• A Palermo sgominate due gang che arruolavano tossici e disoccupati. Rompevano loro gambe e braccia con pesi da palestra o pietre, simulando incidenti stradali. E poi, grazie a un perito, incassavano i rimborsi.
  • Nelle intercettazioni il boa si vantava dei risultati: «Tibia, perone e malleolo». Una vittima implorava: «Spaccatemelo in un colpo solo».

Lo speciale contiene due articoli

In un primo momento fu stabilito che il tunisino Hadry Yakoub era morto per le fratture multiple che aveva riportato alle braccia e alle gambe. Lo trovò una pattuglia della polizia a bordo strada, in un quartiere dell’estrema periferia di Palermo. All’istante sembrò a tutti che quelle ferite fossero state causate da un incidente stradale. Ma dopo l’autopsia, grazie alle indicazioni del medico legale, la Squadra mobile di Palermo ha scoperto che a ucciderlo, in realtà, erano state due bande di criminali (una nata come spin off dell’altra) che per frodare le assicurazioni reclutavano tossicodipendenti, persone con problemi mentali o dipendenti dall’alcol e morti di fame. Gli ultimi di Palermo, insomma.

In cambio di pochi euro i complici da vittimizzare erano disposti a farsi fracassare gli arti con un pesantissimo disco di ghisa che i boia della banda facevano cadere dall’alto – dopo aver fatto distendere l’arto sopra due blocchi di cemento -, oppure con borse e trolley riempiti di sassi. Se non fosse tutto vero sembrerebbe la trama di un film splatter. Uno di quei cortometraggi per fissati del genere lanciato dall’Aftermath del regista spagnolo Nacho Cerdà.

«Le fratture procurate», ha spiegato alla Verità il capo della Squadra mobile di Palermo Rodolfo Ruperti, «spesso costringevano questi soggetti all’uso di stampelle o sedie a rotelle anche per lunghi periodi di tempo». Anzi, se la degenza durava tanto era anche meglio. Ogni giorno in più, infatti, era un costo che l’assicurazione avrebbe dovuto affrontare. In qualche caso i medici, per la gravità delle ferite, sono dovuti ricorrere alla mutilazione. E per le lesioni gravi permanenti, di solito, si arrivava a incassare un bel gruzzoletto.

Spesso, dopo aver dato il loro consenso a subire ogni tipo di angheria, le cavie restavano anche con un pugno di mosche in mano. E gli uomini della banda festeggiavano con l’intero bottino che, quando andava davvero bene, arrivava anche a 150.000 euro a «incidente». Se il poveretto, dopo aver consentito a farsi maciullare, veniva preso dal terrore, le due gang si erano organizzate per somministrare, in modo rudimentale, dosi di anestetico sottratto dall’Ospedale civico di Palermo da un’infermiera, Antonia Conte, che ora è in stato di fermo.

Perché, per impedire che il gioco continuasse, la Procura è dovuta intervenire in fretta, disponendo un fermo d’indiziato di delitto, misura cautelare che si può disporre senza passare dal giudice per le indagini preliminari.

E i protagonisti dell’horror – tra sceneggiate da film di Mario Merola nelle quali, tra urla, lacrime e svenimenti, si sono esibiti i loro parenti all’uscita dalla Questura – sono finiti in manette: Giuseppe Burrafato, Michele Caltabellotta, Michele Di Lorenzo, Francesco Faja, Isidoro Faja, Salvatore La Piana, Francesco Mocciaro, Giuseppe Portanova, Antonino Santoro, Massimiliano Vultaggio.

Per incassare i rimborsi assicurativi vittime e carnefici erano disposti a tutto. I metodi erano atroci. L’improvvisata sala delle torture era stata allestita in un capannone. La vittima veniva fatta accomodare con gli arti sospesi da blocchi di cemento. I dischi di ghisa, come quelli utilizzati nelle palestre per il sollevamento pesi, venivano tenuti a mezz’aria con delle corde robuste fatte passare nelle carrucole. Al via, venivano lasciati cadere. E se non c’erano i pesi bastava chiudere in un sacco o in un trolley delle pesanti pietre.

Mandata la vittima in ospedale, si passava alla seconda fase del piano: la costruzione dei testimoni. L’incidente d’auto veniva creato a tavolino. E con la constatazione amichevole del sinistro il gioco era fatto. Finché non ci è scappato il morto.

Ad avvicinare la compagna del tunisino che ci lasciò le penne, nel mese di gennaio del 2017, ci pensarono due uomini della banda. Senza girarci troppo attorno le proposero di intraprendere un’azione per il risarcimento dei danni derivanti dal sinistro, dicendole anche che avrebbero pensato a tutto loro, in cambio di una percentuale pari al cinquanta per cento della somma da ottenere in via giudiziale.

I loro guai sono cominciati da lì. Quella pratica sospetta è finita subito nelle mani del capo della Mobile. Sono saltati fuori casi simili. I protagonisti erano sempre gli stessi. Nomi identici, fascicolo dopo fascicolo. E uno dopo l’altro sono stati ricostruiti i casi. Il faldone dell’inchiesta si è ingrossato velocemente. E così anche il registro degli indagati: 60 in tutto.

Quelli che per la Procura sono i capi delle due organizzazioni criminali sono accusati di avere commesso «un numero indeterminato di frodi assicurative, approfittando dello stato di bisogno e delle condizioni di inferiorità psichica di soggetti che si prestavano a subire gravi menomazioni». Gli indagati hanno agito, scrivono i pm Alfredo Gagliardi e Daniele Sansone, che hanno disposto il fermo, «approfittando in maniera disumana di poveri e sventurati soggetti talmente bisognosi da mettere a repentaglio le loro stesse vite per poche centinaia di euro». Ma a chi poteva mai venire in mente un’idea simile? La Procura ritiene che a pianificare il tutto ci fosse il perito assicurativo palermitano Michele Caltabellotta. Il tutto avveniva nel suo studio di infortunistica stradale, suddivisione dei proventi compresa.


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