- Dato per spacciato, ha quasi colmato il divario con lo sfidante in North Carolina e lo ha superato in Florida The Donald può contare anche sulle spaccature nell’Asinello e sull’astio dei sostenitori di Bernie Sanders per il dem
- Veto di Donald Trump alla nomina dell’ex ministro nigeriano Okonjo-Iweala a direttore del Wto. Spinta da Pechino, è nel board di Gavi e Twitter. Ma dirle di no è considerato «razzista»
Lo speciale contiene due articoli
Lo chiamano «comeback». E, nel gergo elettorale americano, con questo termine si indica la riscossa del candidato che tutti davano per spacciato. Non è al momento chiaro se un tale genere di rimonta sia nelle possibilità di Donald Trump. Eppure qualcosa inizia a muoversi. Martedì, la media sondaggistica di Real Clear Politics ha dato per la prima volta il presidente avanti in Florida. Tutto questo, mentre l’inquilino della Casa Bianca ha colmato il divario in North Carolina, dove è ora in sostanziale parità con Joe Biden. Un Biden che, in Pennsylvania, ha visto scendere il suo vantaggio dal 5,2% al 3,5%. Notizie preoccupanti per l’ex vicepresidente si registrano anche sul fronte nazionale, in cui un recente sondaggio Ibd/Tipp lo dà avanti di appena 4,5 punti.
Del resto, se è vero che per Trump la situazione resta difficile, è altrettanto vero che si stanno registrando segnali in chiaroscuro. Biden sta guadagnando terreno tra le donne e i pensionati bianchi: un elemento che può aiutarlo in Florida. Tuttavia il presidente sta crescendo tra gli ispanici sotto i 45 anni: se nel 2016 poteva contare sul 22% di costoro, al momento è salito a quota 35%. Un simile incremento Trump lo sta registrando anche tra i giovani afroamericani, dove ha guadagnato circa 11 punti rispetto a quattro anni fa. Questo avanzamento (spesso sottaciuto) tra le minoranze etniche può consentire al presidente di erodere efficacemente la base di Biden in Florida e in Texas, oltre che in Nevada (dove la Casa Bianca spera ancora in un colpaccio).
Abbiamo poi la questione del voto operaio, notoriamente concentrato nella Rust Belt: un’area che anche stavolta è destinata a rivelarsi dirimente. Se Biden resta potenzialmente competitivo tra i colletti blu locali, è anche vero che riscontra non pochi problemi. In primis, troviamo l’ambientalismo: la sua ambiguità in materia di fratturazione idraulica ha creato molto nervosismo tra gli operai della Pennsylvania, dove -non a caso- Trump sta rimontando. In secondo luogo, troviamo il commercio internazionale. Non solo il presidente sta ripetutamente attaccando Biden per essere stato -da senatore- tra i fautori dell’ingresso della Cina nel Wto, ma sta anche rivendicando la rinegoziazione del Nafta, per cercare di farsi strada in Michigan e Wisconsin (dove, secondo i sondaggi, risulta più in difficoltà). Infine, non trascuriamo che la stretta vicinanza di Kamala Harris alla Silicon Valley possa rivelarsi un boomerang per il ticket democratico nella Rust Belt (come già accaduto a Hillary Clinton nel 2016). Un ticket democratico che, a causa delle sue posizioni nettamente abortiste, rischia di alienarsi il fondamentale voto cattolico in Stati come la Pennsylvania e il Michigan. Senza poi contare che il presidente potrebbe recuperare consensi nelle periferie cittadine grazie alla sua linea securitaria, sfruttando – sul tema – le ambiguità del rivale. Tra l’altro nella Rust Belt Trump può cavalcare anche i dati diffusi ieri sul Pil, che nel terzo trimestre ha registrato un inatteso boom del 33,1%.
In tutto questo, non tralasciamo poi le divisioni interne al Partito democratico. Nonostante l’apparente coesione legata all’anti-trumpismo, è tutto da dimostrare che i sostenitori di Bernie Sanders vadano a votare compattamente per Biden. Un candidato che i sandersiani considerano un’inaccettabile espressione dell’establishment di Washington e Wall Street. Senza poi dimenticare che i fautori di Sanders non hanno mai digerito granché neppure la Harris, da loro spesso tacciata di opportunismo e vicinanza ai poteri forti. Non è quindi del tutto escludibile che possa ripetersi la dinamica del 2016, quando una manciata di sandersiani votò alla fine per Trump in Pennsylvania e Michigan, aprendogli così le porte della Casa Bianca. Suggerire che questo non accadrà perché Biden sarebbe «più simpatico» di Hillary lascia il tempo che trova: lo zoccolo duro di Sanders ha una mentalità giacobina e ragiona in termini di appoggi politici e proposte programmatiche, non in termini di «simpatia personale». E, in materia di commercio internazionale, i sandersiani sono molto più vicini a Trump che a Biden. Forse temendo problemi nella Rust Belt, il candidato dem ha iniziato a fare campagna in Stati tradizionalmente repubblicani come la Georgia: una strategia che già Hillary, confortata dai sondaggi, tentò nel 2016 ma che si rivelò alla fine fallimentare.
Insomma, prima di dare Biden come sicuro vincitore di queste elezioni, bisogna essere molto cauti. Certo: la situazione per il presidente resta complicata (si pensi alla battaglia in Arizona). Ma parliamoci chiaro: da quando si è candidato nel 2015 alla nomination repubblicana, complicata -per Trump– la situazione lo è sempre stata. La sua leadership ha tra l’altro ripetutamente mostrato di temprarsi proprio nei momenti di assedio e bombardamento mediatico: quando tutto sembrava perduto. Non sarà un caso che un sondaggio Abc News dell’11 ottobre rilevò come, rispetto a Biden, il presidente fosse avanti di 15 punti nell’entusiasmo suscitato. Per cui, prima di darlo per morto, si faccia attenzione. Perché Trump queste elezioni può ancora vincerle.
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