello che tocca identità cittadina, Inter e Milan, valore delle aree e immagine di Milano. Messo in fila così, il quadro racconta non soltanto un sindaco alle prese con alcune grane giudiziarie, ma il capo di un’amministrazione finita stabilmente sotto la lente delle Procure. Il verde Enrico Fedrighini parla di operazione segnata da «opacità» e dall’assenza di un vero interesse pubblico, denunciando una trasformazione trattata «quasi come se fosse una trattativa privata». Claudio Trotta, tra i promotori del Comitato Sì Meazza, insiste sul fatto che vendita e demolizione siano sempre parse «non necessarie, poco trasparenti e contrarie all’interesse pubblico», ribadendo che San Siro andava difeso e riqualificato. Dal fronte del centrodestra, Enrico Marcora (Fdi) chiede ora che il sindaco e la vice Anna Scavuzzo si assumano la responsabilità politica dell’operazione dopo mesi di denunce dei comitati e interventi in aula.
Per Sala, al secondo giro a Palazzo Marino e vicino alla scadenza della legislatura, significa affrontare il finale con la politica schiacciata dal calendario giudiziario. Se poi il quadro nazionale cambiasse e il voto venisse anticipato, tornerebbe il tema di una candidatura alle politiche, con l’effetto di lasciare Milano prima della scadenza.
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Nove indagati tra ex assessori, manager pubblici e di Inter e Milan. Per i pm ci sarebbero stati «scambi indebiti» tra Comune e società.Uomini e strategie flop, però Sala contrattacca: «Interlocuzioni fisiologiche».Lo speciale contiene due articoli.La sera del 4 novembre 2021, mentre a Palazzo Marino si chiude una delle delibere decisive sul futuro di San Siro, Giancarlo Tancredi, allora responsabile pubblico del dossier stadio e poi assessore alla Rigenerazione urbana, scrive al sindaco Giuseppe Sala: «Possiamo sentirci un minuto su delibera Stadio? Sono qui con segretario generale. C’è un punto sul Meazza che vorrei condividere con te». Subito dopo parte la telefonata. È anche da qui che la Procura di Milano fa partire la nuova inchiesta su San Siro: non un episodio isolato, ma un’operazione che, secondo i pm, sarebbe stata orientata fin dall’origine attraverso «accordi informali e collusioni», con scambi «non trasparenti e indebiti» tra Comune, Inter, Milan e consulenti.Gli indagati sono nove, divisi in tre blocchi. Sul fronte pubblico ci sono Christian Malangone, direttore generale del Comune dal 2018; Giancarlo Tancredi, responsabile unico del procedimento per la dismissione dello stadio dal luglio 2019 all’ottobre 2021 e poi assessore; Simona Collarini, direttrice della Pianificazione e programmazione servizi e Rup subentrata dal 29 ottobre 2021. Sul fronte dei club compaiono Mark Van Huukslot, procuratore dell’Inter, e Alessandro Antonello, amministratore delegato nerazzurro fino al marzo 2025. Sul fronte dei consulenti figurano Ada Lucia De Cesaris e Fabrizio Grena per l’Inter, Giuseppe Bonomi e Marta Clara Silvana Spaini per il Milan. A tutti sono stati sequestrati i cellulari e i computer.L’accusa principale è la turbativa del procedimento amministrativo che conduce all’avviso pubblico del 24 marzo 2025, l’atto con cui il Comune apre la raccolta di eventuali manifestazioni di interesse alternative sulla Gfu San Siro dopo la proposta presentata da Inter e Milan l’11 marzo 2025; a Tancredi e Malangone si aggiunge la rivelazione di segreto d’ufficio sulla delibera del 5 novembre 2021, relativa alla dichiarazione di pubblico interesse, mentre a Tancredi viene contestata anche quella sulla delibera del 19 gennaio 2023, che chiude il dibattito pubblico sul dossier stadio. Per i pm, l’iter sarebbe stato orientato da costanti interlocuzioni informali e scambi di informazioni non trasparenti, fino a determinare nella sostanza il contenuto. Sul tavolo c’è un affare da 197 milioni di euro costruito attorno alla cessione dell’intera Grande funzione urbana San Siro. L’operazione riguarda oltre 280.000 metri quadrati, con una superficie lorda considerata di 98.314 metri quadrati, e secondo la Procura sarebbe stata piegata alle richieste delle società per arrivare alla compravendita e consentire lo «sfruttamento commerciale ed edilizio del territorio circostante». È qui che il decreto usa la formula più dura: il Comune, «discostandosi in parte» dalla ratio della legge stadi, avrebbe assecondato soggetti privati «portatori di interessi principalmente volti alla ottimizzazione dei ricavi», rendendo l’intera operazione «fortemente connotata da una veste speculativa».Per i pm la storia comincia molto prima del 2019. De Cesaris viene coinvolta già nel 2016 nel progetto San Siro; nel 2017, i club immaginano già nuovo stadio, museo, megastore, hotel, parcheggi e funzioni accessorie sull’intera area; il 24 ottobre di quell’anno De Cesaris invia a Tancredi un memorandum sui «possibili scenari normativi e procedimentali» per consentire a un privato di ristrutturare il Meazza e valorizzare l’area pubblica. In questa lettura, il progetto immobiliare era già pronto e la parte privata contribuiva perfino a indicare al Comune la strada da seguire. Un precedente chiave arriva l’8 novembre 2019, giorno della delibera n. 1905 sul pubblico interesse. Malangone invia a De Cesaris la versione definitiva dell’atto prima della notifica ufficiale; lei commenta «Anche illegittima.. bravi» e la gira subito a Mark Van Huukslot: «Ti ho mandato delibera». Per la Procura è il segno che la circolazione anticipata degli atti fuori dal perimetro istituzionale non sarebbe un’eccezione, ma un metodo. La richiesta di perquisizione (ieri gli inquirenti hanno fatto visita a Palazzo Marino come alle sedi delle due squadre) lo dice chiaramente: i pubblici ufficiali avrebbero favorito la diffusione di notizie riservate interne all’istruttoria, consentendo ai privati di calibrare le proprie istanze e perfino di ottenere modifiche alle bozze ancora da portare in giunta.Il novembre 2021 è, però, il cuore del fascicolo. Il 27 ottobre De Cesaris invia a Spaini una mail con oggetto «Stadio» che riepiloga i passaggi istruttori della compravendita; il giorno dopo, secondo gli inquirenti, lo stesso file passa da Malangone a Tancredi. Il 31 ottobre Tancredi propone a Malangone di anticipare a De Cesaris il tema dell’indice di edificabilità territoriale. Poi arriva il 4 novembre: l’incontro «in centro», la raccomandazione «Non fate troppa scena», il messaggio a Sala. La mattina dopo, giorno della delibera n. 1379, Simona Collarini scrive che l’atto è stato «sistemato» e «allineato» alle indicazioni di Tancredi; poco dopo Van Huukslot avvisa De Cesaris: «Abbiamo cercato di aggiustare alcune cose... ci sono le cose concordate». Per i pm, è il punto in cui la semplice interlocuzione si trasforma in un confronto sul contenuto degli atti. Le chat del 2022 servono poi a mostrare che, per i club, il vecchio Meazza non era più davvero un’opzione. Il 12 gennaio Mark Van Huukslot scrive che la vera discussione «non è stadio nuovo versus ristrutturazione Meazza, ma stadio nuovo a San Siro o stadio nuovo altrove» e aggiunge che discutere la ristrutturazione «non è di nostro interesse». Ada Lucia De Cesaris approva, Antonello chiude: «Agenda è nuovo stadio con nostra proposta». È il segno, per gli inquirenti, che la rotta fosse già fissata.Tra il 2024 e il 2025 ci sarebbero stati decine di incontri tra Comune, club e consulenti prima del dossier del 7 marzo. Il 1° marzo Bruno Ceccarelli chiede una procedura pubblica per certificare le alternative; Tancredi risponde che l’evidenza pubblica verrà solo dopo la proposta delle squadre. Il 18 marzo aggiunge che bisogna chiudere entro l’estate, «se no ad ottobre scadono i 70 anni e arriva il vincolo». Sullo sfondo pesano i numeri: 40 milioni di oneri ed extraoneri, il tunnel Patroclo da oltre 68 milioni e il Meazza valutato da Sala in circa 100 milioni.Per la Procura è qui che tutto si tiene: il vincolo da battere sul tempo, l’evidenza pubblica rinviata, il valore economico dell’area. 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Perché l’ultima indagine sulla cessione di San Siro arriva mentre il sindaco di Milano è già coinvolto nel maxi-filone sull’urbanistica e vede stringersi attorno a sé una cintura di procedimenti che tocca Palazzo Marino, la commissione Paesaggio, i grandi progetti immobiliari e ora anche il dossier simbolo della città.Non è ancora un assedio giudiziario diretto su ogni fascicolo, ma è ormai un accerchiamento politico e amministrativo difficile da ignorare. In mattinata Sala aveva scelto il silenzio annullando una conferenza stampa, poi, in serata ha sottolineato che non ci sono «ipotesi corruttive» e di attendere «con fiducia» gli sviluppi dell’inchiesta: gli uffici hanno operato «in buona fede e per il bene di Milano» e ci sono state «interlocuzioni fisiologiche con i club». Nel maxi-filone urbanistica, Sala è indagato per false dichiarazioni, in relazione alla nomina di Giuseppe Marinoni alla commissione Paesaggio, e per concorso in induzione indebita nel filone Pirellino-Torre Botanica, ipotesi però già ridimensionata dal gip in sede cautelare.Attorno a questo primo baricentro, il resto del panorama si è fatto sempre più fitto. L’indagine, partita negli anni passati dall’esposto su piazza Aspromonte, si è allargata fino a investire circa 150 progetti con oltre 70 indagati. Da quel troncone sono già nati processi veri e propri, da Torre Milano a Park Towers, da via Fauchè 9 a Bosconavigli. Accanto ai dibattimenti già avviati restano poi aperti o in fase avanzata altri dossier come Hidden garden, The nest, Scalo house, Giardino segreto, SerlioSette, Residenze Lac, Syre a San Siro e Unico-Brera. Non tutto chiama direttamente in causa Sala, ma tutto cade sulla stessa stagione politica e amministrativa e consolida l’immagine di una città in cui l’urbanistica è diventata terreno di scontro giudiziario permanente.La nuova inchiesta su San Siro pesa soprattutto per il segnale politico che manda. Tra i nove indagati compaiono Giancarlo Tancredi e Christian Malangone, due figure centrali della macchina comunale che con Sala hanno seguito alcuni dei dossier più delicati in questi anni.Il problema di Sala, ormai, è il cumulo. Oltre ai vari procedimenti urbanistici, ci sono i processi già aperti che continuano ad alimentare l’idea di una «urbanistica Milano» definita dai pm come un sistema. C’è il fronte della magistratura contabile, con una decina di istruttorie aperte. E c’è infine San Siro, il dossier più politico di tutti, quello che tocca identità cittadina, Inter e Milan, valore delle aree e immagine di Milano. Messo in fila così, il quadro racconta non soltanto un sindaco alle prese con alcune grane giudiziarie, ma il capo di un’amministrazione finita stabilmente sotto la lente delle Procure. Il verde Enrico Fedrighini parla di operazione segnata da «opacità» e dall’assenza di un vero interesse pubblico, denunciando una trasformazione trattata «quasi come se fosse una trattativa privata». Claudio Trotta, tra i promotori del Comitato Sì Meazza, insiste sul fatto che vendita e demolizione siano sempre parse «non necessarie, poco trasparenti e contrarie all’interesse pubblico», ribadendo che San Siro andava difeso e riqualificato. Dal fronte del centrodestra, Enrico Marcora (Fdi) chiede ora che il sindaco e la vice Anna Scavuzzo si assumano la responsabilità politica dell’operazione dopo mesi di denunce dei comitati e interventi in aula.Per Sala, al secondo giro a Palazzo Marino e vicino alla scadenza della legislatura, significa affrontare il finale con la politica schiacciata dal calendario giudiziario. Se poi il quadro nazionale cambiasse e il voto venisse anticipato, tornerebbe il tema di una candidatura alle politiche, con l’effetto di lasciare Milano prima della scadenza.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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