- Il summit di Palermo riconosce un ruolo centrale al nostro Paese. Però la Turchia si irrita perché Khalifa Haftar salta il multilaterale, in rotta con Ankara e l’emirato islamico. Col quale, invece, il nostro governo ha molti interessi.
- Trump ride di esercito Ue e Macron: «Senza di noi, sareste Germania». Il leader americano tira altre bordate all’Eliseo: «A Parigi stavate già imparando il tedesco, poi sono arrivati gli Usa. Pagate la Nato». La Casa Bianca annuncia anche dazi sui vini transalpini.
- Un aereo di 007 francesi abbattuto a Malta: procurava armi ai libici. Jet esplose in volo, tutti morti gli occupanti. La versione ufficiale parlava di controllori dei flussi migratori, ma ora un giornale dell’isola rivela: «Monitoravano i rifornimenti».
- Per la pace serve il patto petrolifero. L’accordo sull’ente nazionale, con sede e giacimenti divisi fra le parti in conflitto, è la base da cui partire per arrivare alle elezioni. Ma ci sono anche i fondi congelati.
Lo speciale comprende quattro articoli.
I detrattori del governo denunciano il flop della conferenza di Palermo. Sostengono che un anno fa il generale Khalifa Haftar era a Parigi a stringere la mano di Emmanuel Macron e del capo del governo di Tripoli, Fayez Al Serraj. E che non bisogna fidarsi. Che l’incontro dello scorso anno non ha portato a nulla. Al tempo stesso le critiche sottolineano che la delegazione turca ha abbandonato il summit per protesta e che lo stesso Haftar non ha partecipato al meeting multilaterale. Cominciamo dall’ultimo punto. Condizione per la presenza del generale che comanda la Cirenaica era proprio la partecipazione agli incontri bilaterali. Haftar l’ha chiesto per due motivi. Primo: per vantare una posizione da primadonna rispetto agli altri interlocutori libici. Secondo: per non sedersi al tavolo con Qatar, rappresentanti dei Fratelli Musulmani e pure la Turchia. Così è stato.
Quindi la conferenza di pace (anche se il termine pacificazione è troppo astratto) non è certo un flop. A meno che non si tenga come metro di paragone la strategia di Marco Minniti, il precedente ministro dell’Interno e uomo forte dei servizi segreti. Il governo di Tripoli era appoggiato in modo incondizionato dall’Italia, dalla Turchia e pure dal Qatar.
L’obiettivo della nuova strategia italiana è quella di essere equidistanti e piantare almeno una bandiera a Bengasi, luogo di origine dell’ex amico di Mohammar Gheddafi. L’uscita anticipata dei turchi e la presenza a latere di Haftar decretano il ruolo secondario del Qatar (che possiede la cassaforte) in Libia. Per noi è un successo anche se coronato di spine. L’Italia – a partire dal governo Renzi – ha costruito con Doha rapporti iperpreferenziali e l’attuale esecutivo non inverte la rotta. La scorsa settimana Matteo Salvini si è fatto immortalare in auto con l’emiro del Qatar. Una foto che all’uomo forte della Cirenaica è andata di traverso. Perché non solo a Tripoli servono i soldi del Qatar, pure all’Italia.
E questo in futuro potrebbe essere un problema nella gestione dello scacchiere libico. Non irrilevante, per giunta. Intanto segna un importante cambio di passo. Che cosa succederà dopo? Alla domanda nessuno sa rispondere, ma portare l’esempio della stretta di mano all’Eliseo per smontare il tentativo palermitano fa sorridere. Siccome Macron ha perso la scena il meeting non serve a nulla. I prossimi mesi lo diranno. Quello di ieri è innegabilmente un punto di partenza. Magari anche Roma fallirà e non accadrà nulla.
Intanto sono partite le trattative per riunificare la Noc, la compagnia petrolifera nazionale e per rivedere gli equilibri tra Eni, Total e Bp. Il tutto con la supervisione dell’Egitto che inutile dirlo tifa per noi. Non per la Francia (anche se mantiene una posizione possibilista) e soprattutto non per gli inglesi. La vicenda di Giulio Regeni ha infatti spezzato i legati tra Il Cairo e Londra. Chi si ostina a criticare i tentativi di riposizionamento, dimentica che la strategia precedente è stata un fallimento. I pagamenti alle milizie e alla Guardia costiera hanno di fatto incrementato il traffico di esseri umani. Sia Matteo Renzi sia Paolo Gentiloni hanno sperato che l’arrivo di immigrati potesse essere gestito dall’Europa e diventare una forma di baratto in cambio di più flessibilità per il deficit.
Adesso il governo di Tripoli sta lentamente dissolvendo la propria rete e dovrà accettare una serie di compromessi voluti dai sostenitori di Haftar. Russia, Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita e pure la Francia. Certo quello di ieri è un punto di partenza per l’Italia, ma portare avanti la strategia di Minniti sarebbe stato un mero suicidio politico. Continuare ciecamente a pagare la parte politica soccombente non è certo lungimirante. Di per sé pagare non porta a nulla. Le strade sono due: o fornire armi (ma l’Italia non può farlo) o rilanciare l’industria petrolifera, questo l’Eni può farlo senza problemi. Il generale della Cirenaica a questo punto aspetterà le elezioni, sapendo di avere un rete di sostegno tagliata su misura. Poi avvierà le trattative per prendersi le quote della Noc in modo legale (ora controlla alcuni pozzi che ha «salvato» dalle milizie ma non può disporre del greggio), per riaprire il tema dei beni congelati a Gheddafi (ancora adesso compresi negli asset di Lia, Lybian investment authority) e per finire affronterà il tema delicato della Guardia costiera. Al momento dipende da Tripoli e resta un’arma essenziale per trattare con l’Italia e l’Unione europea. Mettere un piede sulle navi che pattugliano il Mediterraneo, per Haftar significa salire di grado. Promettere zero immigrati e in cambio ottenere più barili di greggio da vendere e più soldi per le sue tribù. È presto per tirare le somme dei risultati della diplomazia di Giuseppe Conte. Un mezzo successo lo ha già portato a casa. Adesso c’è da faticare. E Parigi osserva sempre più da lontano.
Claudio Antonelli
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