Grano gratis ai Paesi africani e combustibile nucleare alla Turchia. Sono le ultime due mosse di Vladimir Putin per consolidare alleanze alternative e allentare la morsa dell’Occidente nella partita a scacchi diplomatica dopo un anno e mezzo di guerra in Ucraina. Se ne aggiunge una terza che potrebbe essere decisiva: la teorica disponibilità a trattare per rientrare nell’«accordo del grano» ucraino, con la possibilità di lasciargli attraversare il Mar Nero. Accordo dal quale Mosca s’era sfilata il 18 luglio in polemica con Stati Uniti ed Europa per le restrizioni nei confronti dell’export agroalimentare russo.
Sono questi i temi chiave del summit di Soci fra lo zar e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ormai lanciato verso un ruolo di mediatore spontaneo in mancanza di concorrenti. Dopo 11 mesi, i due leader si sono trovati di fronte nella residenza estiva di Putin con parecchia carne al fuoco e hanno confermato di avere stretto una solida intesa. Primo tema, grano all’Africa. È il numero uno del Cremlino ad annunciarlo anche per la sua valenza nella geopolitica umanitaria: «La Russia è vicina a un accordo con sei Paesi africani poveri ai quali forniremo derrate alimentari gratuite e anche la logistica delle forniture. A ciascun Paese andranno fra le 25.000 e le 50.000 tonnellate di cereali». Uno sforzo relativo visto che «quest’anno si prevede un raccolto di 130 milioni di tonnellate di grano, 60 milioni dei quali destinati all’esportazione».
Poiché c’è grano e grano, è più strategico quello ucraino sul quale Mosca ventila un gesto d’apertura dopo i bombardamenti alle infrastrutture portuali e la minaccia di silurare le navi in uscita dai porti sul Mar Nero. È Erdogan a evidenziare la novità: «Mosca potrebbe rientrare nell’accordo. Ne abbiamo discusso a lungo e l’apertura può giocare un ruolo enorme nella prevenzione della crisi alimentare». Lo stesso Putin ribadisce che Mosca «prenderà in considerazione la possibilità di rientrare nell’accordo quando i Paesi occidentali rispetteranno gli impegni presi».
Al termine dei colloqui Erdogan getta la maschera: «La Turchia è pronta a mediare i negoziati di pace», riporta l’agenzia Anadolu. Aggiungendo: «Naturalmente l’Ucraina deve ammorbidire il suo approccio per compiere passi insieme con la Russia». Un siluro a Kiev, considerando che a lanciarlo è un membro dell’Alleanza atlantica a capo del secondo esercito Nato. Senza dimenticare che il leader di Ankara è uno specialista nei salti mortali carpiati con avvitamento, funzionali alla conservazione del suo potere strategico sugli scenari internazionali. Quanto a Putin, nella conferenza stampa tiene a sottolineare che «la controffensiva ucraina è un fallimento». Parole che scatenano la reazione del consigliere di Volodymyr Zelensky, Mykhailo Podolyak, che twitta: «Abbiamo ricevuto l’ennesima conferma che qualsiasi negoziazione è fittizia e inutile. Putin vive nella sua realtà dove tutti sono colpevoli tranne lui». Verso sera torna tutto in alto mare.
Riguardo alla battaglia del grano, lo zar del Cremlino imputa all’Occidente di averlo ingannato sulla natura umanitaria dell’accordo e di «continuare a bloccare l’accesso degli agricoltori russi ai mercati internazionali». I motivi che hanno portato all’irrigidimento del Cremlino sono il mancato collegamento della banca agricola russa allo Swift, il mancato sblocco delle forniture di pezzi di ricambio per le macchine agricole e della logistica dei trasporti, la mancata riapertura dell’oleodotto dell’ammoniaca «Togliatti-Odessa» e il congelamento dei beni di alcune società russe. Secondo il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, in visita a Pechino, «l’accordo sul grano sarebbe un passo fondamentale. Chiederò al ministro degli Esteri cinese Wang Yi di fare pressione su Putin affinché agevoli qualche passo indietro nella guerra in Ucraina in funzione di una pace giusta».
Il summit di Soci è un successo del premier turco che partendo dal trasporto dei cereali intravede la possibilità di rimettere attorno al tavolo Mosca e Kiev (e Washington). A riavvicinare i leader sono state due decisioni non scontate. Quella di Putin di tagliare e rinviare i pagamenti turchi per il gas russo, che ha contribuito ad attenuare gli effetti della crisi economica turca e ha favorito la rielezione di Erdogan. Quella di Ankara di non aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca, diventandone di fatto (con la Cina) l’interlocutore economico privilegiato. Sta di fatto che oggi gli interscambi fra i due Paesi valgono 62 miliardi di dollari e i governatori delle due banche centrali sono a Soci per portarli a 100 miliardi.
Dal summit in Crimea rimbalza un’altra notizia dal valore strategico: la costruzione della centrale nucleare turca di Akkuyu con know-how russo (la supervisione è dell’agenzia Rosatom) sta procedendo secondo i piani. Putin ha voluto sottolineare l’importanza della sintonia atomica con Ankara: «Ora la Turchia è diventata, nel pieno senso della parola, membro del club internazionale degli Stati nucleari. Dopo la consegna del primo lotto di combustibile nucleare russo all’impianto, nel prossimo anno il primo reattore sarà attivato». Nel frattempo è pronto a partire un secondo progetto gemello, sempre in partnership, a Sinop sul Mar Nero. L’altro mondo esiste e si organizza.
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