• Parigi non si accontenta del rapporto con Khalifa Haftar e riunisce le tribù del Sud per chiudere un accordo che si mangi quello siglato con Marco Minniti nel 2017. Alla conferenza di Vienna i nodi arriveranno al pettine.
  • Il sindaco di Airole (Imperia) e i colleghi di altri paesi denunciano sconfinamenti ripetuti della gendarmeria transalpina. Proprio come avvenne a Bardonecchia.

Lo speciale contiene due articoli

L’apice delle tensioni si avrà il prossimo 28 e 29 giugno, quando i leader europei si ritroveranno all’hotel Marriott di Vienna per discutere di Libia. Si parlerà di petrolio, gas e soprattutto di sicurezza. È il primo vertice che affronta seriamente il tema Tripoli dopo la sciagurata campagna di guerra contro Muammar Gheddafi. Gli equilibri nel Paese magrebino sono più che mai instabili, ma a pagare gli spostamenti di potere siamo soprattutto noi italiani, che subiamo di conseguenza i flussi migratori.

C’è però da scommettere che l’incontro di Vienna sarà un ring tra noi e i francesi, che non nascondono la volontà di espandersi in tutto il Sahel. La politica di Emmanuel Macron è destinata a cozzare fortemente con la nostra presenza (già ai livelli minimi) nell’area. Tre mesi fa Parigi ha contribuito a stoppare la missione tricolore in Niger, e nelle settimane successive si è mossa per espandere i rapporti in tutto il Fezzan, l’area più meridionale della Libia dove per anni gli italiani sono stati il punto di riferimento per tutte le tribù. Il Fezzan è la parte di Libia più povera e periferica, ma è anche quella dove transitano le carovane di contrabbandieri e trafficanti. Nel 2017 l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti convocò a Roma le diverse fazioni dell’area meridionale. L’intento era bloccare i flussi di immigrati dal Niger. Minniti è riuscito a imbastire una sorta di accordo provvisorio e instabile che si è rivelato una toppa dal punto di vista pratico, ma un successo dal punto di vista dell’intelligence. Le tribù del Fezzan avevano accettato di dialogare con gli italiani. Lo scorso aprile le cose sono cambiate. Stando a quanto riportato da Agenzia Nova, i francesi hanno organizzato a Niamey, capitale del Niger, un analogo incontro con il palese intento di sostituire gli accordi italiani. La fonte riportata dall’agenzia cita addirittura il capo della tribù degli Awlad Suleiman, una delle principali dell’area. «È stata una delegazione proveniente dalla Francia», il racconto di Al Senoussi Masoud, «a organizzare l’incontro. Si tratta di un’iniziativa che ha voluto far sedere attorno uno stesso tavolo noi e altre tribù del Sud». Sempre secondo il lancio di Agenzia Nova, «l’accordo siglato in Italia», afferma ancora al Senoussi Masoud, «rappresenta una base indispensabile, ma l’accordo non è stato rispettato in primo luogo per colpa del governo di unità nazionale, e dunque guardiamo con favore ad altre iniziative». Lo spunto colto al volo dagli uomini di Macron sono stati gli scontri di Sebha. La principale città del Sud libico tra febbraio e marzo è stata oggetto di pesanti scontri armati tra le tribù, alcune delle quali più rivolte a Occidente e altre ancora legate (soprattutto economicamente) al Qatar.

La fazione degli Awlad Suleiman è araba ed è sempre stata ostile ai Qadhadhfa, tribù a cui appartiene la famiglia Gheddafi. «Le due parti nel 2016 sono entrate in uno scontro aperto a Sebha nella cosiddetta guerra della scimmia, che ha lasciato sul campo centinaia di vittime», spiega Gliocchidellaguerra.it, il sito di Fausto Biloslavo. «Gli Awlad Suleiman appartengono alla grande dinastia dei Senussi, fondatori della congregazione religiosa della Senussia, da cui discendeva tra gli altri anche re Idris I, rovesciato dal colpo di Stato di Gheddafi del 1969». Un passo indietro nella storia che spiega molto bene come sia difficile intervenire nel Fezzan. Da qui si dipanano due teorie. Una porta ai soldi, ovvero la possibilità di finanziarie le singole tribù. L’altra all’occupazione militare. Inviare soldati di una coalizione o di singoli Stati aiuterebbe a ricompattare (non senza ricadute di sangue) il controllo del territorio. Macron vuole questa prerogativa. Il che presuppone che gli italiani non si palesino in Tunisia, in Niger e mano mano abbandonino la Libia. I consiglieri dell’Eliseo sanno infatti che non basta più l’accordo con il generale Khalifa Haftar (che controlla l’area di Tobruk e della Tripolitania) perché nel Sahel ha fatto capolino un nuovo player in grado di scombussolare le carte.

Il Niger infatti non interessa tanto per bloccare i flussi di immigrati (come abbiamo visto, è più importante il Fezzan), ma per definire una volta per tutti i rapporti tra Europa e Cina. Francia e Pechino si contendono la leadership in un ambiente che di fatto è anche il retrovia del conflitto libico. Consentire al presidente francese di tenersi il Niger offrirebbe alle nostre aziende un ritorno nel breve termine (sono previsti appalti infrastrutturali per 23 miliardi di euro) ma già nel medio termine finiremmo per l’essere gregari senza benefici reali sul costo dell’energia. Pechino ha già acquisito due importanti miniere di uranio nell’area Est del Paese africano. Un tempo sarebbe stato inconcepibile, il Niger è sempre stato terreno di caccia di Areva. Oggi una eventuale alleanza italiana con la Cina potrebbe aprire prospettive interessanti nel grande progetto «One belt one road», la strategia di connessione via terra inaugurata dal presidente Xi Jinping e dalla quale la Francia è stata tagliata fuori.

C’è da aspettarsi da parte di Macron nuovi colpi bassi. Il deserto non ha confini, è come il mare: perdere un tassello importante come il Fezzan può comportare per l’Italia l’espulsione dal continente.

Claudio Antonelli


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