
Dovrebbero iniziare oggi i colloqui fra Usa e Iran in Svizzera, dopo l’accordo preliminare annunciato nei giorni scorsi. Il presidente americano, Donald Trump, già ha dovuto fare numerose concessioni a Teheran pur di non ritrovarsi ancora impegolato in guerra contro un avversario coriaceo alle elezioni autunnali di midterm.
Ora fatica a portare a casa la sua pace di compromesso. L’alleato israeliano ha infatti seguitato a mettergli i bastoni fra le ruote, proseguendo la campagna militare in Libano e spingendo ieri i militari iraniani a dichiarare ancora «chiuso» lo stretto di Hormuz, sebbene nelle prime ore non se ne siano visti segni tangibili.
È vero che nel tardo pomeriggio di ieri media israeliani come Channel 12 hanno annunciato che il premier Benjamin Netanyahu aveva «ordinato un cessate il fuoco» che però non esclude rappresaglie ad attacchi Hezbollah sulle truppe con la stella di Davide, né prevede un ritiro dal Libano del Sud. Hezbollah controbatteva, tramite un suo deputato al Parlamento di Beirut, Ali Fayyad, che «un cessate il fuoco è privo di significato finché Israele rimane nel Paese». Le forze israeliane hanno scatenato anche ieri attacchi aerei, con caccia e droni, su tutto il Libano, come risposta a lanci da parte di Hezbollah di «oltre 50 proiettili» (non specificando se granate o droni) sulle truppe ebraiche che occupano il Libano del Sud. Nella zona di Nabatieh, sono stati 16 i morti, più un soldato dell’esercito libanese colpito sulla strada Kfar Rumman-Nabatieh. Un altro soldato libanese è morto per ferite riportate a causa di un raid venerdì. Nel villaggio di Barish le bombe israeliane hanno ucciso una famiglia di quattro persone, padre, madre e due figli. Altri sette morti in un villaggio vicino a Sidone, mentre tre persone sono rimaste uccise ad Arab Salim, una a Deir Zahrani e un’altra a seguito dell’attacco di un drone a una motocicletta nella città di Dweir.
Sempre ieri un grosso lutto per il Libano è stata la morte, per gravi ferite da una precedente incursione israeliana, di una storica ambientalista del paese, Mona Khalil, 77 anni, che aveva dedicato la vita alla protezione delle tartarughe marine Caretta caretta che nidificano sulla costa libanese. Era stata ferita quando bombe israeliane avevano colpito la sua dimora, la «Casa Arancione», a Mansouri, vicino Tiro, da dove studiava e proteggeva le «sue» tartarughe. È in questo clima che Stati Uniti e Iran si preparano a difficili colloqui con la mediazione di Qatar e Pakistan. In Svizzera, al Burgenstock di Lucerna, sono già arrivati l’inviato speciale Usa Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, che aveva mediato per gli accordi di Abramo del 2020 fra Israele e alcuni Paesi arabi. Come confermato dalla Cnn, verranno raggiunti in queste ore dal vicepresidente JD Vance, che ha preannunciato: «Pianificheremo i colloqui quando arriveranno i rappresentanti del governo iraniano, del Qatar e del Pakistan». Anche la delegazione iraniana, guidata dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, e dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, sta arrivando a Lucerna, mentre il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi, s’è recato a Teheran per sondare il regime sciita. Tuttavia il conflitto in Libano rischia di far saltare tutto. Netanyahu, che già avrebbe in sostanza trascinato Trump in guerra il 28 febbraio scorso, balenandogli la chimera di un cambio di regime una volta abbattuto l’ayatollah Alì Khamenei, individuato dalle spie del Mossad, cerca di condizionare ancora la Casa Bianca. Ma a Israele non conviene tirar troppo la corda, dato che la sua forza militare e la sua «profondità strategica», che non è geografica ma virtuale, si deve in larghissima parte al sostegno economico degli Usa. Esempio su tutti, lo scudo antimissile ebraico Iron Dome, finanziato da Washington e le cui munizioni, i missili intercettori Tamir, arrivano soprattutto da fabbriche americane. Per Trump, certo, il «sabotaggio» di Netanyahu è una iattura tale che contribuisce al crollo della sua popolarità. Secondo un sondaggio Ap-Norc divulgato ieri, ben il 65% degli americani disapprova la pasticciata gestione di «The Donald» della crisi iraniana che lui stesso ha scatenato. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha chiesto agli Usa di «adottare le misure necessarie» per fermare il conflitto israelo-libanese, altrimenti «l’accordo sarà compromesso». Dal loro comando militare, i pasdaran iraniani hanno ieri dichiarato di nuovo «chiuso» lo stretto di Hormuz a causa «delle violazioni da parte degli Stati Uniti degli impegni di cessate il fuoco e degli attacchi israeliani in Libano», ammonendo: «Le navi non s’avvicinino o la loro sicurezza è a rischio». Ieri non si notavano ancora segni di una chiusura da parte iraniana, come ha osservato Vance. Inoltre il comando americano Centcom, ribadendo che le forze aeronavali Usa nel Medio Oriente restano «vigili», ha riferito che 55 navi sono passate dallo stretto nella giornata di ieri. Per il portavoce del Centcom, capitano Tim Hawkins, «il traffico è regolare e le forze statunitensi monitorano la situazione per garantire che continui così». Ma da Mosca, il realistico commento del vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev rammenta al mondo che «Hormuz è la bomba atomica persiana e l’Iran la userà».
E poche ore dopo, il consigliere della Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohamad Mokhber, avverte che «se l’accordo resterà solo inchiostro sulla carta, anche i flussi di energia dal Medio Oriente si fermeranno».






