• Il destino doganale dei medicinali è rimasto fuori dagli accordi in Scozia: Trump aspetta l’esito di un’indagine sul tema. La Commissione: si rischia una stangata del 15%. Ma il tycoon si era spinto a ipotizzare il 200%…
  • Ursula von der Leyen dice che «compreremo greggio e gas liquefatto per 250 miliardi l’anno». Ma l’export statunitense è molto più basso. E sull’auto la Germania rischia la scoppola.

Lo speciale contiene due articoli.

L’accordo raggiunto in Scozia sui dazi al 15% lascia sospesi alcuni temi che saranno affrontati nei prossimi giorni. Tra questi, le tariffe sui farmaci.

Donald Trump, già prima di domenica, aveva chiarito che non avrebbero fatto parte della trattativa, lasciando intendere che vuole lasciarsi le mani libere. Attualmente i medicinali esportati da aziende europee negli States non sono soggetti a imposte doganali ma è una situazione che difficilmente rimarrà invariata. Avere evitato i dazi al 15% non significa aver scampato il pericolo. Il futuro dell’industria farmaceutica europea per l’export negli Stati Uniti dipende dall’esito dell’indagine, ancora in corso, sulla Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, una legge che autorizza il presidente degli Stati Uniti a imporre dazi o altre restrizioni sulle importazioni se queste risultano una minaccia per la sicurezza nazionale. La finalità è di proteggere le industrie nazionali da importazioni che potrebbero comprometterne la capacità produttiva. Qualora da questa indagine dovesse emergere che i prodotti della farmaceutica europea rappresentano un pericolo per la competitività dell’industria nazionale, Trump potrebbe introdurre i dazi in modo da riequilibrare la situazione. D’altronde, è la logica che ha portato all’avvio della guerra commerciale sfociata nell’accordo per dazi al 15%.

La percentuale a cui andrebbero sottoposti i farmaci è da definire. L’Ue spinge perché non si superi il tetto del 15% e Bruxelles ieri ha lasciato filtrare che proprio l’intesa raggiunta domenica scorsa rappresenta un argine per non andare oltre tale soglia. Però Trump ci ha abituato a cambi di scenario repentini e proprio il fatto che la partita dei farmaci sia rimasta fuori dal negoziato in Scozia, potrebbe lasciargli libertà d’azione. Von der Leyen, a ridosso del vertice scozzese, ha detto che alcuni farmaci generici potrebbero continuare a rimanere esenti da dazi ma si tratta di ipotesi, parole non sostenute da alcun documento. Serve attendere la dichiarazione ufficiale che dovrebbe arrivare entro venerdì e che, secondo quanto annunciato dalla presidente della Commissione, conterrà dettagli sulle molecole escluse.

Il tycoon, nei giorni immediatamente precedenti all’incontro con Von der Leyen, non aveva escluso per i farmaci l’ipotesi di dazi progressivi a partire da agosto, fino ad arrivare anche al 200%. Non è dato capire se sono dichiarazioni di tattica per ribadire la propria posizione di forza indiscussa o se c’è veramente una intenzione di questi genere. I media americani hanno già commentato negativamente un’opzione di questo tipo in quanto avrebbe un impatto forte sulla sanità americana, portando un’impennata dei prezzi. A quel punto la tesi del riequilibrio della bilancia commerciale con effetti a lungo termine sarebbe difficile da difendere di fronte al ceto medio-basso costretto, di botto, a pagare i medicinali di base anche il doppio.

Per capire la posta in gioco, ecco alcuni dati. L’Italia ha un ruolo di primo piano nella farmaceutica europea. Secondo l’Istat, l’export nel 2024 di articoli farmaceutici e chimico medicinali di aziende italiane verso gli Usa ha un valore di oltre 10 miliardi di euro. Il settore ha un saldo attivo di 2,7 miliardi. L’export dei prodotti farmaceutici di base ammonta a 325 milioni di euro a fronte di importazioni per 5,9 miliardi di euro e un saldo negativo di 5,6 miliardi. Per i medicinali e i preparati farmaceutici, l’Italia esporta per 9,7 miliardi con un saldo attivo di 8,3 miliardi. Con dazi al 15%, su 10 miliardi di esportazioni l’impatto sarebbe fino a 2,5 miliardi considerando anche la svalutazione del dollaro. Nel 2024, le esportazioni farmaceutiche della Ue verso gli Stati Uniti hanno raggiunto un valore di 119,8 miliardi di euro, rappresentando il 38,2% di tutte le esportazioni extra-Ue. Secondo l’analisi dell’economista Fabrizio Gianfrate, gli Usa movimentano farmaci per un valore di 306,4 miliardi di dollari: 94,4 miliardi di import e 212 di export verso il resto del mondo.

Per scavalcare i dazi, alcune grandi aziende europee, tra cui Senofi, Novartis, Astrazeneca e Roche hanno annunciato investimenti produttivi negli Usa. Astrazeneca ha un piano quinquennale da 50 miliardi di dollari e una parte andrà alla costruzione di un centro di produzione in Virginia, Novartis pianifica investimenti oltre oceano per 23 miliardi di dollari mentre la rivale e connazionale Roche ha destinato allo sviluppo della produzione negli Usa 50 miliardi. Anche la francese Sanofi ha presentato un piano da 20 miliardi.

I mercati hanno commentato l’incertezza su alcuni settori e le preoccupazioni dell’impatto dei dazi sulla crescita, con una chiusura debole. Francoforte mette a segno la performance peggiore (-1,13%), seguita da Parigi (-0,43%) mentre Milano chiude poco sopra la parità (+0,01%). L’euro sul dollaro è in calo (-1,14%) e si attesta su 1,161.

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