- Resa sulle messe di Natale: finiranno entro le 20.30. Il vescovo di Reggio Emilia: «Lo Stato non regoli ciò che tocca alla Chiesa»
- L’ex ministro Antonio Guidi (Fdi): «Il governo ci condanna al contagio». Ileana Argentin (Pd): «Giuseppe Conte ci faccia fare i tamponi a casa»
Lo speciale contiene due articoli
La resa è firmata. La Cei, dopo aver riunito – rigorosamente online – il Consiglio permanente straordinario, ha fatto sapere che si adeguerà alle disposizioni del governo. Dunque «sarà cura dei
vescovi suggerire ai parroci di orientare i fedeli a una presenza ben distribuita, ricordando la ricchezza della liturgia per il Natale che offre diverse possibilità: messa vespertina nella vigilia, nella notte, dell’aurora e del giorno». Soprattutto, però, la Cei spiega che «per la messa nella notte sarà necessario prevedere l’inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile con il cosiddetto coprifuoco».
Tutto chiaro: la messa di mezzanotte, come richiesto dall’esecutivo, è cancellata. Il ministro Francesco Boccia aveva decretato che Gesù bambino può «nascere due ore prima», e viene accontentato oltre ogni più rosea aspettativa. A stabilire la regola ci ha pensato Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute: «La messa di Natale», enuncia, «si dovrà concludere entro l’orario per rientrare a casa per il coprifuoco alle 22. Quindi verso le 20, 20.30. È una decisione presa in accordo con la Cei, la quale ha capito perfettamente l’esigenza». Santa Zampa ha legiferato: 20.30 massimo, alla faccia della celebrazione «in media circiter noctem» voluta dalla tradizione, che fissava nel cuore delle tenebre la nascita rinnovatrice della luce divina. Joseph Ratzinger, nella sua Introduzione allo spirito della liturgia, riprendeva a questo riguardo le parole della predica natalizia di San Gerolamo: «Il cosmo è testimone della verità della nostra parola. Fino a questo giorno crescono i giorni oscuri, da questo giorno regredisce l’oscurità». La festa del Natale di Cristo, chiosava Ratzinger, «è l’inizio della nuova alba». Però stavolta quest’alba arriverà con le luci al neon ancora in funzione. Perché lo vogliono Boccia e la Zampa, novelli evangelisti. In ogni caso il punto non è squisitamente teologico: l’ingerenza del governo nelle faccende religiose riguarda la libertà di tutti, non soltanto quella dei cristiani.
Sull’argomento ha pronunciato parole puntuali monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, una delle poche voci chiare e decise rimaste. «È chiaro che non sappiamo a che ora Gesù sia nato e non sappiamo esattamente neanche in che giorno Gesù sia nato. Quindi non ha senso dire: facciamo nascere Gesù due ore prima, tre ore prima, quattro ore prima. Questo è chiaramente un discorso con altri significati», ha detto. Poi ha messo in guardia: «Stiamo attenti, perché nel momento in cui noi vogliamo continuamente toccare tutti i significati simbolici, affettivi e di fede delle persone, non facciamo un guadagno né per le persone né per la socialità. La socialità si nutre di rapporti, di simboli, di tradizioni e questo deve essere guardato con attenzione, soprattutto dalla Chiesa. Io come cittadino sono attentissimo a ciò che lo Stato mi chiede e voglio assolutamente salvaguardare la salute mia e dei miei fratelli. Nello stesso tempo, però, non voglio uno Stato che entri a regolamentare quello che la Chiesa deve decidere».
Il governo, invece, si è premurato eccome di mettere piede nello spazio della Chiesa (che è poi quello di Dio, per i cristiani). Lo ha fatto imponendosi, senza trattare, forte della stessa arroganza con cui è penetrato nelle esistenze di ogni cittadino negli ultimi mesi. E tocca constatare che di fronte a questa invasione di campo – come di fronte alle inaudite «raccomandazioni» dell’Ue sulle messe da svolgersi «a distanza» (o non farsi proprio) e sui canti da censurare – l’opposizione dei vescovi è stata sostanzialmente inesistente.
Di nuovo Joseph Ratzinger, riflettendo sull’importanza della liturgia ricordava un passaggio del libro dell’Esodo, in cui il Faraone cerca di imporre a Mosè alcune condizioni prima di permettere agli ebrei di uscire dall’Egitto e celebrare il culto. Ebbene Mosè rifiuta ogni imposizione: «Non può negoziare con il sovrano straniero la modalità del culto, non può subordinarlo a un compromesso politico: la forma del culto», scrive Ratzinger, «non è una questione di concessioni politiche; esso ha in sé stesso la propria misura, può essere regolato solo dalla misura della rivelazione, a partire da Dio».
Oggi, però, con il Faraone non si contratta nemmeno: gli si dà ragione su tutta la linea. Lo si lascia libero di stabilire la misura del culto e anche quella della libertà individuale. Che non è, intendiamoci, quella di «fare come ci pare». Non si tratta, qui, di comportarsi da bambini capricciosi, come sostengono certi solerti tifosi della compagine giallorossa. Ma di ribadire che ci sono valori non negoziabili, che esiste uno spirito su cui non si può mercanteggiare. Esistono fedeli, nel mondo, che rischiano la vita in nome della libertà (di culto ma anche semplicemente di espressione). Persone come il giovane Joshua Wong, cristiano e attivista di Hong Kong a cui è appena stata inflitta una pesante condanna. Lui, solo e indifeso, ha avuto il fegato di sfidare un’autorità feroce. Qui, di fronte a un regime ben più debole, tutti corrono a inginocchiarsi. E hanno pure la faccia tosta di sostenere che lo fanno per il bene comune.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >