Le previsioni della vigilia sono state confermate: alle elezioni generali del Regno Unito, il Partito laburista di Keir Starmer si è aggiudicato la vittoria con il 33,7%, staccando di 10 punti percentuali il Partito conservatore del premier uscente Rishi Sunak, fermo al 23,7%. I laburisti, che tornano al governo dopo 14 anni, hanno fatto il pieno di seggi (ben 412), ottenendo la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. I Tories, invece, non sono andati oltre i 121 seggi, registrando la peggiore sconfitta della loro storia quasi bicentenaria, iniziata nel lontano 1834.
Sunak, non a caso, si è subito assunto la responsabilità della disfatta, rassegnando le dimissioni da primo ministro e annunciando – benché non nell’immediato – anche quelle da leader dei conservatori. Nel suo ultimo discorso davanti al civico 10 di Downing street, Sunak si è rivolto così agli elettori: «Voi avete mandato un chiaro segnale che il governo deve cambiare e il vostro è l’unico giudizio che conta. Ho sentito la vostra rabbia, la vostra delusione e mi assumo la responsabilità di questa sconfitta».
Al tonfo dei Tories ha contribuito anche la netta affermazione di Reform Uk, il partito sovranista di Nigel Farage, mattatore della Brexit. Con oltre 4 milioni di voti, che corrispondono al 14,3% dei suffragi, Reform Uk è diventato la terza forza del Regno Unito, consentendo finalmente a Farage, al suo ottavo tentativo, di accedere alla Camera dei Comuni. A causa della legge elettorale britannica, però, il partito riceverà solo cinque seggi, cioè molti di meno rispetto ad altre liste. Il Sinn Féin nordirlandese, per esempio, ha ottenuto sette seggi malgrado il suo scarno 0,7%. Ma anche i Lib dem, che con il 12,2% dei voti sono arrivati dietro a Reform Uk, hanno preso la bellezza di 71 scranni. Questo perché il sistema elettorale britannico, che privilegia il bipolarismo e la stabilità dei governi, è un uninominale secco: in ogni collegio, viene eletto soltanto il candidato che ha ottenuto la maggioranza relativa.
Chi vince, insomma, si prende tutto. E già qui possiamo rilevare un dato assai significativo di queste elezioni: il Partito laburista ha raddoppiato i propri seggi pur avendo perso voti in termini assoluti. Nel 2019, infatti, l’ex leader Jeremy Corbyn aveva portato in dote 202 seggi (che adesso diventeranno 412), ma anche oltre 10 milioni di voti, che corrispondevano al 32,2% dei suffragi, ossia un solo punto percentuale in meno rispetto a Starmer, che invece ha convinto meno elettori: 9,6 milioni, per la precisione. Non a caso, il principe dei sondaggisti britannici, John Curtice, ha riassunto così il risultato elettorale: «Questa è stata una sconfitta Tory, ancor più che una vittoria laburista». Se poi a questo dato aggiungiamo che, alle elezioni del 2017, Corbyn aveva raggiunto addirittura il 40%, battuto per un soffio da Theresa May, è chiaro che i laburisti, pur avendo trionfato, non hanno davvero guadagnato nuovi elettori.
A pesare, ovviamente, è stata anche la bassa affluenza, che si è attestata ad appena il 60% degli aventi diritto. Evidentemente i conservatori, che hanno accusato una perdita di circa il 20% dei voti, non sono riusciti a mobilitare un elettorato deluso e rassegnato. I Tories, anzi, sono rimasti praticamente solo in Inghilterra: nelle altre tre nazioni del regno (Scozia, Galles e Irlanda del Nord), hanno vinto nella miseria di tre collegi. E molti nomi pesanti del partito, adesso, dovranno fare le valigie: se Sunak ha mantenuto il suo seggio, diversi ministri dell’ultimo governo lo hanno perso. Tra i «trombati» c’è pure Jeremy Hunt, il cancelliere dello Scacchiere, carica che corrisponde al nostro ministro dell’Economia.
Fatte salve queste precisazioni, rimane che Keir Starmer è il vero vincitore di queste elezioni. È stato convocato a Buckingham Palace, dove re Carlo III gli ha dato il mandato di formare il nuovo governo, e ha già tenuto il suo primo discorso a Downing street. Un discorso, a dir la verità, molto equilibrato e conciliante. Dopo aver ringraziato il predecessore Sunak, a cui «vanno riconosciuti devozione e duro lavoro», Starmer ha dichiarato che l’indicazione del voto è stata chiara e che «la Gran Bretagna ha bisogno di un grande reset». Il leader laburista, inoltre, ha ammesso che «c’è stanchezza nella nazione», ma «abbiamo bisogno di andare avanti tutti insieme». Per questo, ha promesso Starmer, «che abbiate votato laburista o meno, vi dico in maniera chiara che il mio governo sarà al servizio di tutti». Infatti, ha precisato, «prima viene il Paese, poi il partito». In altre parole, il nuovo esecutivo, di cui già ieri sono stati nominati i ministri, sarà «un governo libero dall’ideologia, guidato solamente dalla determinazione di servire i vostri interessi».
Tra le priorità del governo laburista, Starmer ha citato «l’energia pulita e la riduzione delle bollette» e ha inoltre garantito che «ricostruiremo le infrastrutture, ci saranno scuole e università di primo livello, sicurezza». Sicurezza, appunto. Mentre al di qua della Manica si parla di un «Regno Unito che svolta a sinistra», è da specificare che Starmer è un moderato e che, probabilmente, non assisteremo a una vera rivoluzione nelle politiche migratorie. Il new labour, infatti, è tutt’altro che favorevole alle «porte aperte»: per ora il neopremier si è espresso solo contro il Piano Ruanda, ma per il resto ha dichiarato di voler ridurre l’immigrazione (compresa quella legale), che in Gran Bretagna ha superato da tempo i livelli di guardia. Insomma, forse la sinistra ha cantato vittoria troppo presto.
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