- Secondo l’Associazione, la scarsa digitalizzazione dei procedimenti dipende dall’esecutivo. Dimentica le migliaia di addetti da poco assunti. La gestione di quella «macchina» è in mano alle toghe stesse.
- Lite «Unità»-carabinieri su Almasri. Il quotidiano diretto da Sansonetti parla di «rivincita» dell’Arma che, dopo essere stata «esclusa dal caso, ha scoperchiato le bugie» di Palazzo Chigi. Dura smentita dei militari.
Lo speciale contiene due articoli.
La guerra continua. «Invece di criticare i magistrati, la politica dovrebbe impiegare risorse ed energie per consentire alla giustizia di competere realmente e di rispondere alle enormi sfide della modernità». La guerra continua su un piano vecchio, quello dell’inefficienza del sistema giudiziario, con un’accusa vecchissima da parte dell’Associazione nazionale magistrati: la colpa dell’improduttività dei tribunali sarebbe del ministro di centrodestra di turno (in questo caso Carlo Nordio), che si occupa di separazione delle carriere e non di moltiplicazione degli organici per una sostanziale trasformazione di un elefante in un ghepardo.
Nell’accusa formalizzata dal vicepresidente dell’Anm, Marcello De Chiara, il problema starebbe a monte: dove ci sono ancora faldoni e fotocopie, dovrebbero irrompere i computer integrati con le meraviglie della digitalizzazione. Infatti aggiunge: «L’economia e la società hanno ormai una dimensione digitale, mentre nel processo penale campeggia ancora il fascicolo cartaceo e la penna biro. La digitalizzazione finora messa in campo è foriera di rallentamenti più che di benefici reali». Spostare il piano del dibattito da un caso concreto – l’invasione degli ultragiudici sulla vicenda Almasri – ai massimi sistemi relativi alla lentezza della giustizia, è pura strategia dialettica. Anche se in parte la critica sta in piedi.
Lo si evince dal mancato raggiungimento di un obiettivo strategico previsto dal Pnrr sulla giustizia: la riduzione dell’arretrato civile. Anziché diminuire, nel 2024 le pendenze sono aumentate del 3,5%, raggiungendo quota 2.817.759, circa 100.000 in più del 2023. Volendo guardare il rovescio della medaglia, i contenziosi sospesi sono calati del 91,7% rispetto al 2019 (un autentico trionfo) ma poiché l’obiettivo negoziato da Mario Draghi a Bruxelles era irrealistico (-95%) non si può essere contenti. Tutto questo porta a una conseguenza: è a rischio il conseguimento del target del Pnrr per il 2026 sulla riduzione della durata dei processi civili. Oggi durano in media 343 giorni, due anni fa 325. Secondo Openpolis, a fronte di un investimento di 36 miliardi, la riduzione in proiezione è al 60%, quindi in ritardo rispetto all’obiettivo.
Enunciate le criticità, è utile aggiungere che cambiare marcia nel mondo giudiziario italiano è difficile, dalla preistoria andreottiana, quanto far decollare una locomotiva a vapore. Nella sua invettiva, l’Anm si dimentica di illuminare le problematiche relative alle inefficienze, alle lentezze, alle torpidità ascrivibili alla macchina giudiziaria in senso stretto. Anche perché va sottolineato che negli ultimi mesi per tribunali civili, penali e amministrativi sono stati assunti 10.000 (diecimila) addetti specializzati «per migliorare le prestazioni degli uffici giudiziari e potenziare la struttura dei processi». Come sottolinea il ministero, «l’obiettivo perseguito è l’abbattimento dell’arrestato e la durata dei procedimenti, dando altresì supporto ai giudici nell’attuazione della transizione digitale». Diecimila persone, fra le quali numerosi laureati in scienze giuridiche ed economiche, esperti tecnici di contabilità e 2.500 «data entry», diplomati con profilo di operatori digitali che si spera non vengano percepiti come stagisti e quindi utilizzati per fare le fotocopie.
Accusare la politica (e solo la politica, come fa Anm) del mancato raggiungimento di un obiettivo Pnrr sarebbe come incolpare il sistema del disagio giovanile o – ai tempi di Silvio Berlusconi lo si faceva – Drive In dell’arretratezza culturale dei paninari negli anni Novanta. Significa chiamarsi fuori, voltare le spalle a responsabilità che stanno innanzitutto dentro i tribunali. Perché l’organizzazione del lavoro, lo smaltimento dell’arretrato, il funzionamento della macchina che produce sentenze attiene ai compiti dei vertici di ogni Palazzo di giustizia; presidenti, procuratori capo, tutti magistrati in buona parte iscritti all’Anm.
Additare il ministero per esemplificare la crisi della giustizia è un gioco facile e, al tempo stesso, un boomerang. Perché i cittadini si ricordano le indagini sconclusionate di Garlasco; certe inchieste iper-mediatiche sulla ‘Ndrangheta con la necessità di perizie foniche per scagionare un Giuseppe indagato a caso; il «responsabile cleaning dell’azienda» che, nell’ordinanza, diventa «il responsabile crimine dell’azienda» perché fa più scena; un ministro prosciolto a Catania e mandato a processo a Palermo per l’identico motivo; la continua invasione di campo delle prerogative parlamentari sui temi etici.
Fino all’ultimo sfondone, con un ricorso a un decreto di espulsione di un pregiudicato marocchino lasciato a frollare per mesi su una scrivania del tribunale di Bologna, fino a quando il gentiluomo (a piede libero) non ha massacrato la ex compagna. Il vicepresidente dell’Anm, De Chiara, teme che l’offensiva della politica abbia la conseguenza di «delegittimare la magistratura». Duole dire che talvolta riesce a raggiungere l’obiettivo anche da sola.
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