- Dopo il trionfo del centrodestra, i dem e i giornali amici lanciano l’allarme sulla scarsa affluenza. Eppure, solo poche settimane fa il successo al fotofinish di Alessandra Todde in Sardegna fu presentato come epocale, anche se a disertare le urne era stato il 48% dei cittadini.
- Decisivo per la riconferma dell’ex generale il sostegno di Azione e renziani. Tracollo M5s.
Lo speciale contiene due articoli
«Viva la terza via». Per la sinistra è facile scandirlo anche se non si tratta di quella vagheggiata (e mai praticata) da San Enrico Berlinguer. Ed è consolante farlo nel giorno della batosta in Basilicata, soprattutto se non c’è alcuna voglia di piegare la schiena e raccogliere i cocci dell’alleanza Pd – Movimento 5 stelle. Così la terza via diventa quella dell’identificare nell’astenuto il vero vincitore. Sei andato in gita a Melfi? Hai vinto. Hai seguito il Potenza in Serie C? Hai vinto, anche se lui ha pareggiato 2-2 a Messina.
L’enfasi allarmistica con cui commentatori tv e stampa mainstream hanno sottolineato il 50,2% di chi si è tenuto alla larga dalle urne è sospetta. Sia perché arriva da chi aveva tuonato contro il 75% dell’affluenza alle elezioni russe («Votano per paura»), sia perché ci regala un’immagine plastica: il bambino viziato che trattiene il respiro fino a diventare rosso per non voler ammettere che ha vinto il centrodestra.
Che in Italia si faccia largo il disinteresse per la politica è abbastanza scontato; se ad agitare i cuori nel Paese sono antifascismo, patriarcato e gender non può che essere così. In fondo una non notizia. Nelle democrazie occidentali da almeno 20 anni la tendenza è questa; negli Stati Uniti vota il 40% degli aventi diritto, per due volte Emmanuel Macron è stato eletto da un quarto dei francesi. Un anno fa alle regionali della Lombardia è rimasto a casa il 58% anche perché il candidato del Pd, Pierfrancesco Majorino, era debolissimo. Eppure.
Eppure quando fa comodo «Ha vinto l’astensionismo», come da titolo di testata dell’Avvenire. E come da pensose riflessioni su La Repubblica e La Stampa, rigorosamente nelle pagine molto interne, perché per la cooperativa Elkann non valeva neppure la pena un accenno in prima. Siamo all’apoteosi del maquillage informativo. Se in Sardegna Alessandra Todde (con l’affluenza al 52%, non al 70%) la spunta al fotofinish per 1.600 voti dopo una settimana di verifiche è «un trionfo con valore nazionale», «una risposta ai manganelli» ed è «cambiata l’aria». Se in Basilicata Vito Bardi stacca di oltre 14 punti Piero Marrese scavando, più che un fosso, la fossa al campo largo, tutto ciò non esiste. Scontato. Piccola regione. «Quanti astenuti, signora mia».
L’analisi di Avvenire sorprende più delle altre perché proprio sull’astensionismo il santissimo editore del quotidiano cattolico si affidò 19 anni fa per affossare il referendum radicale sulla fecondazione assistita. «Sulla vita non si vota», proclamò il cardinal Camillo Ruini. La consultazione non raggiunse il quorum e gli astensionisti furono una benedizione. È ovvio che nelle regionali non esiste un quorum ma il paragone sta in piedi per la sua valenza politica: tirare per la giacchetta il deluso per nascondere le disfatte è diventato uno sport nazionale. Se vince il centrosinistra è un trionfo anche con tre elettori; se vince il centrodestra, caro caporedattore «esci» la scusa dell’astensionismo gnè gnè.
In realtà gli sconfitti hanno una faccia, un indirizzo, una targhetta sulla porta e un campanello: Elly Schlein e Giuseppe Conte. Non costerebbe nulla fotografare la realtà e ammetterlo, provare a capire perché il campo largo diventa un camposanto anche al Sud dove i grillini da soli sono ancora un fattore, approfondire le scelte di chi ha votato invece di aggrapparsi psicologicamente a chi ha preso la scheda per farci un aeroplanino di carta. Ma l’operazione è fastidiosa perché porterebbe a un’amara conclusione: l’astenuto è l’elettore pentastellato che non vuole avere nulla a che fare con il poltronismo del Nazareno, è l’elettore piddino che vede come fumo negli occhi il grillismo demagogico.
Sbandierare l’astensionismo senza evidenziarne le ragioni (più che evidenti) è pura ipocrisia. Bisognerebbe ammettere che l’alleanza fra i due più significativi partiti della sinistra non è un’addizione ma una sottrazione. E che, di conseguenza, presunti guru del Nazareno come Dario Franceschini, Nicola Zingaretti e «la corrente thailandese» Goffredo Bettini passano da una cantonata all’altra. Meglio la foglia di fico dell’astensionismo, alla fine consola tutti e non costa niente.
A Milano, il Vanity sindaco Beppe Sala tre anni fa ha rivinto con il consenso del 25% reale dei cittadini (l’affluenza fu del 54%). Ed è tristemente divertente vedere che oggi viene scaricato – per le scelte stranianti di non tagliare l’erba, tassare chi entra in città, far scappare Milan e Inter, perfino vietare i gelati – proprio da coloro che allora andarono a fare il weekend a «Courma» o a «Santa». La demagogia degli astenuti è un’arma a doppio taglio, chi si crogiola nel dissenso passivo lascia il tempo che trova e non avrebbe neppure il diritto di alzare la voce. Altro che partito nascosto. D’accordo, lo slogan gaberiano «libertà è partecipazione» ormai vale solo per qualche nostalgico con l’eskimo. Ma è ancora più vero che sbandierare l’astensione per nascondere le gastriti della sinistra non è un’analisi. È la strategia dello struzzo.
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