- Il commissario al Bilancio, Johannes Hahn, spiega come si sosterrà il piano europeo: con una stangata su 70.000 imprese Intanto Praga boccia il fondo e i deputati tedeschi tuonano: «Non finanzieremo noi i tagli fiscali per l’Italia»
- Abi, Coldiretti, Ance e altre sigle invocano il Salvastati. Fanno politica: i soldi sono per la sanità e non si sommano al deficit
Lo speciale contiene due articoli
Vi raccontiamo da mesi dei rapporti con le istituzioni europee e spesso temiamo di essere troppo arditi nelle nostre esposizioni dei fatti e nella loro valutazione. Tuttavia, la realtà scava ogni giorno un solco ancora più profondo di quello che avevamo provato a tracciare. I peggiori dubbi sul Recovery Fund, che avevamo cautamente introdotto sin da giovedì 28, negli ultimi giorni sono stati ripresi e approfonditi sulla grande stampa europea e, soprattutto, sono stati fatti propri da autorevoli leader politici stranieri.
Buoni ultimi, dopo olandesi, svedesi ed ungheresi, sono arrivati il ministro delle Finanze austriaco Gernot Bluemel e il premier ceco Andrej Babis. Il ventaglio degli aggettivi spazia da «inaccettabile» a «inammissibile». Sembra sia stato scoperchiato il vaso di Pandora delle contraddizioni della Ue. L’intervista rilasciata domenica al Financial Times dal Commissario Ue al bilancio, l’austriaco Johannes Hahn, è per diversi aspetti clamorosa e torna sui due aspetti più controversi dell’iniziativa della Commissione: chi paga e per fare cosa. La risposta alla prima domanda è secca: i contribuenti dell’Unione. In particolare, Hahn progetta di far partire entro il 2027 un’imposta per circa 70.000 imprese con più di 750 milioni di fatturato che dovrebbe generare un gettito annuo pari a circa 15/20 miliardi. Si tratterà di una cifra forfettaria, parametrata alle dimensioni dell’impresa: una sorta di corrispettivo per i benefici del mercato unico, necessaria per il servizio del debito emesso dalla Commissione.
Ma questo è il meno. Infatti, Hahn manda in frantumi tutta la stantìa retorica dell’unione di bilancio e del debito condiviso. «Solo una operazione limitata nel tempo per investire, indebitandosi sui mercati, nella ripresa e nella resilienza dei Paesi più colpiti dal Covid 19. Non si introduce nulla dalla porta di servizio». Hahn aggiunge che «non è sostenibile che un Paese richieda sempre aiuto perché non è in grado di finanziare per conto proprio la ripresa. È come suonare la sveglia per alcuni Paesi. Gli investimenti e le riforme innescati dal Recovery Fund, consentiranno a certi Paesi di reggere meglio all’urto di crisi future. Nel passato, alcuni Paesi, sempre gli stessi, sono sempre stati più colpiti dalle crisi rispetto ad altri. Questi aiuti gli consentiranno di essere meglio attrezzati in futuro e di essere meno dipendenti dall’aiuto altrui». Altro che solidarietà: ci pagano (forse) le spese di riabilitazione e palestra per combattere meglio nel ring della competizione mondiale a colpi di deflazione, flessibilità del lavoro e dei mercati. D’altronde, il loro modello sociale è «homo homini lupus» di Thomas Hobbes, e per quello ci foraggiano.
Purtroppo i conti di questo tanto decantato aiuto continuano a non tornare. E ce lo conferma un dibattito avvenuto tra i parlamentari tedeschi di cui riferisce il quotidiano Handelsblatt. Le perplessità espressi dai tedeschi sono numerose: si dubita dell’effettiva capacità di spesa della Commissione, alle prese con un volume di attività pari a più del doppio del solito; si dubita della capacità dell’Italia di presentare progetti fino a 170 miliardi per ricevere sussidi e prestiti; «Non siamo qui per finanziare i tagli fiscali per l’Italia con i nostri soldi», tuona un deputato; infine, si ipotizza la necessità di una maggioranza qualificata (2/3) del Bundestag per l’approvazione del fondo. I tedeschi affermano, senza peli sulla lingua, che finora le raccomandazioni della Commissione per Roma si sono rivelate una «tigre di carta» e il Recovery Fund offre l’occasione per risvegliare riforme dormienti.
Il bilancio finanziario per il nostro Paese continua a fare acqua. Infatti, al fine permettere alla Commissione di emettere fino a 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A in 4 anni, è stato raddoppiato (dall’1% al 2% del Pil) il tetto di risorse proprie che la Commissione può richiedere agli Stati. In sostanza, la Commissione offre in garanzia ai mercati la possibilità di generare entrate per circa 1.100 miliardi, soprattutto richiedendole agli Stati. È vero, si tratta di garanzie, non di esborsi, ma comunque l’Italia si impegna, da subito, per almeno 96 miliardi (12,8% circa di 750 miliardi di maggiori contributi al bilancio Ue, ma formalmente sono ben di più), altrimenti la Commissione non può emettere bond. In ogni caso, dopo il 2028, quei 750 miliardi dovranno essere rimborsati dalla Commissione: 250 miliardi con le rate ricevute dai Paesi beneficiari dei prestiti, e gli altri 500 con maggiori tasse Ue o contributi degli Stati membri. Si tratta di pagare circa 64 miliardi. Ma siamo così sicuri di presentare progetti per investimenti e riforme sfruttando per intero i 68 miliardi del Rrf (o gli 81 del totale delle misure)?
Se il bilancio del prossimo settennio ci vedesse contribuenti netti per una somma ancora superiore ai circa 36 miliardi del precedente settennio e il saldo complessivo diventasse negativo, sarebbe proprio una magra consolazione poter dire che l’avevamo detto.
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