• Ieri un’altra scossa nelle Marche: decine di persone restano di nuovo senza un tetto. Nelle unità abitative per gli sfollati, costate anche 300.000 euro, cascano i pensili e si aprono crepe. Il 70% delle macerie è ancora in strada e questo può essere il colpo di grazia.
  • Troppi cavilli e pochi fondi: lo Stato ha stanziato 2 miliardi sui 25 necessari. Approvato solo il 4% dei progetti.

Con sprezzo del ridicolo hanno organizzato un summit a tempo di record, indossando le facce di circostanza. C’erano il commissario straordinario Paola De Micheli, il capo della protezione civile nazionale Angelo Borrelli, il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli. Hanno messo in scena sulle rovine fumanti di una nuova tremenda scossa di terremoto – 4,6 gradi della scala Richter, epicentro a due chilometri da Muccia (Macerata) – che ha squassato ieri l’alto maceratese, peraltro preceduta da uno sciame sismico che dura da giorni, una commedia dell’assurdo. Ascoltiamoli. Paola De Micheli: «Si riparte da zero. Faremo di nuovo le verifiche sulle case agibili per garantire la sicurezza, ma la paura è stata forte. Temiamo che stavolta la gente sia spinta a mollare». Borrelli: «Accelereremo la messa in sicurezza». Ceriscioli: «Chi ha subito danni oggi non deve avere preoccupazioni perché avrà le stesse risposte e gli stessi trattamenti di tutti gli altri».

E qui sono scattati gesti scaramantici. L’epicentro del ridicolo è andato in scena a Pieve Torina, dove ci sono stati i danni maggiori: sei famiglie evacuate, altri 20 sfollati che si aggiungono alle migliaia dei mesi scorsi, almeno una ventina di case lesionate da una scossa di 3,5 gradi avvertita poco dopo le sei della mattina. Scuole chiuse e il sindaco Alessandro Gentilucci che ha riaperto i dormitori e parlato di «notevoli ulteriori danni» anche pensando a famiglie come quella di Paolo Esposito, che solo per Pasqua aveva avuto una casa del Comune e ora l’ha dovuta lasciare perché inagibile.

Il «fuoco» del sisma è stato invece a Muccia. Lì la terra trema da giorni, ma ieri mattina la scossa delle 5.11 ha fatto crollare il campanile della chiesetta seicentesca di Santa Maria a Varano e ha distrutto quel che resta del centro storico ancora zona rossa. Il sindaco Mario Baroni teme che la paura faccia spopolare del tutto il paese: metà degli abitanti vive nelle casette, che non sembrano poi così sicure. Racconta Fabrizio Capitani , che abita in una delle Sae di Costafiore di Muccia: «La terra sembrava ballasse, poi si sono staccati i pensili del bagno, tremava tutto. Se ci fosse stato qualcuno in bagno non so come sarebbe finita. Queste casette sembrano una barchetta nella tempesta».

Una botta, quella di ieri mattina, che ha scatenato altro panico, è stata avvertita fino a Roma, ha bloccato per ore la ferrovia Civitanova-Albacina, ha imposto controlli a Macerata nelle scuole, ha fatto nuovi danni a Tolentino (crollata parzialmente la chiesetta della Stelluccia), a San Severino e a Camerino, la città che è ancora completamente zona rossa, ma che soprattutto ha messo a nudo il nulla che è stato fatto dopo il terremoto dell’agosto e dell’ottobre 2016. Il sindaco di Camerino Luigi Pasqui nel summit di Pieve Torina è stato tranchant: «Basta chiacchiere. Ci trattano tutti allo stesso modo, ma nel cratere ci sono luoghi totalmente distrutti. Pensino davvero a chi ha bisogno, non a promettere soldi a pioggia per tentare di riguadagnare voti. Se vogliono che abbandoniamo le città e i paesi dell’Appennino ce lo dicano, ma basta con la presa in giro».

Anche perché al contrario di quanto successo per L’Aquila ora lo Stato è tornato a chiedere le tasse a chi ha perso tutto e non c’è uno straccio né di ripresa né di ricostruzione. Lo sciame sismico ieri è andato avanti per tutto il giorno con 18 repliche al di sopra del secondo grado e per Carlo Doglioni, presidente dell’Igv, c’è da prevedere almeno un anno di attività sismica con anche nuovi forti episodi. I danni alle casette e i nuovi crolli provocati dalla mancata messa in sicurezza (oltre il 70% delle macerie è ancora per strada) sono la plastica e drammatica dimostrazione che il vero disastro è stata la gestione del post sisma che il Pd – come partito di governo nazionale e locale – ha trattato con incompetenza, appoggiandosi al consorzio Arcale e alle Coop che hanno come capofila il Cns.

Come si fa a dirlo? Beh, ieri mattina sono saltate per aria anche le Sae, le soluzioni abitative di emergenza, che costano come un attico ai Parioli, ma sono state mal costruite, ancor peggio montate e soprattutto non bastano ancora a ospitare tutti gli sfollati delle scosse di quasi due anni fa (ne manca ancora il 35% di quelle ordinate). Dopo che durante l’inverno si erano allagate, dopo che il vento le aveva scoperchiate, dopo che i boiler piazzati sopra i tetti erano scoppiati per il gelo, ora con le nuove scosse sono venuti giù i pensili, si sono aperte crepe nei soffitti e negli interstizi, sono venuti giù i muretti di contenimento e c’è il rischio che alcune siano dichiarate inagibili. Tutto questo è successo a Fiastra, a Pievetorina, a Mucci, tutti centri dell’alto Maceratese.

Così torna di attualità la denuncia che la Lega ha fatto in Procura a Macerata alcuni giorni fa denunciando il costo esagerato delle casette, che sfiora i 300.000 euro per 80 metri quadrati. «A quasi due anni di distanza dal sisma», sostiene il consigliere regionale Sandro Zaffiri, «mancano ancora 600 casette e quelle consegnate hanno avuto una lievitazione abnorme di costi soprattutto nelle opere di urbanizzazione». Tullio Patassini , neoeletto deputato, rincara affermando: «La gestione dell’emergenza terremoto non è trasparente e la Regione Marche ne porta pesanti responsabilità, per questo abbiamo presentato un esposto».

La Procura è già stata chiamata a indagare dalla Cgil sui lavoratori in nero impiegati nei cantieri delle Sae ed è in stretto rapporto con l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone e con la Corte dei conti, che hanno avviato indagini conoscitive sulla realizzazione delle casette. Che dovevano accogliere i terremotati, ma sono andate in pezzi. Come le speranze della gente delle Marche.


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