Il green ha salvato le società di consulenza
L'economista Mariana Mazzucato (Imagoeconomica). Nel riquadro il libro «Il grande imbroglio»
Nel libro dell’economista Mariana Mazzucato la vera storia dei giganti cui si rivolgono aziende e governi per allinearsi ai criteri di lotta al cambiamento climatico ed Esg. Un business miliardario che ingrassa le stesse multinazionali che consigliano chi inquina…

A livello globale, la previsione è che il mercato delle consulenze climatiche entro la fine del 2028 arriverà a valere più di 8,5 miliardi di dollari. Colossi come la Kpmg, la PwC e la McKinsey crearono divisioni dedicate alle consulenze ambientali già negli anni Novanta, ma per lungo tempo questo tipo di attività rimase relativamente marginale. Nel Regno Unito, oltre il 10% degli aiuti pubblici per progetti di sviluppo climatico dal 2011 è passato attraverso società di consulenza. […] Tra le società di consulenza grandi e piccole, c’è una battaglia all’ultimo sangue per accaparrarsi commesse nel campo delle politiche climatiche. Mentre una volta le considerazioni ambientali erano sepolte all’interno dei più generici servizi di consulenza in tema di «responsabilità sociale delle imprese», oggi sono l’elemento centrale e la parte più visibile del materiale di marketing delle società di consulenza. I loro siti sono pieni di report liberamente consultabili e realizzati con cura sulle tematiche di sostenibilità rilevanti per ogni settore, dall’industria del petrolio e del gas all’assistenza sanitaria, dalla pubblica amministrazione al comparto del lusso. Il linguaggio usato dalle società di consulenza per descrivere la crisi climatica non sfigurerebbe in un rapporto di Greenpeace. I documenti informativi hanno titoli come «Il momento di agire per il clima è ora» e «Finanza sostenibile: è arrivata l’ora delle decisioni». «Siamo nel pieno di un’emergenza climatica», dichiara la PwC. Il sottinteso – e spesso l’offerta esplicita – è che i servizi della società di consulenza sono proprio lo strumento «radicale» di cui c’è bisogno. La Deloitte, per esempio, dice che, «con i nostri servizi di consulenza su sostenibilità e cambiamenti climatici, potete diventare parte di una rivoluzione finanziaria che mette il pianeta al primo posto». Si promettono «rivoluzioni» anche per quanto riguarda la sostenibilità, i criteri Esg, la finanza sostenibile, i trasporti a zero emissioni e il settore manifatturiero. Insomma, a sentire quello che racconta il marketing sembrerebbe che l’industria della consulenza stia assumendo un ruolo guida nella nostra missione collettiva per salvare il pianeta. Un breve sguardo alla storia della gestione del clima, tuttavia, fa capire che c’è qualcos’altro in gioco.

La pubblicazione del primo rapporto dell’Ipcc, nel 1990, fu seguita da una raffica di altri documenti scientifici che dimostrarono come le modalità di industrializzazione ad alta intensità di emissioni perseguite dai paesi ricchi dal XIX secolo in poi avessero prodotto effetti catastrofici per il pianeta. Ma le industrie più inquinanti, e le compagnie di combustibili fossili che le rifornivano di carburante, non hanno dato alcun segnale di voler rallentare, continuando al contrario a insediarsi in nuovi mercati e stringere accordi con partner commerciali in tutto il mondo, spesso con l’aiuto di sussidi pubblici e altre forme di sostegno finanziario. E le società di consulenza erano sempre presenti per assistere questi clienti nella loro espansione. Fu in questo periodo che iniziarono a promuovere presso i loro clienti l’idea che l’adozione di una strategia di sostenibilità non solo avrebbe contribuito ad allentare la pressione crescente degli attivisti per l’ambiente, ma avrebbe anche assicurato loro un vantaggio rispetto ai concorrenti. Ad esempio, in seguito alle proteste che avevano accompagnato la dismissione della piattaforma petrolifera Brent Spar, anche con una campagna di boicottaggio, la Shell nel 1997 assoldò la Arthur D. Little e una boutique consultancy specializzata in politiche ambientali per farsi consigliare sull’adozione di politiche di sviluppo sostenibile. Secondo le parole di un manager della compagnia petrolifera, le due società di consulenza erano incaricate di «sviluppare strumenti e indicatori di performance al fine di identificare i portatori di interesse e i rischi e le opportunità a essi associati. Come relazionare su questi temi e come imparare da essi». Ma mentre cominciavano ad adottare queste strategie di sostenibilità, le aziende coinvolte nella prospezione, nello sviluppo e nella produzione di petrolio e gas in paesi come gli Stati Uniti cominciavano contemporaneamente anche ad attivarsi per contrastare con forza l’adozione di misure vincolanti, a livello nazionale e internazionale, per ridurre le emissioni di gas serra. E intanto le loro emissioni continuavano a crescere.

[…] Molte aziende e molti governi sicuramente sono realmente intenzionati a limitare il loro impatto sul clima, e all’interno di alcune società di consulenza ci sono sicuramente competenze che possono risultare utili per il contrasto ai cambiamenti climatici. E ci sono anche tantissimi consulenti che vorrebbero usare le loro competenze e conoscenze per fermare il collasso climatico. Tuttavia, governi e imprese possono voler assoldare società di consulenza non per ridurre la loro impronta ecologica, bensì per convincere gli altri del loro impegno in tal senso, anche se questo impegno non è accompagnato da azioni concrete. Diversi casi e sviluppi recenti danno peso a questa ipotesi.

Un esempio importante è il contratto stipulato dal governo australiano con la McKinsey per sviluppare il piano nazionale per raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050. […] Le dimensioni dell’impronta ecologica del paese e l’urgenza di ridurla non si sono purtroppo tradotte in azioni significative. Nel 2021 erano in corso oltre 100 progetti di esplorazione di giacimenti di gas e petrolio nel paese. Nel novembre del 2021 l’Australia, guidata in quel momento dal primo ministro Scott Morrison, si piazzò all’ultimo posto (su sessanta paesi e l’Unione Europea) per le misure di risposta alla crisi climatica nella classifica del Climate Change Performance Index. […] Perché allora, alla luce di tutto questo, il governo australiano aveva reclutato la McKinsey per farsi aiutare a elaborare una strategia nazionale per le emissioni zero? Che la McKinsey non abbia svolto il suo compito come si deve è evidente. Forse è lecito pensare, quindi, che non sia mai stata questa l’intenzione del governo e che il compito della McKinsey, come altri hanno suggerito, era creare «l’illusione di un’azione ambiziosa per il clima», con modelli pensati per «dare credibilità al piano».

Lo scrittore Ketan Joshi ha indicato un’altra ragione per cui è lecito dubitare che la McKinsey abbia fornito consigli realmente imparziali e finalizzati prima di ogni altra cosa ad aiutare il governo a raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050: molti dei maggiori clienti della società di consulenza operano nel settore dei combustibili fossili. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che negli ultimi anni la McKinsey ha fornito consulenze ad almeno quarantatré fra le cento aziende che inquinano di più, «tra di esse la Bp, l’Exxon Mobil, la Gazprom e la Saudi Aramco, guadagnando centinaia di milioni di dollari».

[…] La McKinsey lavorava per due padroni. C’era un conflitto di interessi diretto, perché riceveva denaro da aziende che sarebbero state danneggiate dalle politiche di riduzione della deforestazione che stava contribuendo a sviluppare. Negli ultimi anni, società di consulenza grandi e piccole hanno partecipato anche all’elaborazione di un meccanismo di trasparenza in industrie potenti e storicamente inquinanti.

I criteri ambientali, sociali e di governance (Esg, da environmental, social e governance) sono degli standard che le imprese private possono utilizzare per dimostrare che le loro attività non danneggiano l’ambiente, che mantengono relazioni positive con i dipendenti e altre comunità e che hanno strutture di governance efficaci. La domanda di sistemi di misure Esg per le aziende e parametri finanziari di investimento basati sugli stessi princìpi è esplosa negli ultimi anni. Il numero di multinazionali che utilizzano i criteri Esg per determinare la retribuzione dei dirigenti, per esempio, è raddoppiato tra il 2018 e il 2021. Nel febbraio del 2021 la Bloomberg riferiva che le attività con etichetta Esg «si avviano a superare i 53.000 miliardi di dollari entro il 2025», oltre un terzo del totale delle attività in gestione, secondo le stime. Investitori con un patrimonio gestito da 100.000 miliardi di dollari hanno sottoscritto i Princìpi per l’investimento responsabile delle Nazioni Unite, «sviluppati dagli investitori, per gli investitori», e sono favorevoli a un uso più spinto dei sistemi di misurazione Esg negli investimenti. Le società di consulenza sono fra le principali fornitrici di sistemi di misurazione Esg e servizi correlati e ne propugnano l’adozione in tutto il loro materiale di marketing. Le Quattro Grandi, e in particolare Ey, si sono date particolarmente da fare per procurarsi clienti in questo ambito, per via delle potenzialità di cross-selling che offrono i servizi Esg al di là delle consulenze in materia di informativa finanziaria, come ad esempio nel caso della remunerazione dei dirigenti. Nonostante questa proliferazione di criteri, tuttavia, non esiste un’unica definizione di Esg «valida» e non esiste un organismo pubblico che regolamenti i diversi sistemi di misurazione. Nel 2021 le nazioni del G7 e le banche centrali dell’Unione Europea hanno approvato un sistema di misurazione sviluppato dalla task force sulle comunicazioni di informazioni di carattere finanziario relative al clima (Tcfd, nell’acronimo inglese) per costringere banche e aziende a comunicare al pubblico la loro esposizione ai rischi legati al clima. Fanno parte della task force soci della Deloitte, dell’Ey, della PwC e della Kpmg. Nello stesso anno, tutte le Quattro Grandi e molte altre società di consulenza minori hanno lanciato servizi di consulenza per tutte quelle imprese che saranno costrette a conformarsi al sistema di misurazione Tcfd.

[…] Nell’agosto 2021 l’ex direttore degli investimenti sostenibili della BlackRock, Tariq Fancy, fece notizia per aver definito i sistemi di misurazione Esg una «distrazione pericolosa», affermando senza mezzi termini che non producono «alcun impatto ambientale o sociale nel mondo reale». Dal punto di vista dei mercati finanziari e delle imprese, i sistemi di misurazione Esg tengono alla larga il rischio di interventi dei governi democratici, perché creano l’impressione che i parametri siano rispettati. Fornendo questi sistemi di misurazione e consigliando le imprese sulle misure da prendere per soddisfarne i criteri, le società di consulenza grandi e piccole contribuiscono in misura fondamentale a frenare le iniziative per dare risposte significative, efficaci e responsabili alla crisi climatica.

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