- Secondo episodio di malessere per la leader tedesca. E ora il resto dell’Ue, alle prese con il nodo degli organigrammi, si interroga Intanto l’Eliseo può perdere l’unica pedina in grado di evitare la nomina, sgradita ai francesi, di Jens Weidmann alla guida della Bce.
- Secondo l’esperto Angelo Antonini, il male della cancelliera è Parkinson o tremore essenziale.
Lo speciale contiene due articoli
Nove giorni fa la cancelliera Angela Merkel era stata colta da tremore. Presenziava agli onori militari per il presidente ucraino Wolodymyr Zelensky. Era all’aperto e faceva caldo. È rimasta in piedi durante tutto l’inno senza cedere. Al termine ha dichiarato che era tutto colpa della disidratazione. Ieri, stessa scena durante la cerimonia per la nomina del nuovo ministra della Giustizia tedesco, Christine Lambrecht. Medesimo tremore, solo che il disagio fisico si è palesato all’interno del castello di Bellevue. Non sotto il sole. Così il giallo di una malattia forse neurologica ha fatto scattare una serie di ipotesi e proiezioni politiche per la sua successione. Che non sono sopite nemmeno quando la Merkel come se niente fosse si è avviata all’aeroporto alla volta di Osaka, in Giappone, dove assisterà al G20. Lì al di là dell’agenda ufficiale, i leader europei discuteranno di nomine dentro e fuori la Commissione e il Consiglio Ue. Al tempo stesso sul tavolo ci sarà pure la procedura d’infrazione che potrebbe toccare l’Italia.
Sull’intera trama di trattative, la malattia vera o probabile della Merkel impatta come una mannaia. In politica il percepito spesso conta più del reale. E anche se ormai l’establishment tedesco dava già la cancelliera come fuori dai giochi, il tremore la esclude anche dal ruolo di king maker. Solo che nessuno a Berlino si dispererà. Annegret Kramp-Karrenbauer, la nuova leader della Cdu, ha avuto il tempo di muoversi nei corridoi del potere tedesco. In Germania la Kramp-Karrenbauer è già soprannominata mini-Merkel proprio per il feeling e la comune visione dei valori cristiano-democratici che accomuna le due leader politiche. Un volto nuovo, per la Germania, ma dall’ideologia politica altrettanto conservatrice e ferrea. Di conseguenza Akk è pronta ad allinearsi pure sulle scelte che più contano per la Germania. Cioè, i posti chiave in Ue e le prossime sterzate in politica estera. Chi invece sta già tremando per via di un eventuale downgrade della Merkel è Emmanuel Macron. I francesi stanno da settimane utilizzando il nome della cancelliera come jolly per cercare di evitare nomine sfavorevoli. In primis, quella di Jens Weidmann alla Bce. Per Macron sarà impossibile spacciare la Merkel come capo del Consiglio e altro ruolo di spicco. Il che spiana la strada al falco della Bundesbank. A noi italiani, ad esempio, conviene sostenere Weidmann. L’euro in mano ai tedeschi sarà un onore, ma soprattutto un onere e si accorgeranno quanto sia complicata la gestione e quanto sia stato difficile per Draghi surfare tra il Nord e il Sud dell’Europa. Avere l’onere dell’euro imporrà una mediazione di sponda che non aiuterà i francesi più propensi al braccio di ferro. Il tremore della Merkel lascerà Germania e Paesi del Nord più liberi di trovare nomi nuovi alla presidenza della Commissione. Potrebbero essere politici provenienti dall’Est Europa e quindi dalle aree satelliti della Germania, ma anche sorprese sempre e comunque non gradite alla Francia. Ciò che appare più chiaro nelle ultime ore è che l’establishment tedesco non vede più di buon occhio l’asse franco tedesco almeno così come è stato caratterizzato negli ultimi anni. Il mondo è diverso da quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. Macron non l’ha capito e Berlino comincia ad annusare l’opportunità di seguir e il vento nelle sue nuove direzioni. Non a caso ieri, il quotidiano della City, il Financial Times, ha lanciato come successore di Jean Claude Juncker proprio l’attuale numero uno della Bce. Sarebbe il miglior nome per scardinare l’asse franco tedesco. Un nome che dovrà in ogni caso essere individuato entro domenica, quando a Bruxelles si terrà il Consiglio straordinario per raggiungere un accordo sulla partita delle nomine Ue.
Dal canto suo la Francia continua a premere in direzione opposta. In un continuo sali e scendi dei vari candidati per le cinque poltrone in palio (Commissione, Consiglio, Parlamento, Bce e Alto Rappresentante) cerca di far salire le quotazioni del francese Michel Barnier come ipotetico successore di Juncker. Il capo negoziatore della Ue per la Brexit «sarebbe un’opzione accettabile per molti per la presidenza della Commissione europea, anche per la componente dei progressisti S&D e dei Liberali», hanno fatto filtrare ieri le agenzie evidenziando al tempo stesso che «tutto è ancora aperto», compresa la candidatura del bavarese Manfred Weber.
«Un’intesa fra Parigi e Berlino sbloccherebbe l’impasse», commenta ancora il Financial Times, che ipotizza anche come desiderata francese Margrethe Vestager. «Qualora un accordo franco-tedesco dovesse fallire», aggiunge il quotidiano della City, «il secondo miglior scenario per Macron sarebbe quello di evitare che un popolare torni alla Commissione». La verità è che Macron non stata mai isolato come oggi. Dove si affaccia rischia di prendere sberle.
Claudio Antonelli
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