- Nelle ore in cui il segretario di Stato americano Mike Pompeo pronunciava al Cairo l’atteso discorso con cui l’amministrazione guidata da Donald Trump ha seppellito la dottrina del predecessore Barack Obama in materia di Medio Oriente, nella capitale egiziana si muoveva anche una nutrita delegazione francese.
- L’ex capo della Cia e uno degli uomini più fidati dell’attuale presidente ha deciso di seppellire la dottrina Usa.
Lo speciale contiene due articoli
Nelle ore in cui il segretario di Stato americano Mike Pompeo pronunciava al Cairo l’atteso discorso con cui l’amministrazione guidata da Donald Trump ha seppellito la dottrina del predecessore Barack Obama in materia di Medio Oriente, nella capitale egiziana si muoveva anche una nutrita delegazione francese per preparare la visita del presidente Emmanuel Macron. Quattordici funzionari di alto livello dell’Eliseo, come ha anticipato il quotidiano locale El Masry El Youm, hanno iniziato a lavorare all’incontro tra il presidente francese e l’omologo egiziano Abdel Fattah Al Sisi. Un bilaterale annunciato pochi giorni prima dall’ambasciatore francese in Egitto, Stéphane Romatet in occasione del lancio dell’anno culturale francoegiziano all’Opera house del Cairo.
Nell’agenda del vertice previsto nelle prossime settimane ci saranno sicuramente turismo e cooperazione nella lotta contro il terrorismo. Ma non mancherà, come accadde nell’ottobre 2017 in occasione della visita del presidente Al Sisi all’Eliseo, il dossier libico, sul quale il governo francese sta cercando di recuperare lo svantaggio nei confronti dell’esecutivo italiano, capace di organizzare lo scorso novembre la conferenza di Palermo ma i cui rapporti con il Cairo sono ancora oggi frenati dal caso di Giulio Regeni.
Parigi si sta muovendo nella scia di Washington, come dimostra il fatto che il segretario Pompeo ha incontrato, durante i suoi giorni al Cairo, il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry. I due hanno parlato, come hanno affermato in conferenza stampa, di lotta al terrorismo e del «sostegno egiziano a favore del processo democratico in Libia». Roma, in tutto questo, è divisa tra il sostegno di Washington e le forze interne alla maggioranza che, a causa dell’omicidio del ricercatore italiano avvenuto a inizio 2016, non vedono di buon occhio il presidente Al Sisi. Che è però il principale sostenitore del Nord Africa di Khalifa Haftar, il generale che comanda la Cirenaica divenuto primo interlocutore in Libia dell’Occidente tutto, Italia compresa.
Sul caso di Giulio Regeni, intanto, tra Italia e Egitto ci sono prove di disgelo. Presto, infatti, rappresentati dei due Paesi si incontreranno per «rimuovere le ombre» in relazione all’omicidio, come ha annunciato il portavoce della Camera dei rappresentanti egiziana Salah Hasaballah. «I legami bilaterali saranno più forti che mai dopo aver fatto luce sull’uccisione di Regeni», ha spiegato durante un intervento televisivo. La mossa di Hasaballah arriva a due mesi di distanza dalla decisione presa in novembre dal presidente della Camera dei deputati Roberto Fico, che aveva annunciato l’interruzione di «ogni tipo di relazione diplomatica» tra il parlamento italiano e quello egiziano dopo che i magistrati egiziani avevano respinto la richiesta della procura di Roma di incriminare cinque agenti egiziani ritenuti coinvolti nel caso. Ora, invece, come riferito da Hasaballah e confermato da fonti diplomatiche alla Verità, i due Paesi sono tornati a collaborare sul dossier sia a livello politico che parlamentare.
Intanto però, Parigi sta approfittando dello stallo di Roma rilanciando la sua campagna diplomatica per la Libia. Partendo dal sostegno alle forze di Oussama Al Jouili, comandante di Zintan (città a Ovest di Tripoli) e protagonista della guerra contro Muammar Gheddafi (le sue milizie catturarono uno dei figli del rais, Saif Al Islam, che oggi spera nel sostegno di Mosca per candidarsi alle prossime elezioni che si terranno, secondo la road map dell’Onu, entro fine anno). Sarai lui il collegamento francese tra il primo ministro di Tripoli Fayez Al Serraj e l’uomo forte di Bengasi Khalfia Haftar. Come riporta Africa Intelligence, le forze speciali francesi hanno addestrato per quasi un anno le truppe di Al Jouili ad Al Khamia e Al Azizia, con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto.
Parigi punta sul comandante, già sostenuto con armi e attrezzature durante la guerra civile del 2011, in quanto lui non soltanto riconosce il governo di Serraj a Tripoli (che lo ha reso leader militare della Libia occidentale) ma è anche considerato compatibile con Haftar, l’altro comandante a cui la Francia offre sostegno militare. Di concerto con gli Emirati Arabi Uniti, la Francia cerca in Al Jouili l’uomo in grado di riunire la Libia, dando il potere politico a Serraj e mettendo Haftar a capo dell’esercito unito.
Occhio quindi all’asse Parigi-Cairo-Dubai. Haftar, dopo l’incontro nella capitale egiziana con Al Sisi a metà dicembre, rivedrà il presidente egiziano nei prossimi giorni negli Emirati. Nel frattempo, questa coalizione lavora su Misurata per garantire al leader della Cirenaica un’altra conquista militare da far pesare ai tavoli con Serraj. Il tutto, mentre l’Italia, dopo la visita lampo del premier Giuseppe Conte in Libia a fine anno, non sembra in grado di separare dossier Libia e caso Regeni.
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