- Ieri la riapertura di istituti d’infanzia, primarie e medie. Molte le manifestazioni per reclamare chiarezza e investimenti. Il consigliere di Roberto Speranza, però, chiede nuove chiusure: «Prima abbassiamo la curva»
- Il vaccino dell’azienda americana, che ha avuto il via libera dall’Aifa, annunciato con le fanfare: «Proteggerà per due anni» In realtà è solo un’ipotesi e non si sa se limiterà la diffusione del virus. Intanto c’è di nuovo pressione sulle terapie intensive
- Il commissario ammette: «Bruxelles non ci ha ancora dato i contratti di fornitura»
Lo speciale contiene tre articoli
Il 7 gennaio, secondo il primo cronoprogramma del governo Conte, gli studenti delle scuole superiori avrebbero dovuto far ritorno in classe, ma così non è andata. Ieri ha riaperto la «scuola dei piccoli», si sono riaperte, cioè, le aule soltanto per 5 milioni di alunni tra infanzia, primaria e medie, in tutta Italia tranne che in Campania. Hanno riaperto in presenza al 50% anche le scuole superiori del Trentino Alto Adige mentre per il resto del Paese la ripartenza è slittata all’11 gennaio, sempre con presenze al 50% e con diverse eccezioni regionali. E così ieri c’è stato il primo sciopero della didattica a distanza con tablet spenti e ragazzi in piazza nelle principali città a chiedere il rientro in classe e l’adeguamento delle norme di sicurezza a cominciare dall’aumento dei trasporti pubblici locali. Non sono bastate le parole del ministro dell’istruzione Lucia Azzolina a convincere gli studenti che lo spostamento all’11 gennaio è stato deciso per permettere la verifica dei contagi prevista per oggi: «Oggi avremo i dati del monitoraggio regionale. Le regioni hanno la possibilità di cambiare data di ritorno. Ne hanno la competenza. E comunque la scuola è interesse di tutti, maggioranza e opposizione. Non c’è alcuna battaglia politica sulla scuola». Ma mentre si profila lo spettro di un ulteriore rinvio, ovvero il rischio di rientrare il 18, o ancora più probabile, il 31 gennaio, i ragazzi sono stanchi. «Basta spot elettorali e inutili rinvii di pochi giorni sulla scuola. Ci creino le condizioni, con interventi su trasporti, spazi e tracciamento affinché si evitino nuove chiusure e si riparta in sicurezza». Questo chiedevano i ragazzi nel corso della manifestazione che si è svolta a Roma, davanti al ministero dell’Istruzione e in piazza Montecitorio, organizzata dal comitato «Priorità alla scuola» e dalla Rete degli studenti medi. «In questo Paese sulla scuola si decide di giorno in giorno, non è considerata essenziale. Ma cosa serve un rinvio di 4 giorni? Non cambierà nulla. E senza interventi urgenti non c’è garanzia di un rientro in sicurezza». Gli studenti della Capitale, per tornare alla didattica in presenza almeno al 75%, hanno rivendicato infatti interventi strutturali sui trasporti, definiti «al collasso», ma anche priorità al mondo scolastico per quanto riguarda il piano vaccinale e maggiori sforzi sul tracciamento con la possibilità di effettuare tamponi gratuiti. A Milano studenti della piattaforma No Dad, vicina ai collettivi studenteschi, hanno manifestato a sorpresa davanti al provveditorato agli studi bloccandone simbolicamente gli accessi con il nastro che si usa per i lavori in corso. I ragazzi avevano un grande striscione dove le iniziali della didattica a distanza sono diventate «Dannazione Azzolina Dimettiti» e altri più piccoli che dicevano «Il Miur nuoce gravemente alla sicurezza degli studenti». A Torino alcuni studenti si sono radunati in piazza Castello, e, prendendo ad esempio il film L’attimo fuggente, sono saliti sui banchi vuoti: «Vogliamo riprenderci le scuole. Servono investimenti concreti soprattutto sui trasporti pubblici e sull’edilizia scolastica» hanno detto i ragazzi sottolineando che la didattica a distanza non è la soluzione perché «è escludente per uno studente su 4 e alimenta solo la didattica nozionistica con ricadute culturali e psicologiche pesantissime per noi giovani». In attesa dei dati Covid del monitoraggio che il Comitato tecnico scientifico ufficializzerà oggi, resta l’allarme di Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza: «Ho detto ripetutamente che le scuole vanno aperte dopo aver fatto abbassare la curva epidemica a livello tale da rendere stabile la loro apertura. Al momento quindi non ci sono le condizioni epidemiologiche». Comunque, a parte le disposizioni del decreto dello scorso 5 gennaio e l’andamento della curva epidemiologica, restano ferme le disposizioni adottate dalle singole Regioni che comunque oggi potrebbero cambiare «colore». Il Piemonte ha deciso di prolungare la Dad al 100% per le superiori fino al 16 gennaio, mentre la giunta regionale delle Marche lo farà fino al 31 gennaio come avevano già deciso, in piena autonomia, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. «Riaprirle in un momento come questo, con la curva pandemica che non si abbassa, sarebbe un azzardo» ha spiegato il governatore leghista friulano Massimiliano Fedriga mentre il collega veneto Luca Zaia ha spiegato che «non è una scelta politica, questa è attenzione alla salute dei cittadini. Penso che sia doveroso dirlo, per me è un fallimento, la scuola deve essere in presenza e non appesa a un wifi, ma la situazione è pesante». Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, ha firmato l’ordinanza in base alla quale a partire dal 18 gennaio sarà valutata, dal punto di vista epidemiologico generale la possibilità del ritorno in presenza per l’intera scuola primaria, e successivamente, dal 25 gennaio, per la secondaria di primo e secondo grado. La scuola dell’infanzia e i primi due anni delle elementari torneranno in presenza l’11 gennaio. La Toscana si adegua all’11 gennaio mentre nel Lazio i docenti continuano a scrivere lettere implorando alle istituzioni di essere ascoltati e gli studenti annunciano un maxi sciopero per lunedì 11 gennaio anche perché si vocifera di uno slittamento del rientro al 18 gennaio, sebbene l’ipotesi che sta prendendo piede nelle ultime ore è quella di mantenere le scuole chiuse fino a fine mese, nella speranza che in contagi scendano. Era stato proprio il presidente della regione, Nicola Zingaretti a lanciare l’ultimatum al «suo» governo rispetto alla riapertura del 7 gennaio: «O rinviate o decidiamo noi lo slittamento».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >