Ho amato appassionatamente il libro La masseria delle allodole, dolente e magnifico racconto della scrittrice Antonia Arslan, che spiega il genocidio degli armeni. Con il termine negazionista si indica qualcuno che nega lo sterminio degli ebrei. Negare lo sterminio degli armeni è lecito. Nel vocabolario Treccani il termine negazionismo indica «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo la quale, attraverso l’uso spregiudicato e ideologizzato di uno scetticismo storiografico portato all’estremo, non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia contemporanea ma, specialmente con riferimento ad alcuni avvenimenti connessi al fascismo e al nazismo (per es., l’istituzione dei campi di sterminio nella Germania nazista), si spinge fino a negarne l’esistenza».
Nel 1990, il parlamentare socialista francese Jean Claude Gayssot propose una legge che intendeva punire, oltre alla negazione dell’Olocausto, anche quella dello sterminio degli armeni, ma la proposta non fu ratificata dal Senato. Analogamente l’allora vicepresidente dell’Europarlamento, il finlandese Olli Rehn, insieme al presidente della Commissione, José Manuel Barroso, esaminarono e bocciarono la proposta in quanto avrebbe potuto compromettere una fiorente stagione di riforme democratiche in Turchia. Riforme che però, chissà come mai, si devono essere perse per strada. Quella degli armeni quindi è un’impalpabile tragedia che si perde nel tempo e nello spazio. Parlarne, ricordarla, potrebbe compromettere il glorioso cammino della Turchia verso una scintillante democrazia.
In effetti visto che è la verità che rende liberi, dovrebbe essere il contrario. Solo l’assunzione di responsabilità dei terribili atroci fatti può permettere alla Turchia la libertà. Senza verità, nessuna giustizia è possibile. Senza giustizia, nessuna libertà è possibile. La masseria delle allodole ricostruisce tutto l’orrore: gli uomini assassinati, decapitati, castrati, le donne stuprate, vendute, trascinate in atroci marce della morte. Il motivo politico dello sterminio fu la prima guerra mondiale. Nell’impero ottomano gli armeni erano dhimmi, termine con cui si indicano gli stranieri nel mondo musulmano, vuol dire sottomessi ma anche protetti: una popolazione vinta in guerra che pagava un tributo speciale e in cambio aveva il permesso di vivere. Una volta che eserciti cristiani hanno mosso guerra all’impero ottomano, gli armeni hanno perso la loro posizione di dhimmi.
Il motivo psicologico dello sterminio e della sua crudeltà, la spiegazione del genocidio vero, e quello degli armeni lo fu, è contenuta nell’incantevole geniale fiaba Biancaneve e i sette nani. Biancaneve non ha cercato di rubare alla regina il trono, non le ha avvelenato il gatto, non le ha fatto nessun danno. È semplicemente più bella di lei. Il genocidio vero è un atto di un inferiore contro un superiore. Il popolo sterminato ha una superiorità culturale clamorosa, tangibile rispetto al popolo sterminatore. Gli armeni avevano un livello culturale, e di conseguenza economico clamorosamente superiore alla maggioranza della popolazione turca. Quando Gutenberg inventò la stampa il costo dei libri si abbatté e il loro numero si moltiplicò. L’oggetto fu vietato nell’impero ottomano agli islamici, in quanto il Corano è l’unico libro che ha un valore e non è il caso di stampare altro.
La stampa fu permessa agli armeni, che divennero rapidamente l’aristocrazia culturale e quindi economica: erano metà dei medici e metà degli ingegneri. È facile odiare i più ricchi e i più colti. Lo sterminio fu quanto di più insensato si possa immaginare. Con una guerra mondiale in corso, gli ottomani hanno ucciso metà dei loro medici e metà dei loro ingegneri, la maggioranza dei loro fabbri e la quasi totalità degli orologiai, i dirigenti delle industrie, incluse quelle militari. Il tessuto finanziario-economico lacerato dalla mancanza del suo asse portante crollò, nello stupore dei persecutori che avevano invece pensato che l’eliminazione degli armeni li avrebbe resi più ricchi. Il libro ricostruisce però anche l’invincibile coraggio dei pochi straordinari soccorritori. Anche lo sterminio degli armeni ha i suoi giusti.
Ora gli armeni sono di nuovo sotto attacco e rischiano le loro vite. Il Nagorno Karabakh (o Artsakh, come gli armeni chiamano il lembo orientale della loro patria antica) riceve linfa vitale dal cosiddetto corridoio di Lachin, l’unica via d’accesso rimasta agli armeni per l’Artsakh. Ora è stata chiusa dall’Azerbaigian, e non usando soldati ma ambientalisti o cosiddetti tali. È quindi urgente continuare a parlare di armeni. E ora c’è un secondo libro della Arslan: Il destino di Aghavnì. «Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla». La frase del filosofo e politico britannico Edmund Burke è non a caso incisa sul monumento eretto nel campo di concentramento di Dachau. Il detto torna alla mente dopo aver letto lo struggente racconto ambientato in una piccola città dell’Anatolia nella primavera del 1915, alla vigilia del genocidio del popolo armeno. Sullo sfondo il declino dell’impero ottomano e la presa del potere da parte dei giovani turchi, determinati a realizzare uno Stato composto da un’unica etnia, la creazione del quale prevedeva di cancellare la popolazione armena, la più numerosa di religione cristiana, presente in quelle terre dal VII secolo a.C. Cancellarla come soggetto storico, culturale e soprattutto politico.
Ruolo determinante in questa scelta fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni, che rappresentavano l’élite culturale e finanziaria. La notte del 24 aprile 1915, la popolazione armena di Costantinopoli venne arrestata dando inizio alla deportazione sistematica degli armeni e al loro sterminio.
I segnali di quanto sta per abbattersi sugli armeni ci sono tutti, eppure la maggior parte di essi non vuole credere che le persone con cui vivono fianco a fianco, i vicini con cui i loro bambini giocano possano diventare una minaccia. Tuttavia serpeggia un senso d’inquietudine e gli anziani, ricordando i fatti del passato, raccomandano prudenza. «Mantenere un basso profilo», si direbbe oggi. Intimorita, ma non abbastanza, dagli avvertimenti della sua governante, la giovane Aghavnì esce di casa con il marito e i suoi due bambini da cui preferisce non separarsi, proprio per via di quei giorni calamitosi, come ella ripete. Hanno in programma la visita alla zia, l’acquisto di un paio di scarpe, la sosta alla bottega che vende la specialità amata dai piccoli, per aggrapparsi alla normalità, per convincersi che non ci sia ragione per cambiare le proprie abitudini… Nessuno li vedrà più. Le ricerche dei familiari e dell’intera comunità armena si scontrano con il muro di omertà, di disprezzo, di odio di chi sa che gli armeni sono già condannati ed è solo questione di ore.
La vicenda della ventitreenne Aghavnì e della sua famiglia piano piano scivola nell’oblio. Alla Arslan il grande merito di averla riportata alla memoria, dopo aver visto la fotografia di Aghavnì, sorellina di suo nonno, conservata in casa di un cugino trasferitosi in America. Da qui prende il via la vicenda, in cui l’autrice immagina cosa possa essere accaduto alla giovane, a suo marito e ai suoi bambini in un racconto struggente e doloroso, ma anche ricco di speranza e consolazione, dove Aghavnì con la forza della fede, accetta il suo destino senza tuttavia rassegnarsi. E la notte del 25 dicembre, davanti alla rappresentazione deflagrante di un Uomo, una Donna e un Bambino, vittime e carnefici sentono di appartenere alla medesima umanità. Di nuovo, come ne La masseria delle allodole, insieme all’orrore, anche la grazia irrompe sulla scena.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >