2018-12-26
Pina Picierno all'evento di lancio del movimento Europeisti.eu a Milano (Ansa)
A Milano la presentazione di Europeisti.eu: «Il bipolarismo va hackerato». Ma l’ossessione è Vannacci.
Risuonano le note di Whatever It Takes degli Imagine Dragons al Teatro Franco Parenti di Milano. E per un attimo è inevitabile pensare a un altro «whatever it takes»: quello pronunciato da Mario Draghi nel 2012 per salvare l’euro. Qui, però, l’impresa è più modesta: lanciare il nuovo centro riformista italiano, che nel capoluogo lombardo - meglio se dentro l’Area C - sembra veleggiare (sostiene Carlo Calenda) intorno all’8%, ma che oltre la circonvallazione rischia di tornare allo zero virgola.
Proprio qui, nel 2013, Mario Monti provò a convertire in un’offerta politica i giorni accumulati a Palazzo Chigi grazie all’intervento del presidente Giorgio Napolitano dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. Il marchio era quello di Scelta Civica, il programma era (a loro dire) «serissimo» e il risultato, per usare un eufemismo, non fu proprio una marcia trionfale. Tredici anni dopo, nello stesso teatro milanese, ci riprova. Nuovo nome, Europeisti.eu, sala piena (con più o meno le stesse facce di 13 anni fa), stesso interrogativo: il centro è una forza politica o una condizione dello spirito? Monti ha premesso di non avere «nulla da insegnare a nessuno». Poi ha snocciolato il suo curriculum europeo, lungo quasi sessant’anni. E ha anche ricordato di essere stato, insieme a Elsa Fornero, bersaglio del primo hate speech in Italia.
Alla fine, come spesso accade, tutti parlano di Roberto Vannacci. Del resto, più che di Altiero Spinelli l’introduzione è stata dedicata a Star Wars e alla principessa Leila e ai piani per distruggere la Morte Nera. Non è ancora chiaro se la Morte Nera sia il bipolarismo, il sovranismo, il campo largo, lo stesso Vannacci, Vladimir Putin o proprio l’ennesimo esperimento centrista italiano.
Ilaria Borletti Buitoni, già deputata montiana, se la prende con Lilli Gruber: «È grazie a lei se il generale prenderà migliaia di voti». Pina Picierno sostiene che la destra italiana abbia preferito Vannacci ad Adam Smith perdendo la sua identità liberale e scegliendo invece il populismo. Monti, invece, usa il generale per attaccare Giorgia Meloni. Per il senatore a vita, il premier ha trasformato l’«interesse nazionale» in una categoria elastica: se Vannacci mette in difficoltà la destra e regala qualcosa alla sinistra, allora non è più un problema della maggioranza, ma una ferita alla patria.
In platea ci sono Sergio Scalpelli e Piercamillo Falasca, c’è un pezzo di mondo radicale e socialista, ma soprattutto ci sono Carlo Calenda, Pina Picierno, Daniele Nahum, Carlo Cottarelli, Giuseppe De Mita, Sofia Ventura, Giuseppe Benedetto e persino la destra europeista di Filippo Rossi. C’è anche Luigi Marattin che prende subito le distanze da chi pensa che «Israele non ha il diritto di esistere» o da chi non vuole che i palestinesi sino finalmente liberi «da quei tagliagole da Hamas». Qualcuno se la prende con chi nel Pd vorrebbe proporre una patrimoniale.
Falasca invece alza il tiro contro il sistema italiano: «Dobbiamo hackerare il bipolarismo, sabotarlo. Il bipolarismo italiano è un bluff, è una truffa».
Nahum ha scelto invece l’attacco frontale («Picierno sarebbe stata un ottimo segretario dei dem» dice). Mentre sul Campo largo di Schlein, Conte e Fratoianni ha evocato Neville Chamberlain a Monaco 1938, accusandolo di pacifismo balordo sull’Ucraina, spesa facile e nessuna idea di crescita. Al centrodestra ha invece associato la leghista Silvia Sardone, la «re-immigrazione» e la politica identitaria.
Calenda ha chiuso con un tono allarmistico. Il leader di Azione sostiene che l’Europa rischia di cadere perché «l’età degli imperi è tornata» e noi, più che impero, rischiamo di diventare «colonie». Ha poi ridimensionato Meloni, Vannacci e il Campo largo a episodi della cronaca politica, sostenendo che questa generazione sarà giudicata non su quei nomi, ma sulla capacità di costruire gli Stati Uniti d’Europa. Ma il primo test per gli europeisti, più modestamente, sarà quello di aver una percentuale accettabile a livello nazionale.
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Matteo Piantedosi (Ansa)
Sostituire adesso il titolare del Viminale, come qualcuno suggerisce, sarebbe un errore. Gli sbarchi calano, i rimpatri aumentano e i reati si dimezzano: non serve aprire la crisi.
Ci sono delle volte in cui il centrodestra si incarta e rischia di farsi inutilmente male. Il caso Viminale è il classico esempio di come complicarsi la vita. Sono giorni che Maurizio Belpietro scrive sul perché non è Roberto Vannacci il problema del centrodestra. Concordo. E credo anche - forse abusando del pensiero di Fedele Confalonieri - che Silvio Berlusconi avrebbe cominciato un lavoro di seduzione verso il generale affinché fosse possibile recuperarlo in una logica di coalizione.
Del resto, il Cavaliere non ebbe paura di mettere assieme Umberto Bossi, segretario della Lega contro «Roma ladrona», e Gianfranco Fini, allora astro nascente della destra italiana. Certo, il percorso non fu facile.
Non so come finirà tra Vannacci e gli attuali leader del centrodestra (un’idea me la sono fatta…), ma è presto per marcare i territori in maniera irrecuperabile. Che il governo non meriti dieci e lode e talvolta proceda col freno a mano tirato, preferendo la prudenza all’arrembaggio, non lo diciamo ora per la prima volta; anzi, spesso siamo visti male perché critichiamo troppo. Agli amici della maggioranza diciamo: lasciate a noi il compito di criticare, voi non perdetevi in litigi e posizionamenti che generano confusione. Non è possibile che si apra un caso sul ministro dell’Interno facendo uscire indiscrezioni sul desiderio leghista di occupare il Viminale. È una querelle che consente al centrosinistra di aprir bocca nei talk e cominciare una insopportabile tiritera: ci manca anche la lezione del Pd e soci sulla sicurezza o sulla migrazione.
Invece di inseguire Vannacci come se fosse realmente il campione della sicurezza o della remigrazione (per il momento il generale fa annunci, ed è comprensibile), i partiti di governo potrebbero insistere sui numeri positivi che il Viminale ha portato a casa. Si può fare di più? Sì, soprattutto perché il limite della sopportazione, per come la sinistra ha conciato le città a botte di immigrati, è superato da tempo.
Quando a Palazzo Chigi c’era il Pd, nel 2014, i delitti commessi in Italia sono stati 2.812.936 mentre nel 2025, con il governo Meloni, sono stati 2.357.105: quasi mezzo milione in meno. Quanto agli omicidi, rispetto a 12 anni fa sono diminuiti del 40%. Nel 2025 i reati sono calati complessivamente del 2% rispetto all’anno precedente, con flessioni ancora più importanti per i reati a maggior allarme sociale: omicidi -15% (dato più basso negli ultimi 10 anni), furti -6% rispetto al 2024, rapine -4%. Veniamo all’immigrazione irregolare: sotto la regia del ministro Piantedosi, i numeri sono decisamente più contenuti. Tra il 2014 e il 2016, infatti, con la politica dei porti aperti del governo Renzi arrivarono in Italia 505.000 stranieri irregolari (solo una minima parte aveva diritto all’asilo). Quella situazione è costata ai contribuenti tra gli 8 e 10 miliardi di euro. Solo l’operazione Mare nostrum, attiva dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014, costò oltre 110 milioni di euro e portò in Italia 156.000 migranti. Tenetelo a mente tutte le volte che Matteo Renzi e compagni cianciano dei centri in Albania, costati poco più di 50 milioni di euro. Poi si può discutere su tutto, ma l’idea in sé era ed giusta: portarli via dall’Italia e scoraggiare chi pensa di venire qui. Certo, come tutte le novità, ha subito le attenzioni di una certa magistratura e non sono mancati i punti deboli. Ma doveva rappresentare il segnale che il vento stava cambiato. Dal 2024 gli arrivi via mare sono in calo (157.651 nel 2023, 66.617 nel 2024, 66.316 nel 2025), e nel 2026 gli sbarchi - dato aggiornato a ieri - sono stati 12.737, con una ulteriore flessione del 53% rispetto all’anno precedente.
Parallelamente, sono aumentati i rimpatri dei migranti irregolari nei loro Paesi d’origine: dal 2023 al 2025 il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40% e in questi primi mesi dell’anno il dato è ancora in crescita. Ed è cresciuto anche il rapporto percentuale tra immigrati irregolari sbarcati e rimpatriati: siamo passati dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31% da inizio anno. Sono aumentati anche i rimpatri volontari assistiti di migranti dalla Libia, dalla Tunisia e dall’Algeria. Ripeto: gli elettori del centrodestra hanno il diritto di pretendere sempre di più perché certe situazioni sono ormai insopportabili; ma ciò detto non possiamo far finta che Piantedosi non abbia concretizzato un cambio di passo notevole (e anche negli anni di Salvini ministro c’era lui come capo di gabinetto…). Quindi sostituire l’attuale ministro con Salvini sarebbe un errore di sostanza e di comunicazione: 1) Piantedosi sta facendo bene; 2) continuare a parlare di avvicendamento al Viminale permetterebbe agli avversari di criticare sia Piantedosi sia Salvini («Hanno fallito nei loro ministeri») senza fermare il trend favorevole a Vannacci; 3) aprirebbe una crisi al buio proprio nell’ultima parte di legislatura.
Per chiudere, caro centrodestra, stai calmo. Ci pensiamo noi a criticare e a spronarvi, ben consapevoli che un governo di sinistra ci porterebbe dritto dritto a patrimoniali, invasione di immigrati e chissà cos’altro.
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Nel riquadro, il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Il ministro Nordio: «E poi pretende dichiarazioni anti regime... ». Avs e Pd insorgono.
Non si placano le polemiche dopo il caso «patentino antifascista», chiesto agli editori dalla fiera Più libri più liberi, sulla presa di posizione del premier Giorgia Meloni che domenica ha parlato di censura sottolineando che «per la sinistra si è liberi di dire quel che loro permettono di dire». Gli organizzatori della manifestazione, che vede riuniti i rappresentanti della piccola e media editoria, avevano subito chiarito che non si tratta di «censura ma di chiarezza sui principi costituzionali e democratici», sottolineando però la necessità di «un ulteriore attento approfondimento».
Non si placano le polemiche dopo il caso «patentino antifascista», chiesto agli editori dalla fiera Più libri più liberi, sulla presa di posizione del premier Giorgia Meloni che domenica ha parlato di censura sottolineando che «per la sinistra si è liberi di dire quel che loro permettono di dire». Gli organizzatori della manifestazione, che vede riuniti i rappresentanti della piccola e media editoria, avevano subito chiarito che non si tratta di «censura ma di chiarezza sui principi costituzionali e democratici», sottolineando però la necessità di «un ulteriore attento approfondimento».
«Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini». Così ieri il ministro della giustizia Carlo Nordio è entrato a gamba tesa nel dibattito citando direttamente Mussolini ed evidenziando la contraddizione delle richieste degli organizzatori della Fiera con il testo «colonna» della giustizia italiana. «È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini», ha aggiunto il Guardasigilli.
Immediate le reazioni a sinistra che da ieri utilizza un nuovo refrain: «Fdi insegue Vannacci». Angelo Bonelli, deputato Avs, non ha perso l’occasione: «Le dichiarazioni del ministro Nordio sono vergognose. Vorrei ricordargli che è vero che Mussolini ha apposto la firma, nel 1931, al Codice penale, ma quel documento è stato modificato dalla Repubblica italiana, dalla lotta antifascista e dalle sentenze della Corte Costituzionale. Stanno strizzando l’occhio ai neofascisti di Vannacci». Gli ha fatto eco il senatore Pd Dario Parrini: «Nella corsa di Fdi a inseguire a destra Vannacci la derapata più grossolana e ridicola la fa il ministro Nordio, campione vero di dichiarazioni assurde. Nordio dice che è sbagliato chiedere per la partecipazione a fiere editoriali una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione perché il Codice penale ancora vigente in Italia porta la firma di Mussolini, affermazione è sconcertante e ridicola».
Così Sandro Ruotolo, responsabile informazione e cultura del Pd: «Ma dov’è lo scandalo? La fiera ha semplicemente chiesto agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai principi antifascisti sanciti dalla Costituzione italiana. Non un test ideologico, non una discriminazione politica, ma il richiamo ai valori fondativi della Repubblica democratica nata dalla Resistenza».
«Il Garante della Costituzione antifascista è il presidente della Repubblica, non il presidente di esposizione libraria» ha dichiarato la leghista ed ex magistrato Simonetta Matone. «Non servono firme su pezzi di carta, senza valore, per avere il diritto di partecipare ad una fiera dichiarandosi democratici e antifascisti. L’iniziativa di Roma degli editori indipendenti, invece di garantire democrazia rischia di alimentare le già troppe e odiose divisioni tra gli italian».
«Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione e delle leggi. A mio avviso si tratta di una tempesta in un bicchiere d’acqua, enfatizzata da Meloni che ha lanciato una specie di fatwa all’Associazione italiana editori», ha detto il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo. «Sarebbe stato più ragionevole operare in un altro modo: se fossero stati presentati volumi che avessero contemplato l’apologia del fascismo o l’istigazione all’odio, in quel caso si sarebbe dovuta fermare l’esposizione del libro motivando le ragioni. Questo sarebbe stato più logico e più equilibrato, a mio avviso».
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La Procura ha aperto un fascicolo sui responsabili della struttura che ospitava Sarah e Alisya Di Giacinto ipotizzando il reato di abbandono di minore. Trovati dei bigliettini scritti in codice. Casolari al setaccio.
C’è un bosco a Palmoli da cui strappare tre fratellini sereni e un bosco orrido a Civitella Alfedena in cui scompaiono due sorelline angosciate: l’Abruzzo, per il combinato disposto di assistenti sociali e tribunali per i minori, non pare terra felice per i bambini.
Da dieci giorni di Alisya e Sarah, fuggite dalla casa famiglia dove erano ospitate finalmente riunite da oltre un anno dopo una lunghissima peregrinazione cominciata nel 2023 in diverse strutture di accoglienza, non si ha più alcuna traccia. Ogni giorno emergono nuovi particolari: un video le ritrae poco prima della fuga, bigliettini in codice annunciano la fuga. È, però, evidente che le due ragazzine (16 anni la più grande, 12 Sarah) si sono allontanate senza che nessuno della comunità «Ohf Hope» abbia fatto nulla per trattenerle. La telecamera di sorveglianza del bar Lupo di Civitella Alfedena - neppure 300 abitanti nel mezzo del Parco nazionale d’Abruzzo interamente circondato da foreste - le ritrae sedute a un tavolino verso le 21 di sabato 6 giugno poche ore prima che di Alisya e Sarah si perdesse ogni traccia. Il padre Stefano Di Giacinto le ha riconosciute. Da lì muove l’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore di Sulmona, Stefano Iafola - ha raccolto anche la denuncia del padre delle due ragazzine contro i responsabili della «Ohf Hope» -, che ha aperto un nuovo fascicolo ipotizzando il reato di abbandono di minore nei confronti dei responsabili della struttura che ospitava le ragazze che sono stati iscritti nel registro degli indagati. Una delle accuse ruota anche attorno al tardivo allarme che è stato dato per la scomparsa delle sorelline: pare che solo nel pomeriggio di domenica 7 giugno la mamma, Valentina D’Acunto, sia stata avvisata. Tutto è ancora in corso di verifica.
Una prima domanda, però, s’impone: gli assistenti sociali che dovevano sorvegliare il percorso di accoglienza delle due sorelline non si sono accorti di nulla? È probabile che lo spettro delle responsabilità si allarghi di molto e certo emerge con la violenza della disperazione dei genitori tanto di Chaterine e Nathan Trevallion privati dei loro bambini strappati dalla casa nel bosco quanto di Stefano Di Giacinto e Valentina D’Acunto, i genitori delle sorelline scomparse, il contrasto assurdo dei comportamenti degli assistenti sociali e delle strutture di accoglienza. A Utopia Rose, Galorian e Bluebell Trevallion viene impedito quasi ogni contatto con i genitori e sono guardati a vista, ad Alisya e Sarah è stato possibile fuggire senza che nessuno facesse nulla. Ci si chiede: come vengono scelte le strutture di accoglienza? Con quali garanzie?
È ora abbastanza chiaro cosa sia successo a Civitella Alfedena sabato sera. Rientrate dal bar ,le due sorelline hanno raccolto le loro cose e poi, approfittando di una finestra rotta, sono scappate in un arco di tempo tra le 2 e le 6 di domenica notte. Per andare dove? Si è detto che avrebbero lasciato nella casa famiglia i loro cellulari, ma non avevano alcuno smartphone: usavano quello delle assistenti per avere contatti periodici con la mamma a cui in una a lettera - scritta da Alisya, la più grande - avevano mostrato l’intenzione di tornare a Minturno, in provincia di Latina, dove hanno la loro casa e dove hanno lasciato i loro cagnolini Jack Russell a cui sono molto legate. Un’altra cosa appare abbastanza evidente: la struttura di «Ohf Hope» non aveva alcun dispositivo né di sicurezza né di sorveglianza e viene da chiedersi come il Tribunale per i minori de L’Aquila l’abbia potuta ritenere idonea come residenza protetta. Ma anche questo fa parte degli accertamenti che il dottor Iafola sta conducendo. Il magistrato ha chiesto ai carabinieri di decifrare alcuni bigliettini che sono stati trovati nella cameretta delle due sorelline che sono scritti in un loro codice.
A prima vista sembra che li usassero per comunicare a qualcuno il loro piano di fuga, per evitare di essere scoperte. Ci si chiede se questo qualcuno le abbia aiutate nella fuga, se le abbia raccolte con un’auto (in un video si vedono i fari di una macchina che si aggirava, domenica notte, nei pressi della comunità) e poi portate chissà dove. Di sicuro da tempo Alisya e Sarah stavano progettando di scappare. Sembra - ma questo è ancora tutto da accertare - che abbiano messo in atto la loro scelta nella prima fine settimana di giugno, dopo che il tribunale di Latina ha restituito la responsabilità genitoriale - durante la causa di divorzio, durata sette anni, era stata sospesa a entrambi i genitori - al papà Stefano Di Giacinto, con il quale loro non volevano vivere avendo da sempre sostenuto che la loro casa è quella di mamma Valentina. Non a caso il padre, assistito dall’avvocato Francesco Riccardi, ha più volte precisato che aveva contatti continui con le figlie.
Ieri le ricerche sono state estese tra Civitella Alfedena, Lazio e Molise. Vengono battute le strade principali e sono stati fatti sopralluoghi in grotte, casolari e case abbandonate nella zona di Scanno e Castel di Sangro, così come si sta cercando di capire con chi Alisya e Sarah abbiano avuto contatti recenti. Resta, però, inspiegabile come né assistenti sociali né responsabili della «Ohf Hope» si siano accorti di nulla.
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