- Il vincolo dei 270 giorni impone una riorganizzazione della campagna di somministrazione delle fiale. Ma gli enti sanitari internazionali frenano sul richiamo. E così si rischia di avere patentini fuori corso.
- Rappresaglia di restrizioni tra la Francia e l’Inghilterra anche per chi è già inoculato. Per difendere il turismo di casa, Parigi inserisce nella black list pure Grecia e Cipro.
Lo speciale contiene due articoli.
Duecentosettanta giorni è la durata del green pass in Italia, ma cosa succederà quando scadrà il termine burocratico previsto? Una domanda che tra qualche mese ossessionerà non poche persone, tra cui proprio il personale sanitario e i soggetti più fragili che sono stati i primi ad essere vaccinati. Se infatti si pensa che gli iniziali cicli sono stati portati a termine verso marzo 2021, dato che la durata del green pass è di 9 mesi, verso dicembre di quest’anno molte persone si vedranno scaduto il certificato verde. E dunque cosa accadrà? Dovranno farsi un tampone (a loro spese) per muoversi liberamente o saranno confinate in casa? Ad oggi non si ha ancora una risposta. Ma si sa che anche l’Italia sta pensando di seguire l’esempio di diversi Paesi europei estendendo l’uso del green pass. In Catalogna (Spagna), per esempio, c’è l’obbligo di esibire il certificato verde per poter accedere a qualunque evento all’aperto con più di 500 persone, il Portogallo ha deciso di obbligare i ristoratori a chiedere i certificati vaccinali per far sedere i clienti, in Grecia per accedere a siti culturali, bar e ristoranti si dovrà esibire il green pass e a Cipro l’ingresso in bar, pub, hotel e ristoranti è permesso solo a chi è vaccinato. Ma non solo, perché anche la Danimarca ha deciso di chiedere il certificato per accedere a ristoranti, musei, cinema, teatri e parrucchieri. Stessa decisione presa anche da Lituania, Lettonia (con l’aggiunta della palestra), Austria, Irlanda e Francia. Insomma, si sta sempre di più andando verso un uso esteso del green pass per prendere parte alla socialità. Se dunque anche l’Italia decidesse di seguire questa strada la valenza dei 270 giorni diventerebbe ancor più un problema cruciale. Anche perché da dicembre diverse persone potrebbero non riuscire a bere nemmeno un caffè in un bar, dato che hanno il certificato verde scaduto. Da sottolineare che la valenza dei 270 giorni è un termine squisitamente burocratico dato che, secondo gli ultimi studi, la durata dei vaccini potrebbe oscillare dai 9 ai 12 mesi. E dunque ci si troverebbe nella situazione surreale di essere (con molta probabilità) ancora coperti dal vaccino, ma allo stesso tempo, allontanati dai luoghi pubblici per via di un vincolo burocratico. E a farne le spese sarebbero proprio i più fragili (pazienti delle Rsa in primis) e il personale medico, dato che sono stati i primi vaccinati contro il Covid.
Da tenere d’occhio anche la «seconda fascia» che riguarda tutti i pazienti fragili vaccinati in un secondo tempo, e tendenzialmente questi hanno completato il ciclo verso maggio. In questo caso per loro la scadenza del green pass è fissata a gennaio 2022. Collegato al tema certificato verde c’è però anche tutta la questione della terza dose vaccinale, prevista per l’autunno. Ora, nel caso in cui la si dovesse introdurre, al momento della somministrazione verrebbe rilasciato un nuovo green pass, e dunque si avrebbero altri 270 giorni di autonomia. Ma il vero problema è che non si sa se sarà necessaria e quando. Secondo l’European medicines agency (Ema) al momento è ancora troppo presto per confermare o meno la necessità di una terza dose. Sulla stessa linea di pensiero c’è anche l’European centre for disease prevention and control (Ecdc) che sottolinea come al momento non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne vaccinali e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione dei vaccini, considerando anche la diffusione delle varianti. Si uniscono al coro anche la Food and drug administration (Fda) e il Centers for disease control and prevention americano (Cdc) secondo le quali non è necessario un terzo richiamo.
Dall’altra parte c’è però Pfizer che ad agosto inizierà un trial su 10.000 soggetti dato che la proteina è leggermente modificata sulla base delle varianti. Sicuramente lo studio potrà dare nuovi dati, ma il dubbio continuerà a rimanere dato che si è in un campo non ancora del tutto conosciuto. Da non sottovalutare anche il problema logistico. Cioè, nel caso in cui si capisse che effettivamente contro le varianti la terza dose è necessaria per avere una maggiore protezione, bisognerà lavorare su come organizzare la distribuzione alla popolazione. Si useranno ancora i centri sfruttati per il primo ciclo vaccinale? Letizia Moratti, vicepresidente e assessore al Welfare della Regione Lombardia, il 18 giugno ha scritto un tweet dove sottolineava come è stato «presentato a governo e commissario straordinario emergenza Covid-19 un piano lombardo per gli eventuali richiami in autunno-inverno, con un nuovo modello organizzativo che non sarà basato più sui centri massivi ma su piccoli centri, sui medici di famiglia, su aziende e farmacie». Anche qua bisognerà capire se effettivamente tutti questi soggetti saranno pronti e con le giuste capacità a far fronte al terzo richiamo o prevarrà la disorganizzazione e il caos fino alla fine. E visti i precedenti le premesse non sono delle migliori.
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