Dietro i sorrisi tra Londra e Parigi c’è la sfida per controllare l’Europa
Emmanuel Macron e Keir Starmer (Ansa)
  • Infaticabile attivismo dei leader, con Starmer che si dà il merito per il riavvicinamento Usa-Kiev e Macron che prova a inserirsi nella partita sull’intelligence tra i «Five eyes». Obiettivo: sostituire l’America nel continente.
  • L’esecutivo laburista decide di ridurre gli aiuti internazionali di 6 miliardi di sterline: il denaro verrà dirottato sugli armamenti. Le spese militari saliranno al 2,5% del Pil.

Lo speciale contiene due articoli.

Il paventato disimpegno americano dal Vecchio continente sta rianimando le ambizioni delle due potenze che se ne contendono l’egemonia da secoli – da prima che anche la Germania come Stato unitario s’inserisse nella rincorsa: Francia e Regno Unito.

Si stanno moltiplicando le iniziative, finora piuttosto inconcludenti, dei leader dei due Paesi separati dalla Manica. Emmanuel Macron aveva convocato a Parigi un vertice straordinario sull’Ucraina; poi, ha organizzato il tavolo dei ministri della Difesa; Keir Starmer ha replicato con un summit a Londra e, per questo sabato, ha indetto una videoconferenza con la fantomatica coalizione dei «volenterosi», cioè le nazioni che sarebbero disposte a inviare truppe di peacekeeping in Ucraina. Sembrano mosse concordate e in parte lo sono; tuttavia, gli attivismi paralleli dell’inquilino dell’Eliseo e di quello di Downing Street rispondono, oltre che a personalissime esigenze di rilancio politico nel mezzo di una grave crisi di consensi, anche al tentativo di strappare, magari su mandato americano, una posizione di controllo su un’Europa nella quale gli Usa eserciteranno un’influenza mediata.

Che effetto avrebbe accettare l’offerta dell’ombrello nucleare transalpino? Macron ha ribadito, in un discorso ai suoi concittadini, che la force de frappe rimarrebbe, come sempre, appannaggio francese e che l’ultima parola su come eventualmente impiegarla spetterebbe a Parigi. Mettersi sotto l’egida di monsieur le président, quindi, significherebbe sostituire il ruolo svolto dagli Stati Uniti nell’ambito della Nato con quello che la Francia mira a ritagliarsi, all’interno di un quadro giuridico tutt’altro che chiaro. L’unica cosa che hanno capito tutti, a cominciare dall’Italia che ha respinto la proposta, è che a comandare sarebbero i cugini d’Oltralpe. E se sottoporsi alla supremazia del gigante a stelle e strisce era naturale e inevitabile, tollerare il giogo francese sarebbe più complicato.

Il rapporto tra Macron e Starmer si sta strutturando su due direttrici: da un lato, la collaborazione; dall’altro, la competizione. Così, ieri, il Regno Unito e il governo di Sua Maestà ci hanno tenuto a far sapere di essere stati «intimamente coinvolti» nel riavvicinamento tra Kiev e Washington, sfociato nei proficui colloqui di Gedda. L’idea è che i buoni uffici di Starmer sarebbero più efficaci della buona parola che Macron aveva provato a mettere con Donald Trump, durante la sua visita nello Studio ovale. Inoltre, mentre il ministro delle Forze armate francesi, Sébastien Lecornu, era impegnato a ricevere gli omologhi di Berlino, Roma, Varsavia e Londra, il principe William fissava, per la fine della prossima settimana, una visita alle truppe britanniche schierate sul fianco orientale della Nato, in Estonia. La trasferta ha l’aria di essere stata pensata per riparare la frattura che si era aperta in occasione del vertice del 2 marzo scorso, dal quale i padroni di casa britannici avevano escluso i Baltici. Il messaggio indirizzato al blocco che si trova a ridosso del confine russo è semplice: a scanso di equivoci, la bandiera che sventola per voi è la Union Jack.

Certe dinamiche che paiono essersi riattivate all’improvviso, benché sopite dai decenni di contrapposizione Usa-Urss, durante i quali l’Europa ha potuto essere al massimo attrice non protagonista, meravigliano solo chi ha dimenticato la storia. È vero: francesi e inglesi, nelle ultime due guerre mondiali, hanno combattuto insieme. Ma allora, ad alterare l’eterna rivalità, che li aveva contrapposti dalla guerra dei cent’anni fino alla comparsa di Napoleone, erano intervenute le minacce espansionistiche tedesche. Quelle che, all’inizio del Novecento, portarono all’«intesa cordiale» per la spartizione franco-britannica delle colonie. Oggi, al di là del Reno, non esiste più la capacità di utilizzare l’esercito quale strumento geopolitico. L’ultima relazione sullo stato della Bundeswehr è desolante. Anche per questo la Cdu, vincitrice delle elezioni, è disposta a qualunque forzatura, pur di approvare in fretta un piano di riarmo che comunque, per rendere la Germania di nuovo competitiva, richiederebbe anni di impegno. Al momento, Londra e Parigi hanno aggio nel coltivare la pretesa di subentrare a Washington nel Vecchio continente. Alla luce del sole, come pure nell’ombra.

Macron, non a caso, ha intravisto un ulteriore spiraglio nel quale spera di infilarsi: il settore dell’intelligence.

Tutto scaturisce dalle carinerie tra Trump e Vladimir Putin, unite ai cambiamenti radicali che la Casa Bianca sta imprimendo alle varie agenzie di spionaggio, specie la National security agency. I recenti accadimenti avrebbero convinto gli altri quattro membri della coalizione anglosassone dei Five eyes (Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda) a mantenere un canale di comunicazione riservato, tenendo fuori l’America, che temono compromessa con Mosca. Sullo sfondo, ci sono anche le vecchie ruggini tra il tycoon e l’ex spia britannica Christopher Steele, autore di un controverso dossier sui presunti legami tra il presidente statunitense e la Russia, ma scagionato un anno fa da un giudice londinese. Considerando che l’80% delle informazioni condivise dai Five eyes arriva dagli Usa, la Francia confida di potersi candidare a occupare il vuoto lasciato dalla parziale dissociazione dei partner da Washington. In quali modalità e con che grado di coinvolgimento? Be’, sarebbe tutto da stabilire. L’Inghilterra dovrebbe prendere una decisione: quanto fidarsi di un alleato che è già diventato un concorrente?

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