C’è il primo morto di coronavirus in Europa
  • Spirato in Francia anziano turista di Wuhan, mentre il regime minaccia l’esecuzione per chiunque non riveli i sintomi della malattia. Roberto Speranza vede le case farmaceutiche.
  • Le manie di protagonismo antirazziste dell’intellighenzia italiana hanno imposto un diktat: guai a puntare il dito sugli asiatici Ovviamente non sono untori, però a Pechino c’è una dittatura che ha nascosto la malattia al mondo e punisce duramente il dissenso.

Lo speciale contiene due articoli

Aumenta e si avvicina sempre più all’Italia il numero di vittime da coronavirus, l’epidemia globale che ieri ha colpito in maniera letale in Francia. È la prima volta che l’infezione fa registrare un morto fuori dal continente asiatico. Occorre fin da subito precisare che si tratta di un paziente di nazionalità cinese che proveniva dalla provincia dell’Hubei, epicentro di Covid-19. L’uomo di 80 anni, giunto in Francia per turismo, era stato ricoverato lo scorso 25 gennaio. Origine ed età della vittima sono circostanze che probabilmente hanno giocato una parte rilevante nel decesso. Infatti la notizia non ha colto completamente alla sprovvista il ministro della Salute francese, Agnes Buzyn la quale ha parlato di un «rapido peggioramento delle condizioni negli ultimi giorni». Adesso però «dobbiamo fare in modo che il nostro sistema sanitario sia pronto a una diffusione pandemica del virus anche in Francia». Affermazione da cui sorge spontanea una domanda: a prescindere dal caso francese, come?

Nel rispondere non si può non partire da come l’emergenza è stata e continua a essere gestita dal regime comunista cinese. Infatti, è emerso secondo l’autorevole South China Morning Post che il 3 febbraio il leader Xi Jinping avrebbe radunato i vertici del partito comunista cinese per impartire loro le direttive su come divulgare in pubblico notizie sul coronavirus.

Una difesa preventiva ai dubbi che la comunità internazionale solleva quotidianamente. Perplessità che per esempio riguardano la reale origine del virus e l’effettivo numero di persone contagiate nel territorio cinese. Perché dalle statistiche emerge un continuo aumento dei casi totali di positività. Il bilancio aggiornato dell’epidemia è di 67.178 contagi globali, di cui 66.497 in Cina, con il numero di vittime pari a 1.527. Segue Singapore con 72 persone infette, Hong Kong 56 e un morto, Thailandia 33, Corea del Sud 28, Malesia 22, Taiwan 18, Germania e Vietnam 16, Australia e Stati Uniti 15, Francia 11, Macao 10, Regno Unito 9, Emirati Arabi e Canada 8, Filippine e India 3, Russia e Spagna 2, Belgio, Cambogia, Finlandia, Nepal, Sri Lanka, Svezia ed Egitto uno. Già, l’Egitto, primo Paese africano colpito dal coronavirus. Anche in questo caso si tratta di un cittadino di nazionalità cinese. Pur essendo stato ricoverato e messo in isolamento, la preoccupazione per un quadro che era già fosco si intensifica.

E non potrebbe essere altrimenti, perché è innegabile che se la malattia dovesse espandersi in Africa le conseguenze potrebbero essere devastanti. Il continente più povero, arretrato e con le condizioni igienico sanitarie palesemente meno sviluppate alle prese con il coronavirus: un dramma dalle proporzioni immani.

Possibilità che non è così remota considerato anche il fatto che il primo contagiato si trova in Egitto. Che, con tutto il rispetto, almeno all’apparenza, non è una nazione così preparata come potrebbe essere invece il Sud Africa.

Senza dimenticare che dalle coste del Nord Africa assistiamo da decenni a una continua invasione che culmina nelle nostre coste. Ecco il pericolo maggiore, che al solo pensiero mette i brividi. Decine di migliaia di persone, potenzialmente contagiate che sbarcano in Italia. Dunque la palla passa alla politica, detta in altri termini al governo che dovrà assumere delle decisioni (serie) per far fronte all’emergenza. Tra i motivi di preoccupazione anche l’impossibilità, al momento lontana, per le industrie farmaceutiche italiane di reperire le materie prime sul mercato cinese per creare i farmaci contro il coronavirus. Sarà questo il tema dell’incontro di domani tra il ministro della Salute Roberto Speranza e le associazioni di categoria, Assogenerici e Farmindustria. Sul tavolo i possibili scenari degli effetti del coronavirus sul settore, collegati a uno stop delle importazioni dalla Cina e quindi a possibili ripercussioni sulla disponibilità dei farmaci per i cittadini.

Per ora nessun vero allarme, le scorte a disposizione coprono fino a sei mesi. Ma nel settore la guardia è alta. Come testimonia la precedente riunione dell’Agenzia italiana del farmaco dello scorso 11 febbraio, dove è stato fatto il punto sulla possibile carenza di principi attivi dalla Cina, dato che i siti del Paese asiatico sono ancora chiusi.

Qualche nota positiva giunge, invece, dall’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani. Nel sedicesimo bollettino diramato dalla direzione sanitaria si legge: «I due cittadini cinesi provenienti dalla città di Wuhan, casi confermati di infezione da nuovo coronavirus, continuano a essere ricoverati nella terapia intensiva». E ancora: «Le loro condizioni cliniche sono stabili con parametri emodinamici migliorati. La prognosi resta riservata».

Situazione diversa per il ricercatore di 29 anni, originario di Luzzara, ricoverato dallo scorso 7 febbraio. «Le condizioni di salute del cittadino italiano di ritorno dalla città di Wuhan e proveniente dalla Cecchignola sono ottime. Resta in osservazione».

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