Bini Smaghi tifa Ue per far ingrassare le banche francesi
Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale (Imagoeconomica)
  • L’italiano è presidente di Société Générale: l’unione dei mercati può favorire le fusioni. Olaf Scholz va da Emmanuel Macron per lanciare Mario Draghi.
  • La moglie Veronica De Romanis era la prima fan dei fondi di Bruxelles: bastava la metà dei 230 miliardi.

Lo speciale contiene due articoli.

Ci vuole più Europa. Anzi, ci vuole più sovranità europea. La visita in Germania del presidente francese Emmanuel Macron, che ha incontrato il cancelliere tedesco Olaf Scholz, è l’occasione di rilanciare il progetto europeo con le parole d’ordine che ben conosciamo: competitività, mercato unico (anche dei capitali), unione bancaria, green, digitale, meno burocrazia e più sovranità europea. In un comunicato congiunto pubblicato ieri dal Financial Times, i due leader stendono un vero e proprio programma per la prossima Commissione a base delle ricette di sempre, con una spruzzata di nazionalismo europeo. L’ossimoro è intenzionale: l’uso nel titolo della lettera della parola sovranità, che lo schieramento politico europeista di solito associa al nazionalismo ed al fascismo, non sembra questa volta provocare particolari reazioni negative. Evidentemente, c’è sovranità e sovranità. Quella nazionale è brutta e quella europea è bella, par di capire, se si trascura il fatto che la sovranità nazionale è democratica e quella europea no.

Al di là della semantica, la visita di Macron in Germania, che doveva servire a ricucire il rapporto tra i due governi divisi su quasi tutto, è stata soprattutto l’occasione per Macron di fare campagna elettorale all’estero. Nel suo discorso a Dresda, tenuto parzialmente in tedesco al festival europeo della gioventù, Macron, in piena trance europeista, ha proposto di raddoppiare il bilancio dell’Unione, di istituire un «vero» debito comune e di avviare una difesa comune europea. Possiamo immaginare quanto queste proposte piacciano a Scholz (zero), ed infatti nella lettera congiunta al Financial Times tutto questo non c’è. Scopo del discorso di Dresda era soprattutto quello di suscitare nella giovane audience la sensazione di pericolo per l’avanzata della destra politica: «Queste idee si diffondono ovunque. Vengono alimentate dagli estremisti, in particolare dall’estrema destra. E questo vento di autoritarismo tira ovunque in Europa. Per questo motivo dobbiamo svegliarci», ha detto il presidente francese. Il quale in questi giorni ha anche detto che l’Europa ha bisogno di creare campioni paneuropei, spingendo così verso una concentrazione dei vari settori economici, compreso quello bancario.

Più che di ricuciture, il rapporto franco-tedesco, che oggi si basa unicamente sulle debolezze dei due paesi, avrebbe bisogno di essere ricondotto ad un ambito meno esaltato. Anche perché il comunicato di ieri è una specie di litania senza nulla di nuovo, con il richiamo ai triti concetti che piacciono tanto a Bruxelles: competitività (sinora ottenuta sulle spalle dei lavoratori, Draghi dixit) e mercato unico (preso a martellate da quattro anni di sospensione del divieto di aiuti di stato).

Una sorta di appello a Mario Draghi a scendere in campo, in fondo, per risolvere le questioni che oggi vedono l’Europa in un vicolo cieco. La sensazione è che con la implicita chiamata alle armi di Mario Draghi, che viaggia verso i 77 anni, Macron e Scholz stiano dimostrando soprattutto la propria debolezza, e con loro la debolezza del progetto europeo, che sta crollando sotto il peso delle contraddizioni interne. I due Paesi sono in crisi e i leader non sono in grado di arrestare un declino che appare ineluttabile.

Nella loro lettera al quotidiano della City, Scholz e Macron indicano nell’unione dei capitali e nel rafforzamento del mercato unico, tra le altre cose, la strada per uscire dalla crisi, dando così un contentino ad Enrico Letta, che sull’unione bancaria ha speso molto del suo capitale politico.

Proprio l’unione dei capitali è nelle mire non solo di Macron (con Scholz più freddo al riguardo) ma anche in quelle delle grandi banche. Prova ne è la coincidente intervista a Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale, una delle tre maggiori banche francesi, uscita ieri sulle colonne del Sole 24 ore. Intervista, dunque, non ad un osservatore terzo, ma ad uno dei giocatori in campo nella grande partita della finanza. Nell’intervista, Bini Smaghi spiega che è «necessario» che le banche europee diventino più grandi per competere con i colossi americani, ma le fusioni bancarie transnazionali oggi non sono possibili. Dunque, dice il presidente della banca francese, nell’Unione europea serve assolutamente l’unione dei mercati dei capitali, senza la quale l’unione bancaria non funziona. Solo così sarà possibile per le banche diventare più grandi, ovvero acquisire di volta in volta quelle più piccole e poi fondersi tra grandi istituti, per arrivare ad una sempre maggiore concentrazione del settore, con pochi enormi soggetti. Bini Smaghi, già nel comitato esecutivo della Bce, con estrema chiarezza delinea un percorso in cui la banca che presiede non sarà una preda: «Per quel che riguarda Société Générale, data la dimensione, la rilevanza delle operazioni, la presenza sulle principali piazze internazionali, non può partecipare ad un eventuale processo di aggregazione che come protagonista».

Difficile trovare una più istantanea dimostrazione di cosa è l’Unione europea. Il livello politico franco-tedesco invoca la necessità impellente dell’unione del mercato dei capitali ed immediatamente si capisce il perché: piace alla gente che piace.

Da non perdere

I nodi dell'Ue

I prestiti per la Difesa? Fregatura stile Pnrr

La Meloni e Giorgetti sono sempre meno convinti di ricorrere al programma «Safe», dal quale il nostro Paese aveva prenotato 15 miliardi. Il vantaggio sul pagamento degli interessi è praticamente inesistente. E poi ci sarebbe il costo della burocrazia Ue.