Cari studenti, confrontiamo le idee. È più bello che censurare gli altri
I fatti della Sapienza rappresentano una imitazione tardiva di quanto avviene nelle università anglosassoni, dove la caccia alle opinioni differenti è prassi. Organizziamo invece giornate per la libertà di parola di tutti.

Ho volutamente atteso più di due giorni dai fatti di martedì alla Sapienza prima di dire pubblicamente la mia, visto che i disordini dei collettivi di sinistra, oltre che essere animati da ostilità nei confronti dei ragazzi di Azione Universitaria, erano esplicitamente volti a impedirmi di prendere la parola in una libera conferenza.

Sarebbe facile proporre qui sulla Verità una sorta di simulazione a parti invertite: cosa sarebbe accaduto se un gruppo di giovani facinorosi di destra avesse provato a impedire una conferenza di un’organizzazione giovanile di sinistra, o se avesse costretto a entrare e uscire scortato dalla polizia un commentatore di Repubblica? La risposta la sappiamo tutti: si sarebbe parlato di squadrismo. E invece, poiché in questo caso lo squadrismo era indubitabilmente rosso, si è preferito calciare la palla in tribuna, cercare diversivi, negare il problema, offuscare.

Devo ringraziare non poche voci (purtroppo nessuna a sinistra, e la cosa addolora ma non sorprende) per la solidarietà che hanno indirizzato a me e a all’organizzazione studentesca che mi ha gentilmente invitato. Così come restano a verbale non pochi commenti imbarazzanti per chi li ha pronunciati: come se una conferenza fosse di per sé una «provocazione» (è stato detto anche questo da un «illustre» politologo), o come se potesse essere garantito a chicchessia il diritto di stabilire chi possa parlare e chi no, chi abbia la libertà di espressione tutta intera e chi invece debba farsela autorizzare – se e quando fossero di buon umore o di manica larga – dai collettivi di sinistra.

In Aula al Senato, Giorgia Meloni ha pronunciato parole cristalline: un conto è il dissenso (sacro sempre e comunque), altro conto è pensare di organizzare manifestazioni per impedire che altri possano esprimere le loro opinioni. Curiosa deriva: alcuni amano parlare di «diversità», ma poi, quando si trovano di fronte a un’opinione differente, hanno l’antico istinto (ereditato da non pochi dei loro «padri» e «nonni» politici) di soffocarla.

Tuttavia, c’è qualcosa di più profondo. Anche nei Paesi anglosassoni, da anni, nelle università tira un’aria di censura che non promette nulla di buono. In questo, se i nostri collettivi di sinistra pensavano di essere originali, sono in realtà arrivati con qualche anno di ritardo, e si limitano a essere imitatori dei tratti più intolleranti della cultura woke: da tempo, negli Usa e nel Regno Unito (dove per fortuna le istituzioni hanno cominciato a opporsi a questa deriva) non si contano più i casi di «no platforming», cioè azioni volte a impedire materialmente che opinioni e voci «sgradite» possano partecipare a dibattiti, conferenze, eventi.

C’è un aspetto lessicale perfino paradossale in questa censura (chiamiamo le cose con il loro nome): nel mondo anglosassone, molte associazioni studentesche, attraverso l’azione con cui negano l’ingresso e la parola a chi a loro non piace, rivendicano il proprio diritto a quelli che chiamano «safe spaces», cioè alla lettera «spazi sicuri». Ecco, nella deriva orwelliana in cui siamo immersi, è proprio l’aggettivo «safe» che mi sgomenta: mentre censuri, mentre escludi, dichiari di aver realizzato uno spazio «safe», «sicuro». Ma «sicuro» da cosa?

A ben vedere, chi esclude e censura, lungi dal costruire «sicurezza», certifica la propria insicurezza culturale e psicologica, l’inadeguatezza rispetto all’opportunità di confrontarsi con altre visioni. E si priva – senza neanche rendersene conto – della sfida intellettuale di misurarsi, di salire sul ring delle idee, di vincere o di perdere la gara degli argomenti, di portare o di subire colpi dialettici.

Ragazzi (in questo caso: di sinistra), così veloci nel dare del «fascista» anche a un vecchio liberale come me: guardate che non solo – per usare il vostro lessico – siete stati voi a comportarvi da «fascisti»; ma quel che è più grave, vi state autoescludendo, autoghettizzando rispetto alla possibilità di partecipare a pieno titolo ai beni più grandi che la civiltà classica ci ha consegnato, e cioè l’agorà e il logos.

Per queste ragioni, credo che sia necessario non archiviare in fretta questa pagina. Anzi: occorre scrivere pagine nuove, ariose, costruttive. Personalmente, sono a disposizione dei gruppi universitari e studenteschi che lo vorranno, ovunque in Italia, per nuovi eventi che abbiano al centro la libertà di parola, per chiunque, e l’affermazione della volontà di impegnarci tutti (indipendentemente dal proprio orientamento culturale) affinché ogni voce possa esprimersi e ogni orecchio possa scegliere di ascoltare. Senza per questo dover subire prevaricazioni o violenze.

Non abbiamo bisogno di nuovi piccoli militanti della censura e dell’intimidazione. Per tutti sarà invece più bello, più creativo, più costruttivo scoprire che ci sono molte cose buone che si possono fare insieme con gli «avversari» e perfino con i «nemici». Ascoltarsi, in primo luogo: anche per meglio continuare a darsi reciprocamente torto. Ci proviamo?

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